Dimenticare la Luna

Povera luna, nessuno ora leva più lo sguardo

all’artefice di scenari suggestivi e perfetti

tu che ispiravi tutti gli amori

e suggerivi a poeti e amanti i versi più belli

confortavi il viandante notturno

alleviavi le angosce più oscure

eri la Dea che a tutti sorridevi intrigante

pervadendo di placida magia il mondo insonne.

Tu, ospite splendente, anfitrione eccelsa

della tua degna dimora celeste,

principessa e vestale delle notti più limpide

con la tua arcana, festosa presenza

volteggiando pigra nel cielo notturno

fugavi tutte le angosce e i timori

avvolgendo di soffice luce i sonni più inquieti.

Ci insegnavi che esiste l’irraggiungibile,

che non si può e non si deve possedere tutto

che nessuna piramide ambiziosa

nessuna torre svettante nel cielo

poteva minimamente sfiorarti

e quindi restavi, venerata, sacra e intatta

umiliando le umane brame e le tiranne pretese.

Ora lo scrigno in cui custodivi i sogni degli amanti

e dei poeti di tutti i tempi è stato violato,

e i desideri sono dispersi, catturati da altri mondi

e forse nessuno, per molto tempo

sarà più in grado di rimpiazzare quei tesori

da te finora, segretamente serbati.

Ti scrutano ancora, ma non per amore

soltanto per sapere se vi siano gioielli in te da rapinare,

o se si possa immettere in te la stessa vita

che qui nella tua sorella Terra per ironia atroce

viene indegnamente soffocata,

se si possa far di te e altri sterili mondi

dei gioielli azzurri, mentre questo pianeta

ferito, depredato e offeso

sempre più a te fanno somigliare

come un arido sasso senza vita,

un misero detrito nello spazio

ma senza il tuo incanto

e senza il tuo diafano e magico pallore.

E se fossi fatta di platino e d’oro

anziché di inutile sabbia e roccia

saresti in breve tempo invasa e divorata

da miriadi di potenti macchine brutali,

comandate da voraci parassiti umani

pronti a succhiare le tue vene profonde

scavando solchi, buche e sanguinanti ferite

per divorar ricchezze e niente altro,

come per lo splendente verde azzurro globo

che sempre più si ricopre dello spento grigiore

di città mostruose, gangli letali di una rete immane

di cemento e asfalto che si propaga ovunque

come le metastasi incontenibili del cancro.

Ti guardano ora nella tua intimità svelata

come si osservano gli animali oppressi

nelle prigioni della follia e della vergogna

degli zoo, dei circhi e degli allevamenti

e anche tu sei già rinchiusa in una gabbia

di ottusa e falsa conoscenza,

senza più meraviglia, né domande

solo una bizzarra e negletta decorazione

appesa in cielo per il nostro diletto

superata dalle potenti luci umane

che violentano i misteriosi ritmi vitali della notte

uccidono te e tutte le altre stelle.

Ma non sei tu o Luna,

ad aver perso il fascino e l’incanto

siamo noi, ad aver spento

le nostre più profonde sensazioni

ebbri delle nostre brutali luci false

che non possono come la tua riflessa luce,

far battere un cuore con nessuna vera ispirazione

e non illuminano l’anima e la mente

come tutti i negletti suoni e luci

che anche per noi continuano a vibrare

dal Cosmo intero e dalle Stelle.

Ennio Romano Forina

Dove Nascono i Narcisi

Se gli umani volessero imparare dai gatti, molte unioni si salverebbero o non si formerebbero affatto.

I gatti stanno bene in compagnia perché sanno star bene con sé stessi.
Rappresentano l’esempio perfetto della socialità, perché anche amando la compagnia, non ne dipendono e non esigono niente pur ravvivandola di gioco, suggerendo interazione e gesti affettivi, ma senza pretenderli e non si offendono se non li ricevono, come invece quasi sempre facciamo noi. Le nostre attitudini viziose sono evidenti sin nella culla: togliete un gioco dagli artigli di un cucciolo di tigre e non reagirà, cercherà di trattenerlo, ma lo lascerà andare, senza protestare, senza risentimento o dispiacere. Fate lo stesso a un cucciolo umano e vi ricatterà per ore, con la sua rabbia e il suo pianto, cosìcchè voi lo assecondiate restituendogli il gioco e offrendone molti altri pur di farvi “perdonare”, e in questo modo avrete distrutto in lui la vera essenza dell’etica, inserendolo sulla strada certa del suo egoismo della sua prepotenza futura.
Ennio Romano Forina

La Ragione delle Cose

Per superficialità e per egoismo, per la ricerca del risultato e non del merito, per opportunismo e per servilismo, per pensiero debole e circoscritto, per conformismo, per ignoranza e per evitare di analizzare la storia, per inanità, per non voler riflettere profondamente, per presunzione e per preconcetti, per affidarsi agli stereotipi e ai miti anziché alle evidenze, per scegliere quello che conviene e non quello che è saggio, per preferire il disprezzo fazioso alla considerazione, per odio e amore viscerali e non per i sentimenti che provengono dall’anima, per non impegnarsi a costruire idee, ma accontentarsi e farsi guidare dalle opinioni, per avere sensibilità canalizzate e parziali, per non avere compassione in senso universale, per prepotenza, per cercare l’impossibile verità assoluta disprezzando e ignorando le parti evidenti di verità, per tutte queste ragioni i popoli hanno da sempre i governi e le realtà esistenziali che meritano.Ennio Romano Forina

A Cosa Servono i Rami degli Alberi /2 Le Colonne della Vita abbattute

Breve saggio di biologia vegetale etica.

Anche quest’anno, al centro del grande abbraccio del colonnato della piazza di S. Pietro, c’erano altre due colonne di forma e materie diverse, ma che avevano almeno due fattori in comune, ambedue strappate a un mondo lontano e ambedue senza vita, ma con la differenza che mentre una di queste colonne la vita non l’ha mai avuta, l’altra invece sì e ne aveva tanta.

Era una vita ricca di sensazioni, che offriva profumi inebrianti nell’aria circostante, arricchiva il suolo e nutriva di prezioso ossigeno l’aria, era un sicuro riparo e forniva cibo a molti altri esseri viventi specialmente nella stagione invernale. Passeri e altri uccelli sostavano fra i rami e alcuni l’avevano sicuramente anche scelta come dimora. Era una vita che contribuiva a purificare l’atmosfera di questo pianeta soffocato dai gas venefici provenienti dalle molteplici attività umane, sostanze che solo gli alberi sanno metabolizzare e trasformare in energia per gli organismi, nella loro immensa intelligenza, che è la ragione per cui questo pianeta è racchiuso in un involucro di preziosa atmosfera che rende possibile l’esistenza di tutto il mondo vivente.

Intelligenza, sì non è un caso che questo pianeta sia avvolto da un azzurro manto che lo protegge dai raggi cosmici senza che gli ingrati bipedi umani, sedicenti “evoluti” si rendano conto nemmeno adesso, di quanta gratitudine debbano all’intelligenza delle piante in generale e agli alberi in particolare, mentre la specie umana ancora oggi, nonostante il progresso tecnologico e scientifico continuano a sacrificare esseri viventi per celebrare le loro tradizioni insulse negli stessi modi barbari in cui i popoli antichi primitivi e incolti celebravano le loro.

E cosa facciamo di intelligente in questo paese? Non solo manteniamo in essere le nostre tradizioni brutali che implicano il sacrificio di un immane numero di esseri viventi, non basta; introduciamo anche le tradizioni truci e crudeli di altre culture in nome di una tolleranza e falsa fratellanza dei popoli, fatte scontare come sempre sugli animali innocenti che le leggi umane rendono quasi ovunque indifendibili.

I massacri tradizionali di altre culture si sovrappongono sempre di più ai nostri e per una distorta interpretazione del rispetto culturale noi le accettiamo tutte. Quindi per non offendere gli orientali, dovremmo lasciare che anche qui cani e gatti siano scuoiati e bolliti vivi? Che gli animali delle fattorie possano essere torturati anche con fiamme ossidriche per arricchire le carni con l’adrenalina generata dal terrore, dalla sofferenza della tortura, che secondo le loro culture farebbe miracoli alla loro vita sessuale o a qualche altra funzione organica?

Costruiremo anche noi arene per consentire lo spettacolo infame delle corride? Siamo nella civile, comune Europa, ci potrebbero chiedere anche questo dopo le misure standard delle cozze e delle zucchine. Ogni tanto qualche pubblico censore del political correct, salta fuori con la geniale osservazione che anche da noi si uccidono gli agnelli, i maiali, le mucche e persino i cavalli e dal suo pulpito ci insegna che non c’è differenza tra un maiale e un gatto, tra un cane e una mucca o una gallina, pensando di aver battuto la nostra compassione con questa emblematica espressione del pensiero corto, e dunque per costoro quale sarebbe la logica conseguenza? Come dire ad un accanito fumatore di non preoccuparsi, poiché si respirano ovunque così tante sostanze inquinanti che tanto vale che lui fumi tutte le sigarette che vuole. Sappiamo che un fumatore rischierebbe molte volte in più un cancro ai polmoni, ma aumentare in una società civile la quantità e la “qualità” dei massacri rituali offerti alle varie divinità e al “dio” universale del profitto, provocherebbe sopratutto il cancro dell’anima che è molto peggio. Dovremmo rendere lecito ucciderli tutti, mangiarli tutti e raddoppiare, triplicare i massacri permettendo i metodi peggiori, solo per essere rispettosi dei vari costumi e tradizioni, come l’imposizione di togliere i simboli di croci della storia di questa penisola che nel bene e nel male comunque è nostra cultura e ci appartiene?

Dunque, anche questa volta un albero in più, nel nome della fratellanza dei popoli e delle religioni è stato sacrificato, nel momento in cui scrivevo questo testo quel magnifico gigante era ancora immerso nella sua silenziosa sofferenza, nella sua agonia occultata dagli addobbi e dalle luci che accecano gli occhi estasiati di bimbi, ai quali si insegna la menzogna o niente, in modo che anch’essi da adulti, non saranno mai in grado di prendere le giuste decisioni, ma agiranno esattamente come i loro genitori e progenitori, ripetendo gli stessi errori della realtà ottusa e fittizia che abbiamo per noi e loro costruito. In più, oltre ai tanti abeti che vengono fatti nascere per essere uccisi, non per produrre gioia ma profitti, per una distorta concezione di felicità e sacralità. L’ “esecuzione” finale anche di questa nobile vita, sigillata nel fuoco che poi consumerà il suo corpo fatto a pezzi, nei vari forni, non è diversa dal rogo di un’altra piazza, in un altro tempo non lontano. Allora non si volevano ammettere le evidenze rilevate da una mente geniale ed evoluta, qui ed oggi si ignora l’evidenza di un essere vivente e senziente, sacrificato nel rogo di una tradizione peraltro aliena.

Le puerili e insulse dichiarazioni provenienti dai media, che giustificano allegramente l’uccisione dell’albero con la semina compensativa di altri alberi, (anch’essi in gran parte da sacrificare) aggiungono al danno e alle ferite le beffe, se anche non si riesce a capire che continuando a volere un albero vero ad ogni natale si causerà l’allevamento forzato di queste vittime predestinate al sacrificio. Noi parliamo di vite, loro parlano di prodotti e di legname “ecologico”, che vuol dire ecologico come se un padre assassino che volesse uccidere i propri figli dicesse: Tanto li ho fatti nascere io”. Non riconoscere il diritto di vivere di quest’albero come essere senziente, significa essere totalmente immersi nel buio della ragione, oltre a quello dell’anima.

Tuttavia, non abbiamo ancora finito di sacrificare animali ai variegati Olimpi e divinità, non ultima quella del profitto, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, assisteremo ad ulteriori sacrifici di questi giganti verdi, in quasi tutte le città del mondo, piccole o grandi che siano. E quest’altro ennesima prepotente rapina di una vita, estirpata da qualche parte delle montagne alpine per finire come tante altre nelle piazze di molte città italiane e persino in quella piazza che non avrebbe bisogno di introdurre una tradizione pagana, che nulla ha a che vedere con il significato profondo del vero Natale cristiano, condannandolo ad una vera e propria via crucis per un essere vivente che viene reciso brutalmente dalle sue radici, iniziando così una lenta agonia in tutte le sue “stazioni” fino a raggiungere il suo Golgota, dove l’agonia avrà fine senza che il sole si oscuri e il monito di una tempesta improvvisa cali sulle festanti folle, per ricordare che anche un abete è un figlio di quel dio in cui si crede e che comunque, vero o presunto che sia, di sicuro non richiederebbe un tale simile sacrificio inutile e perverso.

Un dio è un dio se crea non se distrugge, e perché mai avrebbe dato una tale meravigliosa e generosa vita a un essere per farlo marcire su un patibolo ammantato di mistificata gioia festiva, e ferito, con il suo sangue verde che trasuda dai tagli e dalle offese del trasporto, umiliato e soffocato dai decori luccicanti, diventa solo un triste simulacro morente coperto dai fuochi fatui delle luci che celano l’agonia del suo nobile corpo e di quelli che sono i suoi polmoni: le foglie, che durante tutto il trasporto e la collocazione in situ, hanno cercato disperatamente e invano di dialogare come prima con le radici senza trovare risposta, perse per sempre.

Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza, si continua a trattarle come se questo non importasse nulla, tanto non gridano come gridiamo noi, quando le spezziamo e le menomiamo. Non gridano? Nemmeno noi grideremmo senza corde vocali, soffriremmo dunque meno alle torture per non gridare come fanno gli ipocriti carnefici delle vivisezioni?

E lo stesso genere umano, che pretende da vari pulpiti di voler proteggere la Natura e l’ambiente che ritiene gli appartengano, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra. E persino i nuovi celebrati e ossequiati tribuni della salvezza climatica, usano ancora pervicacemente come grido di battaglia quel grido di morte che è la causa principale del disastro ambientale. “ Vogliamo che i governi salvino il NOSTRO pianeta, per salvare il NOSTRO futuro”. Non hai capito nulla, ragazzina del nord, proprio perché da sempre pensiamo che il pianeta e tutto ciò che in esso vive sia “nostro” che è ridotto così, mentre le cose cambierebbero se avessimo la volontà tutti di porre dei limiti alle nostre ambizioni. I governi sono l’espressione dei popoli, sono il frutto del terreno di coltura e non si cambia il frutto se non si cambia prima il terreno in cui la pianta cresce. Sono prima i popoli che non vogliono imparare dalle proprie scelte nefaste.

L’ipocrisia che nasconde il delitto lo giustifica con l’insulto finale del riutilizzo “ecologico” dei tronchi, vale a dire legna da ardere. Come ci riempie di conforto! Togliamo a un albero vivo il diritto di continuare a vivere, ma va bene, perché ne piantiamo altri 40. È esattamente il ragionamento che giustificava i sacrifici umani e di animali nella storia della civiltà umana, sacrificare la vita di alcuni, per garantirsi la benevolenza e i favori del dio di turno, Cambiato qualcosa? E qual’è il dio attuale così potente e munifico da giustificare uno o più sacrifici?

Io lo so e penso lo sappia anche chi ha avuto interesse a leggere fin qui.

L’albero che per ora si staglia al fianco dell’albero di pietra, è stato sacrificato non alla vera gioia festiva, ma all’altare dell’ignoranza, all’interpretazione arbitraria e distorta del concetto di felicità e sacralità. Non potremmo esistere senza le piante, non saremmo comparsi su questo pianeta se non fosse stato per i plancton vegetali, né mai dalle distese dei mari saremmo approdati sulla terraferma senza di loro. Le studiamo per carpirne i segreti, tutte le meravigliose invenzioni che hanno realizzato da miliardi di anni, le loro funzioni e le innumerevoli sostanze che esse hanno saputo sintetizzare per la loro sussistenza (senza aver frequentato corsi universitari e laboratori), per la loro diffusione e per l’interazione simbiotica con le altre forme di vita animale. Invece ancora adesso pensiamo agli alberi più che altro come delle “cose” mutevoli ma poco più che sassi e rocce che producono semi, – erroneamente perché quelli che chiamiamo semi sono embrioni – e frutti e che lasciano cadere le foglie in autunno come se seguissero processi automatici, che sbrigativamente e superficialmente definiamo “naturali”, dando a questo termine il più grossolano e superficiale significato e ancora oggi come sempre, nonostante le evidenze scientifiche, quando basterebbero anche solo quelle intuitive, se si fosse in grado di pensare, si crede che siano forme di vita inferiori e non pensanti e comunque suddite della vita umana.

Siamo immersi nella più profonda e ottusa ignoranza, senza riuscire minimamente a immaginare che cosa significhi per una pianta vivere e interagire non solo con l’ambiente circostante, ma con il cosmo, noi che ci reputiamo intelligenze superiori, noi che ci esponiamo ai raggi del sole seminudi sulla spiagge estive con i nostri pensieri corti, focalizzati sulle nostre banalità culturali, come far bella figura al ritorno delle vacanze con una bella abbronzatura, ma per il resto, pensiamo che il sole, fonte di luce o calore per noi non fa differenza, basta che dia luce. Noi, non i nostri organismi, che sono il più delle volte più intelligenti del nostro “superiore” cervello “sapiens,” cercano la luce del sole perché sanno decifrarla e impiegarla. Le piante fanno anche di meglio, sono altruiste, non pensano solo a loro, hanno costruito le condizioni perché la vita organica potesse colonizzare mare, terra e cielo. Non riusciamo a immaginare che le piante, oltre a “pensare” in modo del tutto autonomo, sono anche in grado di comunicare e di percepire molte più cose veramente essenziali di noi e di quante noi possiamo immaginare.

Molto, molto tempo prima che noi smettessimo di considerare il sole una divinità, a cui offrire sacrifici tanto sanguinari e crudeli quanto idioti, le piante sapevano già sfruttare la sua energia in zuccheri carburanti per la vita comune, con sistemi biochimici sofisticatissimi, tuttavia non abbiamo ancora finito di sacrificare animali alle improbabili e pervicaci divinità di molte culture umane, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, saremo spettatori dell’ulteriore sacrificio di uno di questi giganti verdi, spezzato, umiliato, soffocato dai decori luccicanti festivi, e condannato come tanti suoi simili più giovani ad una lenta agonia in cui il loro inascoltato gemito di morte si spegnerà fra le luci, le risate e gli abbracci delle festanti famiglie umane o delle loro truculenti cene e pranzi festivi. Queste splendide colonne di vita emanavano la vera gioia quando erano vive, nei luoghi in cui erano nate, fra le pendici montane, con il loro respiro, i loro colori i loro profumi ed poi ricoperte di luci fatue nascondono a malapena la decomposizione mentre sono lasciate ad avvizzire come un triste simulacro di falsa felicità. Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza , la conoscenza scientifica le evidenze di tutto lo scibile di cui disponiamo, della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza continuiamo a considerare le piante come in secoli e millenni di storia umana incolta del passato, e per questo il genere umano è doppiamente colpevole.

Senza contare che perseverare in queste forme culturali di uso indiscriminato delle forme di vita, significa insegnare ai piccoli della specie umana a disprezzarle, invece che ad amarle e non serve poi gridare “Natura, Natura” mentre la si distrugge nelle nostre stesse case, per la nostra proterva ignoranza. E lo stesso genere umano che pretende da vari pulpiti di voler proteggere l’ambiente che pensa di possedere, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra, nemmeno in quei comportamenti abituali, nella mania di tagliare i loro rami non appena siano sviluppati, privandole dei loro polmoni, e in tutti quei gesti apparentemente innocui, ma offensivi che ogni umano piccolo o grande, rivolge verso le piante in genere, come strappare i rami solo per noia e per impulso, rivelando di non aver assimilato affatto la cognizione che una pianta è un animale e che se produce rami e foglie non lo fa per il sollazzo dei bimbi ma per vivere la sua vita, e se non insegniamo nostri infanti di avere rispetto del ramoscello, dell’arbusto o del piccolo albero, non saremo mai capaci di fermare la distruzione delle foreste.

La gioia che esige il prezzo di una vita – quale essa sia – non potrà mai essere una vera gioia. Se si trovasse un arbusto su Marte o sulla Luna grideremmo al miracolo e lo chiameremmo “vita” e faremmo di tutto per proteggerlo, ma qui, sulla terra lo chiamiamo “cosa”, questo vuol dire anche che imparare e ritenere cognizioni senza capire il loro significato sostanziale equivale a non sapere nulla.

Ma gli eventi passano e passa anche l’illusione della gioia festiva, dei fuochi artificiali, degli addobbi e dei decori e quando tutte le luci della festa si spegneranno, più tardi e altrove, si accenderanno le luci dei piccoli roghi dei pezzi del gigante verde e dei tanti piccoli roghi di tanti altri piccoli di giganti verdi che avranno subito la stessa sorte in milioni di case, ovunque nel mondo, in un atroce farsa di sangue verde. Essere nati o fatti nascere solo per essere torturati e agonizzanti in due settimane di falsa allegria. Come si può pensare, se si ha la capacità di intendere, che un albero mutilato dalle radici, possa portare la vera gioia che manca negli spiriti nelle case umane abitate da esseri che non sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che non ha vita propria, potrebbe significare che i veri morti sono tutti coloro che, pur essendo consapevoli, continuano pervicacemente a celebrare una festa della vita che nasce intorno ad una vita che muore mentre ancora anela quella luce solare e quell’acqua piovana che aveva conosciuto nascendo e che gli aveva dato l’illusione del luminoso futuro che gli spettava di diritto. Natale significherebbe Nascita, non morte. Abbiamo pianto per gli incendi che hanno devastato grandi aree di ecosistemi, vale a dire vita vegetale e animale, abbiamo pianto per le tempeste e le trombe d’aria che hanno abbattuto alberi e causato devastazioni, piangiamo o fingiamo di piangere per le foreste tropicali che vengono metodicamente distrutte e piangiamo per i cambiamenti climatici, che sono sicuramente favoriti dall’ingombrante presenza della specie umana su questo pianeta, ma non piangiamo mai per il continuo martirio e massacro di alberi sacrificati alla celebrazione di tradizioni che andrebbero meglio decifrate e vissute per la loro sostanza più che per la forma. La mancanza di sensibilità impedisce la percezione corretta della realtà e induce a commettere errori ed infamie di cui non vogliamo renderci conto da sempre…ma una volta acquisita la consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni perché non agiamo in modo conforme, evitando scelte consapevoli del dolore e del danno che con esse causiamo ad altri esseri viventi? E di queste scelte, siamo “tutti” in un modo o nell’altro, stati o continuiamo ad essere, consapevolmente colpevoli. Fosse anche solo per convenienza, poiché abbiamo bisogno degli alberi letteralmente come dell’aria che respiriamo, invece abbattiamo giganti generosi di vita per trascinarli agonizzanti nella gogna delle piazze delle città tra la folla festante volutamente indifferente alla loro triste sorte e ingiusta fine. Quale senso di gioia può trasmettere una vita che si spegne lentamente tra gli edifici e il traffico o nei saloni delle nostre case? È solo il modo distorto e confuso in cui ci ostiniamo a respingere le evidenze, che ci porta non solo a perpetuare ma ad esaltare i nostri comportamenti più superficiali e deleteri se non perversi. Le piazze cittadine esprimerebbero più felicità con dei semplici addobbi di luci, utilizzando le nostre capacità di simulare artificialmente i simboli di vita, con dei semplici surrogati senza sacrifici crudeli e inutili…che sia rosso e si chiami sangue, o verde e si chiami linfa, il fluido che scorre vuol dire morte…gli aghi degli abeti morenti che cadono sono i rantoli della lunga agonia che sono condannati a subire nelle case umane.

Come ho detto altrove, la vita si difende e si rispetta partendo dalle sue forme più minute e apparentemente insignificanti. Se si vuole salvare la foresta, si deve rispettare il singolo albero e la singola pianta, poiché la vita vegetale sa meglio di noi distribuirsi e interagire con il resto dell’ambiente e non ha certo bisogno del nostro spesso improvvido e incompetente intervento, che di solito arreca più danni e condizioni di pericolo futuro che vantaggi, come fanno molte potature spesso sbagliate, adempio quelle di pini ad ombrello la cui chioma viene continuamente privata dei rami partendo dal basso in modo che l’albero capisce che deve sollevarla per evitare che il “predatore ” di rami mangi tutta la sua chioma e cresce in altezza come le sequoie dello Yellowstone che divennero gigantesche per fuggire alle fauci dei dinosauri che in quelle zone abbondavano. Ma crescendo in altezza il baricentri si sposta in alto rendendo l’albero più esposto ai colpi di vento e ovviamente più instabile anche essendo privato dei rami bassi come bilanciere simile a quelli usati dai trapezisti per mantenere l’equilibrio e infine, le radici sono proporzionali alla chioma perché interagiscono con la chioma pompano tanta acqua quanta ne serve alla chioma e devono fare uno sforzo maggiore per raggiungerla essendo elevata e più lontana, ma non è finita qui, nelle aree cittadine dove il terreno su cui questi alberi (pochi) ancora si trovano, è sempre ricoperto di asfalto o lastricati che impedisce alle radici di respirare e al terreno di arricchirsi delle sostanze rilasciate dalle foglie che cadono, quindi si sollevano per rompere la soffocante coltre di asfalto. Per tutta queste condizioni, “colpevolmente” causate dall’intervento umano; che sorpresa! Spesso i pini cadono in testa alle persone, con o senza la minima folata di vento e distruggono anche i nostri preziosi veicoli.

Quell’albero che è stato ammirato nel Natale appena passato, avrebbe invece dovuto restare fra i pendii di un monte o tra i suoi fratelli dei boschi, a dipingere le pianure di verde, a profumare l’aria delle valli, a offrirsi come dimora per gli uccelli o almeno in un parco cittadino, per attenuare lo squallore delle prigioni di cemento che chiamiamo case. Questo non doveva essere il suo destino, non era nato per questo, né per essere torturato dalla gloria degli orpelli luminescenti festivi che dispensano felicità illusoria come una droga ottica, da aggiungere alla droga delle abbuffate fatte per soddisfare orgasmi organolettici e non per nutrirsi. Tutte cose che non hanno vita, come quella vita che è, era nelle sue foglie e se fosse rimasto nella terra e nell’aria sarebbe stata vita donata a noi anche e che invece lentamente si spegne nello scempio di un bidone della spazzatura in cui non solo il suo corpo si disgrega, ma anche la nostra etica, la nostra coscienza, la sensibilità e finanche la nostra migliore ragione.

In natura, quest’albero sarebbe stato un gigante di sensazioni vitali, mentre nelle nostre case è solo un attaccapanni delle nostre più artefatte illusioni, ma preferiamo godere della loro morte che della loro vita, di quella piena vita che possono offrire per il solo fatto di esistere. Tale è l’insana sostanza della nostra mente e le limitate pulsazioni dei nostri cuori. Se la sacralità delle tradizioni pretende il sacrificio di esseri viventi non può esservi vera gioia né vero amore in esse, solo l’oblio del Giusto e della Compassione. Gli alberi che dovrebbero celebrare tradizioni di altre latitudini ci offrono solo lo spettacolo della loro agonia nelle case e nelle piazze e cosa c’è di più paradossale e folle che celebrare la gioia e il calore della vita uccidendo la vita stessa?

Ed è per questo che il cambiamento climatico è ormai inarrestabile, al pari della nostra inamovibile volontà di non cambiare la nostra mente.

Ennio Romano Forina Dicembre 2018 – Maggio 2020

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Un albero ucciso è morto. Cronaca del Natale 2017

Questa appendice è rivolta ai media, anche quelli internazionali e a buona parte del popolo di Roma che, si è divertito a dileggiare la morte di un albero con un sarcasmo tanto idiota quanto abbietto, da terza elementare. Usando l’appellativo di “Spelacchio” essi non hanno solo insultato la sofferenza e la fine ingiusta di un essere vivente, ma anche l’intelligenza e la sensibilità di chi invece sa vedere la morte, non solo quella dell’albero, ma anche la morte della intelligenza sensibile e del pensiero profondo.

Un essere vivente, un abete, muore anzitempo e ci si preoccupa sopratutto della brutta figura, della sua apparenza, mentre dai loculi pubblici dei “social”, spuntano come funghi tutte gli zombi insensibili, senza compassione né anima, facendo a gara per ricoprire con lazzi e sarcasmi vomitevoli e impietosi quella vita nell’ultima fase della sua agonia. Fingendo di scandalizzarsi, anche o solo per lo spreco di denaro impiegato per avere e per trasportare un cadavere “in fieri” e peggio ancora, ci si preoccupa che la sua agonia non sia durata abbastanza a lungo per far gioire il popolo vorace di “feste”.

Questo è il progresso etico, la consapevolezza del valore della vita esistente? Ripianteranno 10, 100, 10.000 alberi? E che differenza fa? Dove sono i princìpi dei cambiamenti, i segni di evoluzione della mente e dei comportamenti? Quest’albero era stato ucciso comunque. Popolo stolto, che irridi la morte altrui, se non sai sentire la morte degli altri, sei tu che non sei affatto vivo! – Era sacrificato per niente in ogni caso, anche se fosse riuscito a dare una illusione di vitalità mentre si decomponeva lentamente. Allora dobbiamo invidiare tutti gli altri cadaveri decorati sparsi nelle piazze e nelle case del mondo perché hanno solo impiegato più tempo a decomporsi? Questa per me non è festa, ma una dolorosa constatazione che niente è cambiato e niente cambierà finché la mente umana resterà sempre ottusa a raccontarsi le stesse vere storie di orrore travestite da false favole.

Possibile che questo stupido mondo umano, non sappia che la gioia e la morte non possono coesistere?

Alberi di Natale e bestie da macello; è la stessa cosa, il fatto è che non esistono bestie e alberi da macello. Esistono animali e alberi e VERITA’ da noi bestialmente macellati.

Ennio Romano Forina 2017/2020

Lettera Aperta Sulla Questione Animali

Il mondo degli umani non si divide in buoni e cattivi come spesso si pensa ma in individui che sono capaci di sentire e altri che non hanno questa facoltà. Facoltà che del resto, come per tutte le virtù, si può coltivare e far crescere o inibire.

Ma a volte, sono le paure e le angosce nascoste nel profondo di noi stessi che impediscono le giuste riflessioni e rendono sopportabili le azioni più orribili così come accettabili le categorie culturali artefatte e insulse.

Non c’e un popolo di questo pianeta che in qualche segmento di tempo della propria storia non abbia commesso crimini orribili dei quali nemmeno si vergogna, crimini verso altri popoli e all’interno della sua stessa società, ma tutti i popoli hanno da sempre compiuto e commettono continuativamente, crimini inenarrabili verso il mondo animale.

Conan Doyle fa dire al suo magnifico personaggio Holmes: “Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno mai, in nessuna occasione, osserva”, ma ancora di più, non c’è animale vivente che possa o voglia deformare e nascondere queste evidenze più dell’animale umano.

Sì, perché la specie umana è una specie animale, nonostante i vari tentativi di tutte le religioni e in tutti i contesti sociali, (anche quelli relativisti e laici) di collocarla in qualche improbabile olimpo abitato da semidei. Una specie eletta, concetto tristemente affine a quello della razza superiore, sola ad avere un destino principe, sola ad essere fornita di una prerogativa e di una garanzia speciale di sopravvivenza oltre il mondo visibile.

Da sempre gli “illuminati” cultori della scienza hanno provato a comprendere e decifrare i segreti degli organismi viventi osservandone l’aspetto, giudicandoli secondo parametri antropomorfici e partendo dal presupposto che essi sono comunque attori per istinto ma incapaci di pensare razionalmente e sentire emozionalmente. Questi presupposti sono ancora operanti in larga misura nel mondo scientifico ufficiale tanto quanto nelle coscienza diffusa di istituzioni e popolo e nella didattica dei media. Quanto più poi un animale si comporta in modo servile e vagamente simile a quello umano, tanto più viene gratificato con qualche blando attestato di intelligenza ma ancora oggi stereotipi e parallelismi falsi sono radicati nelle pigre coscienze collettive rivelando che ben poco progresso sia stato fatto nella comprensione della vita sulla terra. Il proto-medico romano Galeno praticava disinvoltamente la vivisezione degli animali per capire i meccanismi vitali e le funzioni dei vari organi senza porsi problemi di etica, e nei secoli a seguire, l’umanità ha continuato a giocherellare con gli esseri viventi senza considerazione e senza pietà, dimostrando di non possedere affatto la capacità tanto vantata di una superiore etica, o dimostrando ancora più tristemente di inibirla per convenienza.

Se le culture religiose fondatrici delle attuali congregazioni “spirituali” hanno fatto nulla o poco per la conoscenza e l’evoluzione del rapporto con le altre creature viventi (ignorando totalmente il fatto che, riferendosi a un unico creatore di tutti i mondi visibili e invisibili va da sé che quelli che noi chiamiamo animali in senso dispregiativo sono esseri generati e altrettanto preziosi, dallo nostro stesso Creatore), anche la scienza laica ha dimostrato largamente la stessa ottusa miopia riservando alla specie umana un primato abusivo e lasciando che la morale comune così plagiata facesse scempio e strage di tutto il resto senza alcuna riflessione.

L’ “Agnello” sulla croce, nell’ultimo sospiro di vita terrena, invocava il Creatore-Padre supplicando il perdono per i suoi assassini che non sapevano quello che stavano facendo, ma in realtà essi erano perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo come noi lo siamo di quello che accade negli allevamenti e nei mattatoi di tutto il mondo.

I tempi in cui la nebulosa ragione umana costruiva miti a sostegno delle proprie ambizioni predatorie e dominatrici non sono ancora finiti. Così la religione prima e la scienza poi, creano categorie mentali per sostenere la validità dell’uccisione e della tortura senza limiti per gli animali.

È cambiato qualcosa forse? In piccola parte, umani particolarmente dotati di una sensibile intelligenza e grazie anche alla diffusione globale della conoscenza della biosfera, si impegnano generosamente nella difesa dei diritti e della vita degli altri esseri viventi, ma la realtà tecnologica che muove e controlla la produzione d”energia” alimentare su questo pianeta ha generato una nuova deforme morale, una artefatta koinè etica alla quale tutte le culture si attengono comodamente, nonostante le differenze.

Altri, molti altri, nel passato e ancora di più nel presente, continuano tranquillamente a rapinare gli animali delle loro vite, nel modo brutale di sempre ma con molti più pretesti, facendoli protagonisti e oggetti dei loro giochi “sportivi” di morte, come dei loro conflitti. Ancora una ricerca scientifica obsoleta e fallace, che sperimenta su loro ogni tipo di sostanza tossica, li sottopone a torture di ogni genere e intensità, alle radiazioni più nocive, alla dissezione in vivo dei loro cervelli, tutto nella asettica realtà delle sale dei numerosi laboratori della vivisezione sparsi nel mondo che agiscono principalmente in nome del profitto, con ben poco controllo, (nonostante vi siano nuovi, più affidabili e promettenti metodi di ricerca grazie al progresso dell’informatica e della microbiologia molecolare), spesso ripetendo esperimenti già eseguiti all’infinito per pura didattica o peggio e i cui dati sono stati già elaborati e acquisiti, su organismi comunque molto diversi dai nostri.

Quale ipocrisia, sostenere la validità di questi arcaici e barbarici strumenti di conoscenza e allo stesso tempo promuovere qualche blando atteggiamento compassionevole verso alcune di queste vittime. Come se nei lager nazisti ci fossero stati degli incaricati per dare carezze e far giocare i bambini prima di asfissiarli nelle camere a gas. Negli allevamenti-lager di tutto il mondo si “lavorano” e vengono ammazzati maiali e polli a decine di migliaia, ogni giorno. Che tipo di cure e dolce morte si può pensare che questi esseri viventi possano ricevere da una industria della carne così feroce e ingorda? Quando si uccidono degli esseri viventi si è comunque assassini e lo siamo tutti in qualche misura, direttamente o indirettamente, solo che alcuni lo sono occasionalmente, per necessità o debolezza di intento o reale ignoranza, mentre altri sono volutamente e perversamente dei “serial killers”, spesso per motivi futili e mai, come in questo tempo, la parte più consistente della società umana è composta da questi ultimi.

Si dice spesso che questo è quanto accade in Natura e dunque non facciamo altro che seguire le regole naturali. È vero solo in parte e inoltre, non abbiamo noi sedicente specie evoluta, superato le “bestie” e stabilito comportamenti e principi esistenziali di più alto livello? L’amore altruista, la compassione e la pietà non sono forse prerogative della specie umana?  La Natura non stabilisce regole e non codifica leggi, altrimenti sarebbe una immensa, monotona noia viverci dentro ma fornisce molte e diverse risposte e soluzioni al problema della sopravvivenza degli organismi e se è vero che noi siamo così evoluti e intelligenti e così eticamente superiori dovremmo saper scegliere fra i vari, incruenti metodi che dalla Natura sono già realizzati e utilizzati come i vari tipi di simbiosi.

La specie umana non ha inventato lo scambio di merci, largamente praticato nelle relazioni animali, vegetali, soprattutto. Perché noi dovremmo comportarci da predatori quando i nostri corpi rivelano inequivocabilmente una vocazione diversa?  Perché eravamo da sempre dei raccoglitori di cibo abbiamo sviluppato in modo eccellente la tecnologia delle mani e questo ha anche favorito la costruzione di linguaggi più articolati e complessi e di primitivi sistemi di calcolo. Altri organismi si sono specializzati in modi  che consentono loro di essere quello che sono e di sopravvivere in virtù di quello che i loro strumenti possono procurargli.  Così essi hanno zanne e artigli, anziché denti e unghie, corrono veloci, volano o nuotano in miriadi di forme  e funzioni. La nostra struttura morfologica e organica non è quella di un predatore carnivoro, il nostro intestino è troppo lungo e le carni ingerite impiegano molto tempo tra le sue pieghe tortuose rilasciando pericolose sostanze al suo interno, l’apparato digerente fatica a digerire e metabolizzare la carne e deve subire l’azione deleteria e prolungata dei grassi insaturi e anche delle pericolose sostanze additive. Ogni serio nutrizionista avverte spesso dei rischi legati al consumo eccessivo di carne invitando a una complementazione alimentare costituita da dosi abbondanti verdure, frutta e semi.

La nostra dentatura è inadatta a lacerare la carne salvo un lieve sviluppo di canini, generato dall’ultima glaciazione che costrinse gli umani a cibarsi di animali morti o uccisi per mancanza di vegetali e a conciare le pelli con i denti per difendersi dal freddo, trasmettendo così ai discendenti le caratteristiche genetiche dei denti canini. Le nostre mani non sono adatte ad afferrare le prede vive, corriamo troppo lentamente anche per una semplice lucertola. Le nostre zanne e i nostri artigli ausiliari sono costituiti da sassi, frecce, coltelli e forchette e senza il fuoco per cucinare, sarebbe davvero difficile continuare ad essere carnivori.

Ma l’aspetto più sconcertante dell’attuale società umana è nel suo mai dismesso antropo-centrismo, che altro non è che l’estensione del pensiero tolemaico della Terra al centro dell’universo.

L’umanità attuale non può negare che la Terra sia un suddito del Sole come gli altri colleghi del sistema planetario e non viceversa, ma non ha mai smesso di riservare a se stessa la posizione centrale di dominio e predilezione rispetto alle altre forme viventi.

Pensatori molto antichi come Pitagora, Leonardo da Vinci e altri ancora, sembra avessero capito l’evidenza delle diverse forme di intelligenze naturali. Siamo ancora principalmente figli di un illuminismo miope, tecno-verso e relativista che rappresenta il più potente motore di questa immensa macchina tecnologica e finanziaria che domina il mondo regolandolo a sua discrezione ed è attiguo e conforme allo spiritualismo miope e antropocentrico di molte religioni.

È molto comodo e remunerativo continuare ad attenersi all’assioma dell’uomo “sacro” e dell’animale come risorsa per volere di Dio o dello Stato. Non si inventavano ragioni simili per giustificare l’utilizzo di schiavi nelle colonie es. nei latifondi americani? Almeno i popoli antichi come i romani,  non inventavano false motivazioni, chi perdeva la guerra diventava schiavo come regola del gioco, ma non si metteva in dubbio la loro identità, anzi, spesso  gli asserviti di altri paesi erano molto più colti e progrediti dei loro vincitori e diventavano tutori, insegnanti e consiglieri dei loro”padroni” mentre la società schiavista dell’era moderna falsificava le evidenze affermando che i negri erano subumani e dovevano sottostare alla schiavitù e alla ghettizzazione. Esattamente come noi ora pensiamo e agiamo nei confronti degli altri animali, e non ha valore, se ho sentito bene, il definire gli animali, quelli più simpatici, come risorsa affettiva e altri come risorsa alimentare, gli animali non sono una risorsa degli umani, sono esseri viventi generati da una natura che non prevede l’istituzione di classi sociali.  Comunque, senza un profondo e sincero rapporto affettivo, il contatto con gli animali non porta alcun vantaggio, e chi ha davvero la capacità di essere “toccato” dall’intelligenza e dalla sensibilità e dal ricambio di adamantina, sincera affettività che sopratutto loro sono in grado di dare, non può ignorare l’intelligenza e la sensibilità anche di tutti gli altri.

Quelli che giocano alla guerra e si sentono eroi spappolando uccellini con potentissime armi da fuoco, non capiscono che ad ogni colpo e animale fatto a pezzi, anche la loro possibilità di elevarsi a livelli superiori si perde in frammenti del nulla, e poiché non esiste pena più grande, dolorosa e insanabile del rimorso, nel caso in cui un giorno essi acquisissero coscienza degli inutili dolorosi massacri si renderebbero conto di essere gli unici fattori del loro personale inferno.

Dire che gli animali sono esseri viventi ma che in fondo non amano e non soffrono come noi rivela menti dal pensiero circoscritto, abilitate a valutare e gestire banalità e sentimenti rudimentali.  Così come le grandi religioni hanno assimilato senza obiezioni le usanze barbare e ottuse dei tempi precedenti continuando a scannare agnelli e cuccioli per tradizione e per far festa, anche adesso, che siamo così progrediti, il tessuto e le corporazioni scientifiche e commerciali depredano la vita oggettivizzandola e trasformandola in semplici “prodotti” così che consumatori superficiali e apparentemente inconsapevoli possono utilizzare come cibo i corpi  fatti a pezzi degli animali chiamandoli con altri nomi. Se non si deve seguire il processo intero del “prodotto” finale messo in vendita è più facile metabolizzarlo in modo diverso prima ancora di averlo masticato e digerito. Questo implica il fatto che la realtà degli ignobili allevamenti e delle brutali esecuzioni degli animali resti totalmente occulta e ignorata. La scusa è che la necessità di sfamare i popoli sia prioritaria ma su questa ragione si sovrappone la tanto ricercata gratificazione del senso del gusto che ha un alto valore di mercato e giustifica tutti gli eccessi e gli sprechi di cibo, la conseguenza è che in nome di ciò che è necessario si avvia una industria globale che supera enormemente il fabbisogno “necessario” e agisce solo in nome del profitto ad ogni costo, determinando un aumento esponenziale della attività predatoria sulle specie viventi e la realtà tragica degli allevamenti e mattatoi.

Per di più non penso che lo stato delle cose possa cambiare nel prossimo futuro né in quello più lontano per una nostra acquisizione di coscienza o senso di giustizia. Gli obiettivi e gli sforzi pur nobili delle migliori associazioni animaliste e delle leggi a tutela degli stati meno barbari è ben poca cosa rispetto alla dimensione del massacro che si attua ogni giorno, ogni secondo, sulle creature viventi.

Chi legge queste righe non le assimili alle categorie facilmente degli  “animalisti”,  perché chi coltiva la sensibilità cercando al tempo stesso la ragione delle cose, non appartiene a nessuna categoria. I falsi filosofi e i falsi scienziati si inseriscono nei recinti comodi delle aggregazioni e delle corporazioni, orientano le loro valutazioni secondo la parte politica nella quale si sono inseriti, diventano seguaci di correnti di pensiero che ignorano ciò che è al di fuori dei loro interessi. Ma agli animalisti sinceri, rivolgo un messaggio, l’informazione e la visione degli orrori commessi sugli animali è doverosa e indispensabile, ma purtroppo non serve a nulla. Salvare il panda o le balene dall’estinzione quando si continua allegramente a scannare agnelli e maialini per tradizione, è un abbozzo di generosa virtù ma non risolve il problema primario dell’olocausto animale.

E l’umanità, proprio perché dotata di una maggiore capacità di auto-riflessione soggettiva, avrebbe potuto capire da sempre che la predazione e l’uccisione di altri esseri viventi per la propria sopravvivenza è solo uno dei possibili metodi di sopravvivenza, mentre ce ne sono altri, efficientissimi e incruenti, evidenti e sostenibili. Invece la specie cosiddetta superiore ha scelto sopratutto di praticare quello più barbaro e primitivo contraddicendo se stessa e le proprie aspirazioni. Si tortura e uccide per sport, per vanità, per divertimento, per occupazione di aree, si uccide per disprezzo e per disgusto o per fastidio, si distruggono gratuitamente ecosistemi e territori abitati da altri, si uccide per andare più veloci.

  1. Il cibo, si dirà è necessario e il mondo è pieno di popolazioni affamate e anche nelle città e nelle campagne delle zone più ricche esiste la fame; questo è un altro problema del quale conosco tutte le risposte che allungherebbero di molto questa esposizione di fatti, ma anche ammettendo di non poter fare a meno per ragioni umanitarie di disporre degli animali in questi modi, allora non possiamo vantarci di essere quello che non siamo, attribuendo a noi stessi una sacralità non confermata dai fatti.

Nessuno può contestare che noi siamo immensamente più feroci e spietati di qualsiasi altro animale in natura, se solo volessimo instaurare condizioni diverse da quelle in atto nella generale lotta per la sopravvivenza, allora potremmo con orgoglio tirarci fuori dal crudele contesto naturale. Che lo si faccia in minima parte e solo per via di pochi soggetti non è sufficiente a collocarci, come specie, a livelli così elevati.

Per quanto mi riguarda, non penso che la mia vita nell’universo sia più importante di quella di un lombrico, anche se la difenderei a scapito del lombrico o di altri più feroci animali per il solo istinto di conservazione, ma mi dispiacerebbe comunque di dovermi tristemente attenere al terribile teorema “mors tua vita mea”.

Il predominio degli uomini durerà forse molto a lungo imponendo agli altri esseri viventi di continuare a nascere e morire nell’inferno che hanno costruito per loro, per questo, a differenza degli altri sinceri, appassionati relatori e difensori dei diritti degli altri esseri viventi, piuttosto che invocare la salvezza dall’estinzione perpetrando le loro sofferenze e questo ingiusto olocausto, io spero che gli animali scompaiano tutti, lasciando noi, vincitori e dominatori del nostro alla e persi in questo mondo,  nella squallida solitudine delle nostre anime deserte a tal punto che la nostra ultima destinazione potrebbe non essere il paradiso degli eletti che che da sempre  pensiamo di meritare, ma la follia.

Ennio Romano Forina

Lo Sguardo dell’Anima

Vi sono due modi di guardare le cose. Con lo sguardo della mente e con quello dell’anima. La vera differenza che esiste tra noi e il resto del mondo vivente è che gli animali tutti, compreso gli animali che noi spesso chiamiamo con spregio “vegetali”, osservano e interagiscono nella vita per mezzo dello sguardo dell’anima, mentre il genere umano privilegia da sempre quello della mente.
L’anima guarda e considera le cose secondo ciò che è bene nel grande scenario della Vita, la mente al contrario, vede solo quello che conviene nel particolare, per questo l’anima è per sua natura altruista e aperta alla conoscenza e impara e può crescere, mentre la mente è sempre egoista e preclude qualsiasi conoscenza che non serva a soddisfare i suoi bisogni individuali o di aggregazione, e i suoi egoismi e si ripiega su sé stessa, ripetendo quasi sempre gli stessi errori perché è troppo concentrata su quello che è utile e non su quello che è giusto e sano. La buona o la cattiva natura del genere umano e di ogni singolo individuo alla fine, dipende dalla scelta di affidarsi allo sguardo dell’anima o al contrario, a quello della mente. La guida della mente serve come è sempre servita per la sopravvivenza il benessere e per il progresso scientifico, ma se lo sguardo della mente prevale su quello dell’anima, la natura umana sarà senza difese da opporre alle infezioni delle forze egoistiche, ottuse e distruttive,      

Ennio Romano Forina

Vegan Poem / Parte II

Chi avrebbe detto che anche per noi

un giorno il sole potesse spegnere i suoi raggi?

E che un invisibile nemico si nascondesse ovunque

per colpirci come noi da sempre

colpiamo gli animali?

Abbiamo sporcato questo mondo

di asfalto, plastica, cemento e sangue,

un gioiello splendente verde e azzurro

ora è solo grigio e rosso, rosso di sangue

un immenso macello,

devastazioni e sconfinate foreste annichilite

e usiamo nomi falsi per nascondere le cose,

siamo sarcofagi viventi, cuori pietrificati, anime vuote

divoratori di corpi morti

appena prima della putrescenza

che le confezioni, i veli di plastica

e allettanti etichette di vivaci colori

rendono accetti, come tutte,

della mente umana le illusioni.

Zampe e cosce di corpi appesi

e animali squartati e fatti a pezzi,

che nei supermercati sembrano allettanti

ma se visti schiacciati sull’asfalto,

con le viscere schizzate dagli addomi

e le mirabili gemme luminose degli occhi

spente e vitree come giada infranta

farebbero nient’altro che ribrezzo,

perché la mente umana guarda,

senza voler vedere quello che è vero

ma solo quello che conviene.

Né la mistificata morte violenta

dell’animale fatto a pezzi nelle confezioni

e sulle tavole imbandite fa ribrezzo,

mentre nel corpo dell’animale ucciso in strada

la morte non si può evitare nella sua brutale essenza,

poiché la mente umana sa che la morte altrui

vuol dire anche la nostra

lo stesso può accadere a noi

e infatti accade spesso,

ma nella morte esposta degli animali uccisi

c’è una scaltra e perversa mistificazione,

diventa cibo, tutta un’altra cosa,

questa è la sola differenza per noi

anche se la morte è sempre morte

e la vita è sempre vita,

non esiste una morte minore di un’altra,

meno brutale, meno crudele e più giusta.

Ma la mente umana ha le vie di conoscenza

occluse da egoismi antichi e senza fine.

Avremmo potuto, dovuto esser diversi,

ne avevamo il potere e la ragione

ma abbiamo fallito nello scopo

di raggiungere una vera evoluzione.

E ora siamo in pochi, con le nostre parole

e le nostre urla aspre di dolore

contro questa realtà orrenda

e noi che amiamo la vita universale

siamo incolpati di essere violenti

proprio da quelli che violentano la vita,

giudicati per le invettive e gli insulti

che non saranno mai duri come l’insulto del loro piombo,

delle loro lame affilate

delle vili frecce vili e delle trappole malefiche

che schiantano ossa e zampe

di animali che già a fatica sopravvivono

nelle poche riserve assediate dalle strade,

dagli incendi e dai veleni,

senza più acqua, senza più rifugi,

trappole orrende nel pensiero e nella mente

che le ha costruite e li imprigionano

fra le ganasce immonde presi nel dolore atroce

senza poter sfuggire, restando increduli da tanta cattiveria

noi che ogni giorno ci crediamo superiori

per aver tolto il fango dalle nostre tane di cemento,

ma il fango sporca solo il corpo e si può lavare via

il sangue invece sporca l’anima per sempre.

Vadano a caccia di immagini di vita con filmati e foto

e noi cambieremo i nostri insulti in lodi.

Si chiama “caccia” per i cacciatori

ma cacciare evoca avventura, sembra quasi bello

loro credono in questo, che lo sia davvero

mentre sono solo predoni,

Come zombi, insensibili questi eroi del nulla,

che si rivestono di gloria e di avventura,

mimetizzati, per celare da sicari un assassinio

colpendo alle spalle o in un agguato,

come se andassero ad affrontar nemici

muniti delle stesse armi in un duello vero.

Nemmeno la vergogna della lotta impari li ferma,

la gloria dei duelli antichi nella loro idiozia,

almeno prevedeva armi leali e pari

questa invece è vile gloria, gloria del nulla

e se ne vantano persino senza pudore di esibir trofei

strappati con l’inganno e la prepotenza,

come se avere un’arma in mano

fosse davvero il segno del coraggio,

il coraggio viene solo dall’arma di un cuore

che ama e non uccide, quello è coraggio vero,

non la canna e il grilletto di un fucile.

E si appostano, nascosti nei cespugli e plagiano

altri animali ingenui come i cani,

sfruttando biecamente la loro innocenza

no, non sono cacciatori è una menzogna

non sono altro che predoni, uccisori,

macellai, è una mestiere non un insulto, vero?

é quel che fanno, dunque è questo il nome vero,

non si dovrebbe chiamare caccia, ma uccisione,

Il fucile e le pallottole sono entrate nella loro mente

sono le zanne predatrici di prede che non servono

ma essi non sono nemmeno predatori,

i predatori veri inseguono la preda per vivere un sol giorno

gli uccisori per passare il tempo e sfogare le loro frustrazioni

questa è la differenza, se anche fossimo noi costretti

dalla forma dei corpi ad esser predatori,

ma non lo siamo e chiunque afferma il contrario

sa senza pudore di mentire.

E le pellicce, di cui tante donne vanno fiere,

proprio loro, vittime da sempre di prepotenze infami

che subiscono la brutalità della predazione dell’uomo

e della prepotenza in mille modi perversi

posano, sorridenti coperte di cadaveri fatti a pezzi

a cui è stato con gli artifici della mistificazione

tolto l’olezzo della morte,

girano in involucri di pelli, senza i corpi degli animali

per coprire altri corpi senza anime.

E sorridono, con quel sorriso sinistro, senza gioia che disgusta,

come il volto e lo sguardo freddo e senza compassione

che ho notato di una star del cinema,

e mi chiedevo perché i suoi occhi erano vitrei e morti

perché conosco lo sguardo freddo di chi muore,

il suo era lo stesso, poi sento che dichiara con vantato orgoglio

di sgozzare agnelli nella sua fattoria con le sue mani

e ho ottenuto insieme la risposta chiara

e la conferma ancora un’altra volta

che dallo sguardo si rivela un’anima se c’è,

solo in quel caso.

Vile, è un insulto? Gli uccisori, i predoni si offendono?

Come possiamo dire allora: duello impari?

Ma se non è nemmeno un duello,

quelli che vengono massacrati per divertimento

sono anime e vite che vivono tranquille,

uccise in agguati e a tradimento,

perché sanno esser felici di essere, fanno famiglie,

si uniscono senza mai tradirsi,

costruiscono il nido o trovano una tana,

fanno le loro prole e ne hanno cura,

come fa qualsiasi altra madre,

ma gli uccisori spezzano l’incanto,

che non sanno provare nelle loro spente e aride famiglie

altrimenti non avrebbero bisogno

di andare a distruggere le vite e le famiglie altrui,

per sentirsi eroi sazi di sangue e della loro gioia.

Sono i Caini, che non sopportano

di Abele la gioia di vivere nel sole e produrre nuova vita

e persino offendono quella libertà di vivere,

per libertà intendono solo la loro,

la libertà di vivere degli altri non importa

e chiamano libertà accettare d’essere uccisi dalla prepotenza,

quello vuol dire esser liberi?

Ma se loro sono liberi e gli altri sono schiavi

chi decide chi debba esser libero e chi schiavo?

Una guerra di secessione umana?

La storia umana è costellata di stragi

decise dai più forti che dicevano sempre

di avere un dio dalla loro parte

e che i deboli e gli sconfitti erano fatti in fondo

per questo, il loro destino era di esser schiavi dei più forti

e dicono di essere per la pace e di amare la natura

che è fatta di vita e l’amano uccidendola

come l’amante che non sa amare uccide

perché in lui o lei non c’è ombra di amore

ma solo invidia dell’amore altrui.

E saremmo noi i violenti?

Io la chiamo prepotenza bruta mi dispiace,

il linguaggio lo so usar bene da sempre

il significato preciso delle parole è micidiale,

perché non ammette scuse e distorsioni

chi usa la violenza, diceva un grande illuminato,

sappia che quella stessa violenza sarà a lui restituita

e la vera violenza verrà anche per loro

sicura nell’ultimo attimo di vita,

cosa si porteranno dietro dunque allora?

Li ucciderà una semplice domanda,

ancora prima della morte stessa

perché si muore tutti prima o poi,

ma il biglietto che serve a continuare il viaggio

può comprarlo solo l’anima che

nelle sue segrete tasche è d’amore piena,

e si chiederanno:

“ Ma cosa ho fatto io in quest’arco di tempo?

Ora che sono giunto al termine delle mie nefaste imprese

e un’altra canna di fucile che non sbaglia mai un colpo

ora punta su me, pronta a sparare e colpirmi senza scampo?

Porterò la pelle del leone ucciso a marcire nella tomba?

La testa del cervo e le sue corna?

Il profitto della tortura immane degli allevamenti?

Hanno mostrato trofei ignobili, pezzi di corpi ai loro amici

che hanno fatto solo finta di ammirare

il loro improbabile coraggio,

semmai invidia, per i trenta denari spesi

concessi ai satrapi della ragion di stato,

che dovrebbero invece salvare e custodire

la preziose forme di vita ereditate

per avere la licenza di spegnere

i cuori pulsanti di selvaggi e esseri viventi

solo per divertimento, un malefico colpo e una nobile
vita è spenta nel sangue e nella polvere.

Per sentirsi onnipotenti nel distruggere null’altro .

Spesso portano i loro cuccioli umani

pensando che l’impressione crudele

valga per essere ammirati e amati

non sono nemmeno sicuri della stima dei loro figli,

mogli, amanti amici,

vogliono farsi ammirare sembrare grandi ai loro occhi.

Miserabili cuori vuoti, anime marce,

non ci sarà nessuna ammirazione, nessun vanto,

nessun orgoglio, solo un arido cuore per i vostri figli

che così non sapranno mai dare carezze, ma solo offese,

quando i potenti fucili prenderanno il posto di un’anima.

I criminali di ogni tipo e luogo che hanno famiglie

e conquistano ricchezze

non capiscono che quelle ricchezze non serviranno a nulla

se condannano i loro amati figli e la discendenza

a vivere in un mondo peggiore dell’inferno

dove ognuno impone la sua forza e non si ferma solo agli animali

un inferno che loro stessi fanno diventare vero

dove altri demoni come loro nel delirio dell’onnipotenza

si faranno vanto di levare ai loro figli la pelle

e di versare il loro sangue

nella perenne umana lotta di competizione,

che sia fatta con le clave, con missili e armi di ogni tipo o sorta

o con il semplice potere del denaro

il culto della prepotenza farà

del loro presunto paradiso in terra

l’inferno, e la loro certa dannazione.

Appendono nelle loro ricche abitazioni

i pezzi e le pelli di cadaveri

salvati con artefici dalla putrefazione

ma la putrefazione dell’azione resta in loro

quella non si può trattare

uccidere è questo; fa putrefare l’anima

e l’olezzo di un’anima putrefatta

è molto più nauseante, orrendo e persistente

di quello di un corpo, quello viene digerito

e presto trasformato in altra vita,

l’anima no, puzza per sempre.

Che strano in questa lingua

non esiste un termine preciso per definire

chi non combatte ad armi pari

vile non è la stessa cosa, vile è colui che scappa

non chi tende un agguato

come si dovrebbe chiamare allora “carneficiatore”?

mi sembra che non funzioni,

certo, la viltà è implicita nel colpire alle spalle e di nascosto,

poiché chi si nasconde mentre uccide

a distanza è sempre vile,

si può nascondere dietro la canna di un fucile

con arco e frecce o una balestra è viltà lo stesso,

quindi non serve una parola nuova, “vile” va bene.

E quindi loro si lamentano dei nostri insulti

mentre insultano a morte i nostri sentimenti

e ci costringono ad assistere

senza poter far nulla, inermi all’atroce sofferenza

per la vita che amiamo davanti ai nostri occhi

distrutta, umiliata, squarciata,

e si vantano persino di questa loro libertà,

di privare brutalmente noi dei nostri fratelli

e noi non dovremmo nemmeno piangerli e stare zitti?

Ma se non usiamo le parole

come lo fermiamo il loro piombo?

Con le preghiere agli dei che voi dite sempre

sono dalla vostra parte, la parte umana?.

Sapendo che fanno sanguinare i nostri cuori

che feriscono insieme a tutti quelli degli animali uccisi.

Noi invece del piombo usiamo le parole

che gridano forte di dolore

nella nostra libertà siamo fratelli degli esseri viventi

ma i predatori sentono il diritto di togliere

a noi il diritto di essere fratelli e sorelle

a quelli a cui loro vogliono

spezzar le ossa e togliere le viscere e la pelle

e dobbiamo accettare questo come un ipocrita

esercizio di libertà, mentre è un sopruso?

C’è qualcosa che non quadra.

Lo stesso vale per chi toglie la libertà e la vita

e tortura nella prigionia infame

altri esseri viventi per decorare la propria pelle

e gli abiti di sofferenza e morte,

donne vane, deboli pensanti, cuori di stoffa,

che indossano sorridendo orgogliose le pellicce donate

riflettano sul fatto che se un uomo

per farsi amare regala una pelliccia,

vuol dire che non sente e non ha veri sentimenti

e se non ha compassione per il cuore dell’essere vivente

a cui indifferente ha strappato la vita

poi non l’avrà nemmeno per loro

quando la bellezza sarà sbiadita

e una pelliccia addosso di certo non le farà

restare belle anzi, accentuerà la differenza.

Quante donne venali, che superata la bellezza antica,

si vestono invano con gli orpelli della morte,

ma quando non saranno più belle come prima,

non sarà certo il pelo folto della sofferenza

a restituir loro il fascino perduto,

saranno solo goffe, ridicole, squallide e pietose,

mentre sarebbero sempre luminose e belle,

indossando l’immortale bellezza della compassione,

dell’anima ricca di sentimenti ed emozioni

quella bellezza non si sciupa mai,

e allora sì, degne d’essere amate senza fine

dagli uomini migliori in ogni loro età,

non dai bastardi che le tratteranno

con uguale indifferenza con cui hanno ignorato

il dolore della tortura e della morte,

la pelliccia varrà più del loro viso senz’anima

e del loro sguardo perso e folle

persa l’illusione che quello fosse amore

ma non ama mai chi non sente compassione

è solo falso amore se include il costo del disprezzo

per la vita di un essere vivente,

quando per loro sarà opportuno

le metteranno nella spazzatura dei ricordi

per cercare altra carne senz’anima più fresca

a cui regalare un’altra pelle di dolore intrisa.

Ed ora un diverso cacciatore irride

alle potenti armi che abbiamo costruito,

ci insegna che le ambiziose torri dell’orgoglio umano,

che le potenti armi e la nostra prepotenza,

non servono a nulla contro l’intelligenza della vita,

a cui dovremmo essere grati invece

di rapinarla di altra vita insoddisfatti,

perché non sappiamo vivere la nostra.

L’intelligenza che ha consegnato gli strumenti

per costruire nuove realtà buone per tutti,

ma non per essere tiranni, dominare

e opprimere e sopprimere libertà e vite a piacer nostro,

forse ora ne verremo fuori senza imparare nulla

la pandemia passerà, come una lezione inascoltata,

la memoria corta degli umani li porterà a divorare

tutto ciò a cui hanno dovuto per poco tempo rinunciare

e il circolo vizioso si chiuderà fuori del pericolo per noi

ma pesando ancora più sugli animali,

nel veleno delle stesse coscienze ancora addormentate.

Ma il circolo vizioso è una via folle e senza sbocco,

alla fine c’è solo un precipizio e la dissoluzione

l’anima è come un drone, che elevandosi al di sopra

della follia umana, vede chiaramente

ciò che la vista corta impedisce di vedere

quello che è in fondo alla direzione scelta

ma per vedere questo occorre

un’anima in grado di volare.

Insieme alle nuvole nel cielo

veleggiano anime vaporose di cangianti piume

bagnandosi di sole e fresca brezza

come punte di frecce composte da cuori palpitanti

ma non è il vento a spingerle come le nuvole sospese

che scivolano senza fatica nei fluidi sentieri aerei,

a far navigare decise queste ali piumate nella tersa aria

è la loro gioia di esser vive e avere una direzione,

trasmigrare, sfuggendo l’asprezza degli inverni

per nutrirsi e diventare forti

per la rinascita in una nuova stagione,

anime che volano alte con un cuore

che serba la memoria delle altezze

e negli occhi orizzonti lontani ma sicuri,

esse volano sì, ma con grande fatica,

le loro ali sfidano il peso e la distanza,

solo i loro generosi cuori danno a queste ali

l’incredibile forza che serve per solcare i cieli,

esse non sono come nuvole impalpabili e leggere,

devono contare solo su se stesse

e sul loro indomabile volere

e sulla scia dei turbini di altre ali sorelle

volando insieme in un vascello fatto d’aria

per compiere l’aspra e faticosa traversata

spinte da quell’unica energia d’amore

che unisce tutti gli esseri viventi.

Ma al suolo, nascosti fra infide rocce,

si celano due occhi di rosso sangue pieni

e insieme ad essi, altri due neri occhi vuoti

che contengono null’altro che la morte.

I primi due sono occhi umani,

che erano fatti un tempo per provare meraviglia,

invece sono così pieni di vuoto e torbidi pensieri

che da essi l’anima, nauseata, è già scappata via

cacciata dai dèmoni della predazione

per il sadico sapore dell’onnipotenza,

gli altri due neri e torvi occhi invece,

sono i fori delle canne del fucile

puntati per lacerare e offendere quel cielo,

al cui interno altri demoni predoni alloggiano

pronti ad uscir fuori veloci e a dispensare morte.

Ecco, questo è il tradimento del dono a noi concesso;

un’evoluzione oltre la crudeltà della sopravvivenza

e degli equilibri resi dalla predazione,

noi siamo diventati invece più crudeli

della crudeltà stessa e del suo nome

e senza una ragione vera,

se non l’illusione di colmare il deserto dell’amore

l’alcova vuota di un’anima ormai morta,

la droga del piacere di distruggere la vita.

La crudeltà che si unisce al profitto e al divertimento

si chiama solo sadismo e perversione

è questo dunque il vero volto umano

di quella che mentendo, solo per noi chiamiamo:

superiore evoluzione.

Ennio Romano Forina