Inquinamento Mentale – Mental Pollution

Ennio Forina
22 novembre alle ore 21:37 ·

Si sente continuamente parlare di natura inquinata ed a ragione, poiché ormai abbiamo superato il punto di non ritorno di una catastrofe ambientale globale di cui ora si vedono chiaramente solo le avvisaglie. Ma il genere umano è più cieco e stolto di quanto le sue conquiste tecnologiche potrebbero far supporre e dimostra di non conoscere realmente le soluzioni o di escludere a priori quelle vere e valide continuando ad insistere vanamente su sciocchi palliativi circostanziali senza rendersi conto di essere già sull’orlo di un baratro che si fa sempre più profondo e dal quale sarà ben difficile risalire e senza capire infine che la velocità dello sviluppo industriale e demografico è direttamente proporzionale alla velocità con cui il g. u. andrà a collidere presto con una realtà molto dura.

E così, si fanno riunioni ad alto livello di prestigiosi capi di stato che guidano nazioni industriose, abitate da numeri macroscopici di individui, mentre al tempo stesso si continua ad espandere le megalopoli, le città, in estensione e verticalmente, per far posto a tutte le masse umane che incessantemente si concentrano in esse. E questo vuol dire che quantunque sia la rotta che la velocità di collisione ormai non siano più modificabili, la parola d’ordine dei governi mondiali degli immensi poteri finanziari è crescere, non rallentare, non diminuire, ma dare più impulso alla crescita = più consumo.
Ma il consumo significa più inquinamento, dunque? L’immane macchina industriale mondiale è diventata una unica mostruosa e tentacolare entità, un Molok tecnologico che è stato programmato per produrre continuamente senza soluzione di continuità, pena perdite enormi di profitti e che divora miliardi di creature fatte di carne e sangue trasformandole in metalli, plastica, macchine e denaro, dai fiumi di sangue, fiumi d’oro colato.

Come il re Mida, che aveva la capacità di trasformare in oro tutto quello che toccava e alla fine rendendosi conto di non poter più nemmeno nutrirsi torna pentito a supplicare il dio che gli aveva concesso il dono richiesto e ottiene di esserne liberato, ma questo è il mito, mentre sappiamo bene che in questa realtà non verrà nessun Dioniso a liberare dal potere di trasformare la vita in oro questo incosciente e criminale popolo umano. So che quello che sto per dire può risultare impopolare, per alcuni persino odioso, ma la realtà è che i popoli e le famiglie più povere fanno paradossalmente più figli pur sapendo di non poterli nutrire e allevare per varie ragioni, alcune plausibili, altre necessarie, ma anche perché adesso hanno capito che una famiglia con bambini piccoli ha maggiori probabilità di ricevere aiuto dalle nazioni più ricche, sia in situ che in migrazione.

Io vedo che la maggior parte di coloro che migrano per vivere meglio, (molto poco per i conflitti), sono quasi tutti provvisti di smart phone, ma i preservativi costano molto meno, si tratta di avere la coscienza di non mettere al mondo figli quando non si possono mantenere e che il mondo non può sopportare. La sovra popolazione significa la “fine” della popolazione. Chi scrive è uno di coloro che coscientemente, insieme alla sua compagna, ha rinunciato con amarezza ad avere una discendenza per la precarietà economica data dalla libera professione in una realtà lavorativa così torbida e clientelare come quella di questo paese.
Ricordo un film di fantascienza degli anni ‘50 in cui il solito scienziato solitario, con l’aiuto della solita avvenente assistente, lavorava febbrilmente alla ricerca di un metodo per modificare le cellule degli animali in modo che divenissero più grandi e quindi per le loro dimensioni riuscire a garantire il cibo necessario alla crescente popolazione umana mondiale.

Quale nobile scopo, ingigantire gli animali aumentando le loro già insopportabili sofferenze! Non sarebbe stato meglio semmai cercare di diminuire le dimensioni umane? Lo hanno fatto milioni di anni fa i piccoli felini, i gatti, perché scegliendo di essere piccoli hanno ottenuto una serie incredibile di vantaggi per esempio rispetto a un leopardo o un leone: un numero maggiore di prede, proporzionale a una quantità minore di esigenze alimentari, sentire meno la forza di gravità, capacità fisiche eccezionali, quali correre velocemente e al tempo stesso saltare, arrampicarsi più rapidamente ed efficacemente, cadere da grandi altezze senza farsi male e “last but not least” una maggiore facilità di trovare un rifugio senza dover sprecare preziose energie per costruirselo o scavarlo, poiché le alcove piccole sono più reperibili e numerose di quelle grandi. E si sa, i gatti non amano sprecare energie per qualcosa che si può ottenere facilmente e con poca fatica data anche la loro formidabile capacità di persuasione. Esseri di eccezionale intelligenza.

Altrettanto intelligenti sono gli insetti, gli inestinguibili insetti, che per le stesse ragioni e ancora più efficacemente, possono sopravvivere anche in condizioni estreme, insetti sociali ed altri, ma questo è un altro discorso troppo impegnativo in questo contesto. Ma tornando alla tematica del film in oggetto, la pellicola trovava spunto dal fatto che negli anni ’50 c’era un reale condizione di fame per molti paesi nel mondo e per nazioni densamente popolate come ad esempio Cina ed India che rappresentava una problematica di giusto interesse, d’altra parte non poche guerre e rivoluzioni sono avvenute a causa della fame. Dunque, in una scena vediamo questo altruista scienziato spiegare alla sua assistente le motivazioni del suo generoso impegno asserendo di aver calcolato che negli anni 2000 (spero di non sbagliare la data, ma non fa differenza), sul pianeta ci sarebbero stati ben 3 miliardi di persone e quindi di bocche da sfamare. Bene, questo è quanto si pensava allora, negli anni 50, purtroppo questa ingenua e fallace previsione è stata ampiamente smentita perché nel 2000 di persone nel mondo ce ne erano più del doppio credo già oltre sette miliardi s.e.o.o. (potrei sbagliare anche questa valutazione ma di poco, concedetemi di non avere il tempo di andare a verificare).

Però in una cosa almeno il soggetto del film aveva visto giusto; gli animali che vengono sacrificati alle fauci umane SONO oggi stati fatti diventare di dimensioni maggiori, più grandi e grassi, (come del resto anche gli stessi umani che mangiano in eccesso carne e proteine che hanno trasformato lo stesso corpo umano con allungamento di arti ed estremità) realizzando in pieno il progetto dell’ipotetico scienziato che non poteva sapere che la diabolica e ingegnosa macchina industriale futura sarebbe riuscita a realizzare il suo sogno per dimensioni e per numero, senza grandi difficoltà e senza ricorrere ad astruse alchimie, semplicemente imbottendo gli animali di ormoni, antibiotici e farmaci e con cibi ad essi non pertinenti, ma anche qui, le dimensioni maggiori non significano necessariamente un vantaggio anzi, – dinosauri ed altri animali in pericolo di estinzione insegnano – e nemmeno sicuramente rappresentano un vantaggio ottimale per chi divora le carni così ottenute, Karma e world wide obesity, tumori e malattie cardiovascolari insegnano.

Se il cibo oggi manca in alcuni paesi o negli strati sociali particolarmente sfortunati è dovuto alle malevoli e spesso criminali forme di distribuzione ma la quantità totale, se non la qualità di cibo disponibile è di gran lunga superiore al fabbisogno odierno, ma questo è stato realizzato per gli allevamenti intensivi e lo sfruttamento di larghe fette di territorio per le monocolture a danno dell’equilibrio sia degli ecosistemi faunistici che di quelli vegetali. A fronte di questo stato dell’arte della situazione non saranno certo alcune ridicole misure di salvataggio in extremis del sottile strato di atmosfera respirabile a fermare il processo, ci vorrebbe ben altro, così come ci vorrebbe la piena consapevolezza che cercare di salvare l’aria senza salvare gli oceani e le terre emerse da sola non servirà a nulla. Come si può affermare che i governi si preoccupano veramente del cambiamento climatico nel momento stesso in cui invitano e spingono le industrie a produrre di più e i cittadini a consumare di più?

Ci sono continenti di plastica negli oceani e molta altra disseminata dappertutto, nei mari in cui soffocano la vita e strangolano pesci ed uccelli condannandoli a lente agonie. Nel momento in cui scrivo la plastica uccide, il petrolio uccide, gli scarichi di prodotti chimici uccidono e avvelenano fiumi e laghi, il piombo dei cacciatori uccide e inquina i boschi ed i campi, i nostri prodotti per la pulizia uccidono. Un giorno, ho avuto la bella idea di lavare la mia macchina, (solitamente molto impolverata e negletta), nella strada antistante la mia casa e ho versato mezzo bicchiere di shampoo per auto in un secchio, colmandolo poi d’acqua, finito il lavoro ho versato il resto del liquido incautamente in un tombino occluso da terra e detriti cercando anche di liberarlo per far defluire l’acqua piovana, ma dopo qualche secondo decine di lombrichi sono affiorati impazziti dalla terra in cui non defluiva rapidamente l’acqua insaponata che li stava soffocando, si agitavano vorticosamente nel tentativo disperato di respirare. Mi sono maledetto per la mia leggerezza, fortunatamente avevo il tubo dell’acqua corrente nelle mie mani e ho versato immediatamente molta acqua pulita sui malcapitati e simpatici vermetti che si sono subito ripresi e progressivamente sono tornati nella loro dimora sotterranea infilandosi nel terreno sciacquato, salvandoli da una fine certa.

Per me una grande lezione, finita bene per i lombrichi, ma anche per la mia coscienza, ma se si pensa ai milioni di tonnellate di prodotti chimici e per la pulizia che “regaliamo” ogni giorno al mondo vivente, sopra, sotto la terra e in acqua, e a quanta distruzione possiamo causare anche con una semplice doccia. viene da rabbrividire. Per non parlare di tutto quello che qualsiasi automobile sparge e fa penetrare nel terreno in tutto il mondo. Se riduciamo il co2 e le polveri sottili potrebbe forse temporaneamente servire per non finire bolliti d’estate e ridurre alcuni tumori ma tutto il resto? Si è mai parlato in questi convegni della necessità di ridurre il consumo dei prodotti chimici? Basta leggere bene le etichette delle confezioni di tutti gli “innocui“ liquidi spray per la pulizie domestiche. Consegnano alle ingenue famiglie prodotti per pulire l’interno di una casa con l’avvertenza di usarli in luoghi ben aerati o all’esterno. Ma se sono per la casa che senso ha usarli fuori? È quante case dispongono di cucine e bagni ben aerati? Come quando si invita al gioco, e alla scommessa di facili e copiose vincite qui e là, però attenzione: “il gioco può causare dipendenza patologica”. Io penso che sperare di vincere nelle varie lotterie sia ”già” una condizione patologica e ancora, non mi risulta che in nessuna strada di questo paese o d’europa eccetto la Germania credo, si possano superare i 140/150Km orari (se sbaglio correggetemi) tuttavia le industrie costruiscono macchine che arrivano a 250 Km. Dov’è la logica del buon senso, e sopratutto dov’è la tanto agognata saggezza? Se il benessere economico si ottiene con il malessere del mondo che ci ospita, e ripeto che ci ospita, non il “nostro” mondo, ciò equivale a sotterrare quel poco di mente lucida che alcuni di noi hanno sotto due metri di cemento e non sotto pochi centimetri di sabbia come gli struzzi.

A quali cose siamo veramente disposti a rinunciare, collettivamente e individualmente? All’ultimo divino SUV super tecnologico del peso di due tonnellate che ci rende così onnipotenti da fregarcene se il clima diventa glaciale o infernale e che usiamo generalmente non per valicare le più impervie catene montuose in tutta sicurezza ma per andare a far la spesa e riprendere 1,5 bambini dalla scuola distante 1 km? Rinunciare a tutta la plastica che usiamo con disinvoltura per noi e i nostri figli sin dai primi giorni di vita imponendo loro di giocare e stimolarli gratificandoli con materiali, colori e tintinnii innaturali che non significano niente, per abituarli sin da piccoli alle sostanze tossiche che saranno costretti ad assimilare nel loro futuro? Vogliamo rinunciare al sempre più splendente e superbianco bucato, al fumo, ai pellami e pellicce, e ad una infinità di prodotti per una abitazione asettica dove i nostri figli possono tranquillamente leccare il pavimento libero da microbiche e lesive presenze?
La ragione vera per cui noi stiamo uccidendo il mondo senza pietà e senza vergognarci e continuiamo pervicacemente a depredarlo e inquinarlo è che sono le nostre menti, già da tempo immemore, inesorabilmente e fatalmente inquinate dalla nostra contorta visione della natura e da tutti gli orpelli inutili che abbiamo inventato per passatempo. Siamo come le tribù primitive e selvagge a cui esploratori e coloni regalavano specchietti, insulsi oggetti e acqua di fuoco e quelli in cambio concedevano ingenuamente l’uso di territori immensi, miniere d’oro e d’argento e lasciavano che massacrassero tutti gli animali che garantivano la loro sopravvivenza.

L’industria odierna ci colonizza allo stesso modo, offrendo i nuovi tipi di specchietti: gli smart phone e ci ipnotizza con i suoi trucchi e seduzioni per carpire il nostro “oro”: la nostra capacità di spendere tempo e denaro, aumentando così l’inquinamento delle nostre menti o anime, quando e se ne abbiamo una. Ma sembra che in tutto questo tempo abbiamo fatto ben poco o niente per ripulire sia l’una che l’altra. Non potremo arrestare l’inquinamento del mondo senza smettere di inquinare la nostra coscienza collettiva e individuale con questa perversa e ostinata presunzione di onnipotenza che confonde e continua a nascondere a noi stessi la realtà.

ennio forina – novembre 2017

Ave, Natalis, Morituri Te Salutant…

 

Buon Natale Albero

Anche quest’anno, come ormai avviene da qualche tempo, al centro del grande abbraccio del bellissimo colonnato del Bernini, si vedranno stagliate insieme verso il cielo, altre due colonne di forma e materia diversa, ma che hanno almeno due fattori in comune, ambedue sono state strappate a un mondo lontano e ambedue saranno senza vita, ma con la differenza che mentre una di queste colonne la vita non l’ha mai avuta, l’altra invece sì, e ne aveva tanta. Era una vita bella e munifica, colma di sensazioni che aveva impiegato molti anni a svilupparsi e diventare adulta e crescendo generosamente aveva offerto il suo corpo prodigo e odoroso come sicuro conforto, riparo e cibo per molti altri esseri viventi specie nella stagione invernale, passeri, scoiattoli, corvi, caprioli, insetti, solo per nominarne alcuni e di fronte aveva ancora la certezza di una lunga esistenza nella quale avrebbe  continuato a donare la sua brava parte di ossigeno a questa porzione di pianeta soffocato da gas venefici e letali immessi nell’atmosfera dalle attività umane, sostanze che solo gli alberi sanno processare scomponendole e metabolizzandole così come fecero consapevolmente eoni fa per mutare l’atmosfera densa, greve e tossica del pianeta primordiale in una mistura di gas gentili e che ora costituiscono il carburante per i polmoni e il sangue di quasi tutte le forme viventi, dentro e fuori dell’acqua, inclusi gli ingrati bipedi umani, sedicenti “esseri pensanti” che ancora oggi continuano a sacrificare la vita altrui per celebrare le loro tradizioni negli stessi modi barbari in cui i popoli antichi e pagani le celebravano.

Non potremmo esistere senza le piante, non saremmo comparsi su questo pianeta se non fosse stato per le protocellule vegetali, né mai dalle distese dei mari saremmo approdati sulla terraferma senza di loro. Le studiamo per carpirne i segreti, le loro funzioni e le innumerevoli sostanze che esse hanno saputo sintetizzare per la loro sussistenza (senza aver frequentato corsi universitari e laboratori), per la loro diffusione e per l’interazione simbiotica con le altre forme di vita animale. Pensiamo agli alberi più che altro come dei grandi oggetti mutevoli e decorativi che producono semi e frutta e che lasciano cadere le foglie in autunno come se seguissero processi automatici, che sbrigativamente e superficialmente definiamo “naturali”, dando a questo termine il più vago e superficiale significato e ancora oggi come sempre, nonostante le evidenze scientifiche, quando basterebbero anche solo quelle intuitive, si pensa ad esse come forme di vita inferiore e non pensante e comunque suddita della vita umana.

Siamo immersi nella più profonda e ottusa ignoranza senza riuscire minimamente a immaginare che cosa significhi per una pianta vivere e interagire non solo con l’ambiente circostante ma con il cosmo, noi che ci reputiamo intelligenze superiori, noi che ci esponiamo ai raggi del sole seminudi sulla spiaggie estive con i nostri pensieri corti, focalizzati sulle nostre banalità culturali, come far bella figura al ritorno delle vacanze con una bella abbronzatura, ma per il resto pensiamo che il sole o una fone di luce e calore per noi non fa differenza, basta che dia luce. Noi, non i nostri organismi, che sono il più delle volte più intelligenti del nostro “superiore” cervello “sapiens” cercanola luce del sole perché sanno decifrarla e impiegarla.  Non riusciamo a immaginare che le piante, oltre a “pensare” in modo del tutto autonomo, sono anche in grado di comunicare e di percepire molte più cose di noi e di quante noi possiamo immaginare. Sono esseri viventi intelligenti, senzienti e noi le trattiamo come oggetti.

Molto, molto tempo prima che noi smettessimo di considerare il sole una divinità a cui offrire sacrifici sanguinari tanto crudeli quanto idioti, le piante sapevano già sfruttare la sua energia con sistemi biochimici sofisticatissimi, tuttavia non abbiamo ancora finito di sacrificare animali alle improbabili divinità di molte culture umane, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, saremo spettatori dell’ulteriore sacrificio di uno di questi giganti verdi, spezzato, umiliato, soffocato dai decori luccicanti festivi, e condannato come tanti suoi simili più giovani ad una lenta agonia in cui il loro inascoltato gemito di morte si spegnerà fra le luci, le risate e gli abbracci delle festanti famiglie umane o delle loro truculenti cene e pranzi festivi. Questa splendida colonna di vita emanava vera gioia da viva,  nei luoghi in cui era nata, fra le pendici montane, con il suo respiro i suoi colori il suo profumo ed ora ricoperta di luci fatue che nascondono a malapena la sua decomposizione verrà lasciata ad avvizzire come un triste simulacro di falsa felicità coperto di addobbi che nasconderanno la sua agonia e le cui foglie durante tutto il trasporto e la collocazione in situ, avranno cercato invano di dialogare con le radici perse per sempre. Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza , la conoscenza scientifica le evidenze di tutto lo scibile di cui disponiamo, della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza continuiamo a considerare le piante come in secoli e millenni di storia umana incolta del passato, e per questo il genere umano è doppiamente e crudelmente colpevole.

Senza contare che perseverando in queste forme culturali di uso indiscriminato delle forme di vita, significa insegnare ai piccoli della specie umana a disprezzarle, invece che ad amarle e non serve poi gridare “Natura, Natura” mentre la si distrugge nelle nostre stesse case per la nostra protervia ignoranza. E lo stesso genere umano che pretende da vari pulpiti di voler proteggere l’ambiente che pensa di possedere, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra, nemmeno in quei comportamenti abituali, in quei gesti apparentemente innocui ma offensivi che ogni piccolo umano rivolge verso le piante in genere, come strappare i rami solo per noia e per impulso, rivelando di non aver assimilato affatto la cognizione che una pianta è un animale e che se produce rami e foglie non lo fa per il sollazzo dei bimbi ma per vivere la sua vita, e se non insegnamo nostri infanti di avere rispetto del ramoscello, dell’arbusto o del piccolo albero, non saremo mai capaci di fermare la distruzione delle foreste.

Anche questa volta un albero sarà sacrificato, in più dei tanti, che vengono fatti nascere per essere uccisi e non per produrre gioia ma profitti, sacrificati sull’altare dell’ignoranza e del sopruso, ad una interpretazione fallace e distorta del concetto di felicità e sacralità. La sua “esecuzione” finale sigillata nel fuoco che consumerà il suo corpo nei vari forni,  non è diversa dal rogo di un’altra piazza, in un altro tempo. Allora non si volevano ammettere le evidenze rilevate da una mente geniale ed evoluta, qui ed oggi si ignora l’evidenza di una realtà vivente che finisce miseramente bruciata nel rogo di una tradizione peraltro aliena in questo luogo e cultura. Le puerili e insulse dichiarazioni  provenienti dai media che giustificano l’uccisione dell’albero per  natale con la semina compensativa di altri alberi, (anch’essi in  gran parte da sacrificare) aggiungono al danno e alle ferite le beffe se anche non si riesce a capire che continuando a volere un albero vero ad ogni natale si causerà l’allevamento forzato di questi schiavi destinati al sacrificio. Noi parliamo di vite, loro parlano di prodotti, non riconoscere quest’albero come essere vivente e senziente a tutti gli effetti e la sua ingiusta condanna a morte, significa essere totalmente immersi nel buio della ragione, oltre a quello dell’anima  La gioia che esige il prezzo di una vita – quale essa sia – non potrà mai essere una vera gioia. Se si trovasse un arbusto su Marte o sulla Luna grideremmo al miracolo e lo chiameremmo “vita” e faremmo di tutto per proteggerlo, ma qui, sulla terra lo chiamiamo “cosa”,  questo vuol dire anche che imparare e ritenere cognizioni senza capire il loro significato sostanziale equivale a non sapere nulla.

Ma gli eventi passano e passa anche l’illusione della gioia festiva, dei fuochi artificiali, degli addobbi e dei decori e quando tutte le luci della festa si spegneranno, più tardi e altrove, si accenderanno le luci dei piccoli roghi dei pezzi del gigante verde e dei tanti piccoli roghi di tanti altri piccoli di giganti verdi che avranno subito la stessa sorte in milioni di case, ovunque nel mondo, in un atroce farsa di sangue verde. Essere nati o fatti nascere solo per essere torturati in due settimane di falsa allegria. Come si può pensare che un albero mutilato dalle radici, possa portare la vera gioia che manca negli spiriti nelle case umane abitate da esseri che non sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che non ha vita propria, potrebbe significare che i veri morti sono tutti coloro che, pur essendo consapevoli, continuano pervicacemente a celebrare una festa attorno ad una vita che muore anelando per quella luce solare e quell’acqua piovana che aveva conosciuto nascendo e che gli aveva dato l’illusione del luminoso futuro che gli spettava di diritto.

ennio forina  – novembre 2017