Violenze Culturali

di Ennio Romano Forina

La mitologia non è una sezione della storia umana, ma il fatto che sia un artificio mentale non vuol dire che sia basata solo e prevalentemente sulla fantasia e non esclude che possa influenzare in modo concreto l’immaginario collettivo, l’educazione e il carattere degli individui che possono assimilare senza riflettere i preconcetti che anche dalla mitologia derivano e trasformarli poi in culture e comportamenti, come del resto accade anche da altre fonti di apprendimento. E non c’è dubbio che anche gli eventi umani possano subire l’influenza dei miti che spesso sono stati evocati nella storia come pretesti per giustificare nella gran parte dei casi, azioni distruttive e conflitti. Come ho scritto altrove “Gli dei sono sempre dalla parte di chi li ha inventati”.

In questo modo i miti irreali possono facilmente diventare simboli reali, che confluiscono nella cultura e in qualche modo contribuiscono a scrivere la stessa storia per molto, molto tempo a seguire anche se non ce ne accorgiamo. Spesso, senza analizzarli nel divenire della loro struttura illusoria e nemmeno nei motivi che li hanno fatti attecchire nell’immaginario collettivo e infine utilizzare come stereotipi per stabilire false identificazioni di comodo del bene e del male. Uno di questi miti, – da sempre emblematicamente accettato nel suo drammatico sviluppo ed esito, senza una seria riflessione sugli elementi che lo compongono – è quello affascinante della Gorgone Medusa, così tanto celebrato nei secoli sempre in una specifica rappresentazione minacciosa, “negativa,” sia nell’arte che nella letteratura storica e persino nei manufatti artigianali, arti orafe e più recentemente persino come marchio di imprese.

Attitudini e comportamenti singoli o collettivi e forme di pensiero che diventano costume e morale, spesso vengono legittimati sulla base di considerazioni superficiali e circoscritte nei ristretti ambiti di categorie mentali prestabilite. Osserviamo ora che tra i vari atti di prepotenza e rapina, l’appropriazione arbitraria del corpo di un’altra persona che viene definita con il termine di “stupro,” specifica precisamente l’atto della violazione – con la forza – del territorio: “corpo” di un individuo, da parte di uno o più soggetti normalmente di sesso maschile, ai danni di un altro soggetto, normalmente di sesso femminile più debole e incapace di difendersi.

La violenza della prepotenza sessuale è deleteria sia in senso etico che in senso antropologico perché non solo offende e ferisce in modo indelebile chi la subisce, ma colpisce anche tutta la comunità umana insinuando la paura e il sospetto in una specie di reazione a catena, laddove si dovrebbero invece coltivare la fiducia, la solidarietà e il rispetto nei rapporti fra individui, poiché quando un elemento di questi subisce un trauma, trasferirà inevitabilmente ai suoi simili una parte del danno subìto sotto forme diverse e spesso anche inconsce e indirette.

Chi invece propone atti gentili e altruistici fa esattamente l’opposto, contribuendo a migliorare generalmente il carattere delle interazioni fra le persone e trasmettendo un senso di fraternità e fiducia in un mondo possibile migliore. Ma ancora di più, a confondere le giuste valutazioni di questi fenomeni specifici della specie umana è il fatto che la coscienza collettiva ingloba e incapsula facilmente in sé, antichi luoghi comuni, siano essi veri o fantasiosi e li “legittima” in superficiali asserzioni che alla fine portano la parte peggiore di ogni popolo ad agire con prepotenza distruttiva e criminale, e quando questo succede si vanno a cercare definizioni e analogie del tutto improprie per definire questi episodi che distorcendo e nascondendo le vere cause originali non fanno altro che inibire la ricerca delle reali motivazioni di questi come di altri atti malevoli. Allora una fraseologia standard fatta di luoghi comuni, improvvisamente scaturisce dai media e dalla dalla mente e bocca dei cittadini viene riflessa e disseminata come una eco e così supinamente accettata senza alcuna riflessione sulla sua effettiva validità così che puntuale si genera il grido collettivo che definisce i violentatori umani come “animali o bestie!”

Ma davvero, per quanti sforzi faccia, non mi riesce di trovare nell’universo vivente esempi di animali di sesso maschile che stuprano una femmina, né in gruppo né da soli. Quindi al di là della scontata condanna verbale o della reazione più o meno forte caso per caso a episodi di violenza sul corpo e nell’anima delle donne, non si va mai oltre, alla ricerca delle possibili, reali cause generatrici. La violenza sulle donne, implica una serie di considerazioni di carattere non solo etico ma anche biologico, perché distorce la ragion d’essere della sessualità, e poiché sappiamo che, in quasi tutto l’universo animale esistente, l’elemento dominante è quello femminile e che sono infatti le femmine di quasi tutte le specie che decidono quando e con chi accoppiarsi, secondo la loro istintiva consapevolezza dei ritmi biologici più opportuni per garantire il successo della procreazione.

Gli uomini nascono solo in parte più o meno buoni o cattivi, secondo il loro corredo genetico ma con la possibilità sin dai primi mesi di vita, di scegliere e di cambiare comunque anche le loro tendenze negative che senza una guida costante e giusti punti di riferimento, possono affiorare ovunque nel tempo e nelle loro menti determinando i loro stessi destini. Essi vengono al mondo con inclinazioni diverse, che possono modificarsi nel bene e nel male secondo i sentieri che scelgono di percorrere, le scelte, le selezioni e le acquisizioni derivanti dall’assorbimento di insegnamenti e di categorie mentali comuni che provengono dall’ambiente in cui crescono, dagli esempi, dalle esperienze, sia positive che negative, da una quantità di stimoli e sensazioni nei quali un giovane carattere deve navigare spesso come in un mare in tempesta cercando in esso la giusta rotta per non perdersi o naufragare.

Allora è opportuno fare il percorso a ritroso per cercare nell’eredità culturale comune, quegli elementi deformanti potenzialmente deleteri che se non vengono analizzati nella sostanza, possono favorire e fornire alibi ai comportamenti perversi. Anche i concetti contenuti nella mitologia antropomorfica e nei miti delle religioni,  così come quelli contenuti nelle favole o nella letteratura, possono influenzare enormemente la psicologia collettiva, convogliando i comportamenti e persino le leggi, verso cattivi indirizzi.

Ho cercato invano nelle varie rappresentazioni artistiche del mito della Gorgone Medusa, nella scrittura e soprattutto nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, qualche elemento di compassione e considerazione o di minima solidarietà per questa ipotetica – ma verosimile – povera e giovane vita distrutta dal potere maschile, dall’arbitrio del potente dio Poseidone e dagli altri perversi personaggi coinvolti. Che il dramma sia un racconto di pura fantasia non toglie nulla alla sua realistica attinenza con la vita reale. È sufficiente sostituire i personaggi fantasiosi del mito con soggetti reali per ottenere una miriade di vicende analoghe che accadono da sempre e non hanno mai cessato di accadere.

Dunque il mito narra che questa fanciulla, colpevole unicamente della sua bellezza, avrebbe avuto la disgrazia di essere stata notata da uno degli dei più potenti: Poseidone, (maschio, naturalmente) e che, oltre ad essere preda e vittima di violenza è costretta a subire anche l’irragionevole vendetta della potentissima dea Atena gelosa dell’interesse di Poseidone per la fanciulla ( che per essere la dea dell’intelligenza per antonomasia, in questo come in altri casi non ne aveva certo dimostrata molta ), questa sarebbe una delle versioni più accreditate, va da sé che in molti casi donne che nei miti e nella realtà sono tramutate in mostri ce ne sono molte. Dunque Atena, invidiosa della bellezza della mortale fanciulla per essere stata oggetto delle attenzioni del Dio, in preda ad una furiosa gelosia la punisce trasformandola  in una creatura mostruosa e letale, costringendola a sua volta a commettere azioni distruttive verso chi le si avvicina e condannandola a diventare la prigione orribile di se stessa. Così un essere innocente viene trasformato nel mito in un mostro distruttivo che pietrifica gli uomini con il solo sguardo. Questo fino a quando entra in scena un eroe mercenario, Perseo, ( icona fittizia di eroismo maschile ), che armato da altre divine invenzioni Olimpiche, viene assunto come sicario da un tiranno criminale per ucciderla.

Perseo, il giovanotto nominato per l’impresa, viene dotato di superpoteri, non è chiaro per quali torbide ragioni, senza i quali non avrebbe evidentemente in sé né la forza, né il coraggio di affrontare il “mostro”.

Ma l’aspetto sconcertante e inaccettabile di questo racconto fantastico, è la sua influenza culturale nella letteratura e in tutta la rappresentazione artistica, perché mentre la figura di Perseo viene esaltata come quella di uno dei supereroi della Marvel, il giustiziere bello, trionfante e positivo, che libera il mondo dall’incubo di questo essere orribile, guarda caso, una femmina, colei che è la “vera” vittima viene definitivamente relegata ai posteri a guisa di icona distruttiva, terrificante e negativa.
Questo bellimbusto sicario e vile assassino, che non prova un minimo senso di pietà per la sorte subita dalla ragazza riceve tutti gli onori nel suo tempo e da tutta la cultura dei posteri e a lui nei secoli si dedicano statue e dipinti che lo raffigurano come un soggetto rappresentativo del coraggio  meritevole di sempiterna gloria maschile. E questo non va molto a vanto della sensibilità anche di grandi artisti del rinascimento che così infatti hanno interpretato il mito.

Medusa incredibilmente, viene sempre raffigurata col volto e l’espressione di una creatura feroce anche quando le si concede una fisionomia “umana” ha sempre la connotazione di un essere malvagio e terrificante. Persino il sensibilissimo Caravaggio, in un suo dipinto dedicato alla Gorgone non fa rilevare nemmeno un tratto di compassione o di nostalgico rimpianto per la giovane vita distrutta così incolpevolmente.
In alcune raffigurazioni d’arte moderna al massimo, Medusa diventa una sensuale e tragica ammaliatrice, circondata dai corpi pietrificati delle sue vittime, ma neanche in questi casi si riesce a percepire un minimo senso di dolore e di coinvolgimento sentimentale per la terribile condizione subita e non voluta, non scelta.

Nel costume e nella cultura, Medusa diventa così il simbolo universale dell’orrido femminile, del potere distruttivo della donna, che non si può più nemmeno concupire e violentare nel suo aspetto mostruoso, non importa quale sia la causa, e per neutralizzare questa inquietante presenza non c’è altro modo che tagliarle la testa e trasformare il trofeo in un simbolo iconico da apporre ai confini delle proprietà, a guardia delle porte domestiche inospitali, così come sullo scudo di Atena, per terrorizzare nemici e concorrenti, per allontanare gli estranei e i visitatori sgraditi.

Un mito così confezionato e preservato, viene assorbito nella coscienza collettiva e diventa cultura accettata per nulla inoffensiva, che in qualche modo può influire sui comportamenti e sulle attitudini di generazioni di giovani che spesso agiscono proprio in conseguenza di questi stereotipi falsi e superficiali. Quante Meduse di ogni grado di bellezza vediamo oggi come sempre, violentate, private della libertà e della indipendenza del loro territorio anima e corpi insieme, delle loro menti, dei loro affetti, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, sacrificate all’egoismo distruttivo dei più forti per via di educazioni distorte, mistificanti o contorte e di parametri etici deformi dei quali spesso, sono responsabili anche gli stessi genitori dei giovani, che crescono pensando di dover avere tutto, di potersi permettere ogni libertà, non avendo essi la capacità di una riflessione etica profonda, ereditata o acquisita ad indirizzare le loro azioni.

Per analogia anche le usanze di alcuni popoli, in nome di un ridicolo “onore” maschile e del costume, distruggono la bellezza delle donne che rifiutano il corteggiamento con l’insulto delle parole e dell’acido e devastandone i volti, e così come fece Atena, le tramutano in mostri. È emblematico dell’egoismo supremo che distrugge la bellezza che non può avere, ma ancora di più è rivelatore della mortale incapacità di sentire che pervade le miserabili menti affogate in questi istinti che non sono “animali” come sempre si ripete, ma prettamente umani e deformi come la specie umana è. Ma a volte la cultura ufficiale non è da meno se non si preoccupa, nei luoghi preposti all’istruzione e nella iconografia, laddove è necessario, di analizzare meglio le azioni negative ed i riflessi culturali che spesso le hanno motivate analizzandoli per fornire le risposte etiche derivanti dalle giuste e approfondite riflessioni, anche capovolgendo le conclusioni che sono state acquisite storicamente per influire in modo saggio e veritiero sull’apprendimento dei giovani.

La violenza su una donna è uno dei tanti aspetti di una realtà specifica che si può manifestare a diversi gradi e livelli, in modo occasionale o continuativo, ma che proviene tutta da una condizione e un’attitudine mentale sostanzialmente identiche: – la non percezione e il mancato rispetto della libertà e indennità di ogni altra esistenza che non sia la propria -.

Restituiamo dunque alla fanciulla innocente, che sia inventata o vera, la sua primitiva, giovanile bellezza del corpo e dell’anima che paradossalmente l’ha condannata e rendiamole giustizia, elevandola a simbolo di tutte le femminee creature torturate e uccise nella storia e tutt’oggi – per la loro bellezza, per il colore dei capelli, per le loro inclinazioni, per la loro intelligenza per il loro diritto alla libertà e all’auto determinazione per il loro semplice e naturale diritto di mostrare la loro femminile essenza come e quanto desiderino farlo – a causa dell’ignoranza, della demenza e dei pregiudizi di molti nel mondo, ottusi cuori e teste maschili contenenti poco altro che mucillagine organica.

Per quello che mi riguarda, le Meduse che raffiguro nei miei dipinti, avranno sempre il volto primigenio e le sembianze di un fiera e dolce bellezza e mi auguro che possano conservare anche lo sguardo che pietrifica, ma rivolto ai loro vili carnefici e stupratori, di ogni tempo e luogo e cultura.

Ennio Romano ForinaMEDUSA-DEL.jpg

L’Anima del Gigante e i Nani dell’Anima


Ho scritto questo poema il 22 Febbraio 2018, dopo aver visto il filmato di un Toro che nell’arena di una corrida, si è ribellato fieramente al gioco infame riuscendo a saltare oltre le barriere, invadendo i palchi alla vana ricerca della sua libertà e ora pascola nei campi puliti del cielo, sopra il marciume di questo mondo umano.

I wrote this poem, based on a real filmed event of a couple of years ago, when a bull was able to jump over the fences trying helplessly to reach his freedom over this human rotten world.
“HO SOGNATO IL TORO NEI PRATI LIBERI DEL CIELO, MACCHIATI SOLO DAL ROSSO DEI PAPAVERI E NON DEL SANGUE…”
Ho visto il Toro scavalcare lo steccato e arrampicarsi sugli spalti,
ho visto la sua dignità, la sua anima, nell’anelito di libertà.
Ho visto fantasmi sui palchi, ebbri di sangue vermiglio
fuggire vilmente all’impeto del coraggio e della ribellione.
Ho visto poi il Toro arrancare nella gabbia di panche
troppo intricate che imprigionavano impietose le possenti zampe
su un crinale di colle proibito, inaccessibile per lui.
Oltre l’arena infame, forse c’erano liberi, ma irraggiungibili
i prati splendenti nei raggi del sole,
dipinti di verde e soltanto del rosso dei papaveri
ma all’interno dell’orrendo festoso cerchio mortale
solo un sole di sangue bagnava la sabbia
calpestata da demoniache figure di grumi sinistri.
Malefiche ombre scatenate per dare tormenti di lance e pungoli,
forgiati nelle fucine d’inferno,
ed eroi fantocci sui costretti cavalli, ricoperti dalla gloria del nulla,
mentre dagli spalti e dai banchi ondate di perverso clamore
e urla di piacere inneggiavano ai colpi di pungoli e sprizzi di sangue.
“Breaking news!: Per i media: “Il dramma sfiorato!”
Nessuno ucciso, nessuno ferito!
Nessuno”. Dunque il Toro è nessuno?
Solo rantolo di morte e di sangue?
IL SOGNO
Ma più tardi, la realtà di una cronaca confluisce in un sogno
e io ho sognato il coraggioso Toro, sconfitto
ma non dalla morte umiliato,
ho visto il suo corpo nell’arena esplodere in mille getti di sangue
che si riversavano sugli spalti della cerchia infame
gremita da umane sinistre figure piccole e grandi,
dalle bocche bavose e braccia esultanti,
occhi di vetro ed ebbri di scherno
del dolore inflitto a intervalli di morte
ho visto la loro sadica voluttà nel vedere
la forza ansimante di bava sanguigna
privata pezzo a pezzo dal nobile corpo possente.
Spettatori gaudenti del male e della sofferenza,
frementi dalla bramosia del sangue,
che ora ricadeva su loro e tutti cercavano di coprirsi
e ancora dimenandosi volevano farlo scorrere via
ma il rosso fluido continuava a coprirli
e macchiava vestiti, corpi e volti continuando
a fluire dal corpo lacerato del Toro ribelle,
in mezzo alle file di comode panche.
Fiumi di rosso continuavano a uscire come soffi di fuoco
schizzando in alto, eruttando fiotti di lava rubino
che colmava gli spalti scendendo in rivoli e torrenti
trascinando nei gorghi e in fondo tutta la folla
che adesso più non rideva, e travolta,
alla fine affondava in una marea rossa spenta di urla,
mentre ormai nel centro dell’arena già colma,
altre mille bocche di sangue si aprivano
dei mille e mille Tori uccisi nel tempo.
IL RISVEGLIO
Ma i sogni sono solo sogni
e tutto questo non accade e non avverrà.
non in questo modo, non in questo mondo, non in questo tempo.
Tutti i Tori incolpevoli sono morti così, trafitti e smembrati,
uccisi già moribondi e stremati, da spade vigliacche,
uccisi due, tre, cento volte e solo per sadico gioco,
costretti alla rabbia dai giocolieri di morte,
dai mille anni prima e forse ai mille futuri,
finché questi occhi umani godranno del dolore e della morte altrui.
E il diluvio del sangue non è un sogno,
né un’illusione è l’orrenda, continua realtà
ma, mentre l’anima dei Tori sale libera nei prati verdi del cielo,
qualcosa davvero si perde e affonda per sempre
sono le anime spente soffocate dal sangue che hanno fatto versare.
E tutti quelli che godevano nel vedere quel sangue
dalle narici e dal corpo generoso, sgorgare fumante,
alla fine credono di poter uscire indenni
dall’atroce scena, con i loro corpi e vestiti puliti,
ma sono le loro anime per sempre macchiate
dalla rossa scia di sangue e di sabbia del corpo trascinato via.
Escono ridendo e soddisfatti dall’odore di morte,
senza sapere di aver lasciato in quel luogo di morte perversa
anche le loro spente anime, nel sangue dell’arena a imputridire.
Ennio Romano Forina 2018

Insignificanti, Inconsapevoli Delitti

Una giorno, uno dei molti gatti che hanno vissuto nel “mio”, giardino si è presentata con uno di quei lunghi e sottili nastrini di plastica – che i produttori di buste insistono a inserire nelle buste stesse pensando ingenuamente di fornire un valore aggiunto al prodotto – che le usciva a metà della lunghezza dalla bocca, l’altra metà era infilata nell’esofago e nello stomaco…avrebbe finito per soffocarla perché essendo plastica scivolosa, un materiale non previsto dal meccanismo di espulsione della sua bocca, non se ne sarebbe mai potuta liberare da sola… uno dei tanti danni collaterali causati dall’impatto umano sul mondo vivente…Ma ciò che ancora di più sconcerta, è che le industrie non riescono a comprendere che questi nastrini non solo aggiungono inutile plastica alla plastica, ma sono del tutto inservibili perché scivolano mentre è molto più pratico ed efficace annodare la busta stessa… In un’altra occasione, ho salvato una mamma riccio che si era infilata completamente in una busta vuota gettata via aperta di surgelati che si era trasformata in una trappola letale…e in cui stava soffocando poiché le sue zampine erano immobilizzate all’interno e non aveva nessun modo di strapparla né di spingersi fuori … Un’altra volta tentai di liberare un piccione, che si era avvolto e drappeggiato in una di quelle retine sempre di plastica per contenere la frutta, purtroppo riuscì lo stesso a svolazzare via e in quel caso non mi fu possibile liberarlo. Per via dei prodotti che usiamo, di come li confezioniamo e dei modi casuali e incoscienti in cui li disponiamo, questi“incidenti” si ripetono miliardi di volte ogni giorno nel mondo…senza contare gli inquinamenti derivati dai veicoli e dalle sigarette sparse al suolo o lanciate accese dai finestrini, che spesso causano incendi minori o maggiori, ma sempre devastanti per la vita. Ma questi sono solo alcuni piccoli esempi di cose apparentemente innocue che produciamo o facciamo senza pensare alle conseguenze per il mondo vivente. Sembrano esempi irrisori, di nessuna importanza e invece per il loro numero e diffusione sono micidiali e ci rendono tutti responsabili e tutti colpevoli che ci piaccia o no ammetterlo. Ma se Atene piange, Sparta molto presto non riderà più, perché ciò che strangola, soffoca, brucia e avvelena il mondo vivente alla fine avvelena, strangola, soffoca, brucia anche noi, anche perché spesso i grandi disastri avvengono per la somma di tante piccole, “insignificanti ragioni”.. Chiamiamolo Karma se ci fa piacere. Ennio Romano Forina

Violenze Culturali / Part 2

Ennio Forina

“Qui fictis causis innocentes opprimunt”

Da molte parti, dalle agorà dell’Intelligenza, dai media e dalla base popolare, la controversia sulle violenze e le discriminazioni che ancora oggi all’inizio di questo terzo millennio le donne continuano a subire in diversi , gradi e livelli viene trattata in modo superficiale e frammentario come se si trattasse di fatti episodici e localmente limitati, mentre in realtà siamo ancora di fronte a un fenomeno sostanziale e istituzionalizzato della condizione femminile che resta subalterna a quella maschile, dai gradi e livelli più infimi a quelli più subdoli e mistificati dei paesi più progrediti culturalmente. Per quello che nei millenni gli uomini collettivamente hanno fatto contro le donne, essi non solo dovrebbero comparire di fronte a un tribunale cosmico per rispondere di un incalcolabile numero di delitti compiuti sotto l’egida di falsità religiose culturali e politiche ideate appositamente per giustificare l’ingiustificabile convinzione che le donne non possono o non debbono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità del genere maschile. Come si fa ad ignorare una simile realtà e confonderla estrapolando casi specifici e isolati dalla cronaca più o meno recente o riportati in aneddoti vari? Cosa cambia se una tale donna dimostra di essere altrettanto violenta o crudele o sadica di un maschio? Non si tratta di separare le persone e i generi come fossero pedine di scacchi…da una parte le nere e dall’altra le bianche o mischiarli fra loro nemmeno, per dimostrare cosa? Il punto non è di giudicare il carattere dei generi giustificando così le azioni e le reazioni violente. È un modo infantile di considerare i fatti. Il genere maschile ha nei millenni esercitato la sua prepotenza “collettiva” e i suoi soprusi sul genere femminile in modi esecrabili, letteralmente rapinando e devastando la vita di intere generazioni di donne. E non lo ha fatto per tenere a bada o punire una ipotetica cattiveria delle donne, lo ha fatto per poterle sfruttare al massimo, per rapinarle delle loro vite e della loro identità, lo ha fatto per pura prepotenza perversa, aggravata da futili motivi e costruendo falsità ideologiche e costumi morali ignobilmente contorti, ancora oggi attuali in tutte le società cosiddette “civili”, a livelli più o meno alti ma ancora persistenti come in una infezione mentale collettiva mai risolta. Allora a che serve dire “Ma anche le donne possono essere altrettanto violente o cattive quanto gli uomini”…Questo dovrebbe giustificare il fatto che una parte di umanità opprime e uccide l’altra perché gli somiglia? Si deve avere la capacità di osservare la storia, come se si fosse in un processo, considerando gli elementi di accusa, e accettando il verdetto di colpevolezza…e non ci sono attenuanti di sorta; il genere maschile è colpevole da sempre nei confronti delle donne e continua pervicacemente ad esserlo ovunque, eccetto qualche vago segnale di giusta evoluzione in alcuni paesi più evoluti. Inoltre, il trasferimento di responsabilità degli atti di violenza sessuale sulle donne, per il loro modo di vestire o di essere poco vestite o per avere atteggiamenti che possono suscitare il desiderio sessuale dei maschi non solo rappresenta un ragionamento abbietto nella sostanza ma è anche la prova di una incolmabile ignoranza e una ulteriore prova della distorta e vigente tirannia maschile. La biologia è il nome che noi diamo a dei processi naturali che hanno le loro leggi e le loro regole e che sono immensamente superiori alle nostre perché se così non fosse non esisteremmo nemmeno. Le donne hanno tutto il diritto di mostrare la propria natura, le caratteristiche femminili che le distinguono…hanno tutto il diritto di evidenziarle nei limiti sociali accettabili non perché sia “immorale” che una donna o un uomo girino nudi per le strade, ma perché non sarebbe opportuno in un contesto civile cioè cittadino, alterato e distante dalla natura come è quello umano. Nessuna donna deve essere biasimata per manifestare la sua femminilità che altro non è che la sua capacità di procreare …e nessun uomo può giustificare la sua prepotenza e brutalità con la scusa della provocazione sessuale. Ma l’ironia di questa concisa analisi è che paradossalmente l’uomo è più prepotente, oppressivo e brutale non perché è più forte della donna, ma perché è più debole e instabile della donna…La donna è una direzione per i maschi, è la certezza che essi non hanno poiché il genere femminile si riferisce direttamente all’essenza della natura, la femmina conosce se stessa e sa perché esiste, mentre l’uomo senza lei è solo un animale smarrito, così nei millenni si è coalizzato con gli altri uomini per imporre un sistema in cui le donne fossero i loro riferimenti fissi, così da colmare i loro vuoti e le loro angosce, ma forzatamente non per mezzo dell’amore, in pratica per avere delle schiave esistenziali e di fatto.

Absit Iniura Verbis

Molte persone prive di facoltà dialettiche usano come metodo di confronto con gli altri ingiurie infantili e satira rudimentale, perché non sanno sostenere un dialogo basato sulla logica delle cose e sul semplice riconoscimento delle evidenze. In un’era di decadenza quale è quella attuale, il ricorso all’insulto al posto del ragionamento è tristemente diffusissimo, ma inaccettabile quando proviene dai pulpiti mediatici che dovrebbero promuovere il dialogo risolutivo e costruttivo non l’irrisione gratuita degli antagonisti.

Gli smaliziati imbonitori del popolo che prediligono invettive e giudizi sommari per denigrare gli avversari, forse riescono in questo modo a dare colore alle loro dichiarazioni fatte di stereotipi privi di sostanza, ma quando si tratta di dare un reale contributo di idee diventano improvvisamente balbuzienti.

Illuminati pensatori e filosofi di 2.500 anni fa elaboravano pensieri che la maggior parte degli individui moderni allevati nelle culle tecnologiche non sanno minimamente decifrare, altrimenti i loro stili di vita cambierebbero radicalmente e le cose che insegnerebbero ai loro figli sarebbero molto diverse. Non serve a niente imparare a scuola il significato i principi di base della società civile se poi questi non vengono applicati nella vita pratica, la virtu è un concetto molto ampio che si può esprimere in diversi livelli esistenziali ma una delle sue modalità più basilari è l’attitudine sincera tesa a migliorare i rapporti tra le diverse esistenze, con il rispetto innanzi tutto delle differenze, perché quando le differenze non possono più essere discusse esse diventano antagonismo fazioso e allora il conflitto è inevitabile.

L’insulto è antitetico al dialogo, per questo è così pericoloso, oltre l’insulto, tutte le situazioni piccole o grandi che siano possono diventare rovinose. E in questa costante diatriba generale, che somiglia molto più a una lite condominiale fatta di contrapposizioni feroci su questioni irrisorie è notevole l’uso e l’abuso di insulti senza senso, di terminologie del tutto inappropriate, di insulse frasi infantili, di epiteti e dileggi che non significano nulla e che nulla hanno a che vedere con le reali ragioni delle contrapposizioni. I media televisivi propongono programmi politici con satira unidirezionale dove si pronunciano feroci battute maliziose aspettando il prevedibile applauso di una claque ammaestrata, paracomici e guitti che indirizzano commenti da quarta elementare, conditi da rappresentazioni grafiche di poco dignitose attività fisiologiche. Opinionisti di rango che offrono alle interviste le loro convinzioni inalterabili e indiscutibili, enunciate come assiomi e postulati che non hanno affatto bisogno di essere dimostrati nella loro concretezza. E poi l’uso indiscriminato di parole e avverbi il cui significato viene distorto e reso irriconoscibile da una incultura di massa conformista e pigra. Prendiamo ad esempio alcuni di questi: perchè una persona abbietta debba essere denominato “bastardo” mi è difficile capire.

Questo tipo di insulto è usato per lo più nella sfera del privato, ma il termine originario, certamente dispregiativo per le deformi culture di tempi passati, è riferito a un figlio illeggittimo; esistono ancora i figli illeggittimi in questo mondo? Oppure come per le razze canine, vorrà dire nato da persone con caratteristiche morfologiche differenti? Davvero la nostra ricca lingua italiana non ha altre risorse per meglio definire un animale così diffuso come il furfante umano? In questi ultimi giorni sembrano essere ritornati in auge come termini dispregiativi i vari “porco” e “maiale”. Perchè, questo mammifero del tutto degno di rispetto, dovrebbe evocare sinteticamente i peggiori vizi umani, e quali vizi poi? Abbiamo attribuito arbitrariamente ad alcune specie animali connotazioni negative che sono invece pertinenti alla specie umana, per quel poco che capiamo di loro e per quello che per noi è conveniente pensare. Per secoli questi animali hanno costituito una riserva di cibo a cui attingere, in un solo momento dell’anno e gli uomini convivevano con essi sfruttando il loro docile carattere senza informarli della vera ragione delle loro cure e della falsa amicizia. Ormai i maiali si massacrano ogni giorno a centinaia di milioni, e poichè è un animale molto prolifico, il surplus di “produzione” viene smaltito come specialità gastronomica, vale a dire i maialini che non conviene allevare fino all’età adulta oggi si possono proporre nei menù dei ristoranti, non certo per placare i morsi della fame di popoli affamati o stremati da un inverno feroce, ma per il gusto delle tante persone alla ricerca costante di orgasmi palatali.

Oggi che siamo così consapevoli e così evoluti, li facciamo vivere quel tanto che basta in luoghi ristretti e fatiscenti, nel fango e nei loro escrementi, senza che possano vedere un barlume di natura ma confinati e torturati, nutriti con alimenti scadenti e farmaci. Che cosa hanno i maiali di tanto spregevole perché la loro immagine evocata costituisca uno dei peggiori insulti attribuibili agli umani? Gli etologi e non solo, sanno che i “maiali” sono altrettanto intelligenti e affettuosi quanto i cani, cosiddetti “fedeli amici dell’uomo” senza essere così nevroticamente legati al proprietario-capo-branco e, a differenza dei cani e similmente ai gatti, non si sono mai resi complici di crimini, quando la naturale aggressività e ingenuità dei cani è da sempre stata abilmente sfruttata dai prepotenti e dai criminali. I cani degli schiavisti, i cani degli aguzzini di sempre, i cani che in moltissimi modi hanno totalmente assimilato le caratteristiche negative dei loro “capi branco umani” e si sono comportati come loro. I maiali si accoppiano troppo di frequente? Detto dagli umani fa abbastanza ridere. Sono sporchi e gli piace rotolarsi nel fango? Lo fanno moltissimi mammiferi compreso l’uomo; è un modo per pulire la pelle e liberarsi dei parassiti. Come diventano gli uomini messi nelle stesse condizioni a sguazzare in un porcile? Basta guardare le scene di qualche “grande fratello” o di “famosi villeggianti di isole lontane” per vedere la rapida discesa nell’abbrutimento di coloro che si prestano a questi giochi mediatici. Non occorre che io faccia un elenco di quanti, fra intellettuali, giornalisti, politici, gente di spettacolo e persone comuni, utilizzino in modo infantile e del tutto inappropriato la nomenclatura animale per definire gli avversari.

Dovrebbero essi stessi, guardandosi allo specchio, accorgersi della loro profonda ignoranza, insensibilità e mancanza di argomenti reali per poter condurre una conversazione intelligente. Già nel nome è evidente il destino maledetto che la specie umana ha assegnato a questo povero animale sacrificato da sempre e torturato per la sua docile indole e per la ricchezza del bottino costituito dal suo corpo. Gli umani dovrebbero pronunciare il nome maiale con rispetto, anzi con gratitudine, ma più che altro con una grande vergogna.

Invito questi tanto celebrati uomini e donne che si compiacciono di impreziosire le loro dichiarazioni con i vari “porco e maiale” e altri ancora, di andare a sostare per una giornata in qualche mattatoio “lager” e guardare queste creature, urlanti, trascinate per le orecchie, recalcitranti nel sangue dei loro simili sgozzati, consapevoli della morte violenta che li aspetta senza una particella di speranza di poterla eludere. Anzi, li invito a compiere l’intero viaggio dagli allevamenti fino alle camere della morte e le fasi successive . Ma poi questo essere spregevole e disgustoso diventa un prodotto, e quando viene trasferito a pezzi sui tavoli delle salumerie improvvisamente acquista una dignità del tutto nuova, diventa come per magia un elemento appetibile e prelibato degno di stare sulle tavole più nobili; non è più un’ingiuria, anzi viene persino trasfigurato in questi templi dell’industria del consumo alimentare: “Signora, assaggi questo bel dolce di montagna”. Volevo – il condizionale è in disuso – due etti di crudo, o no, meglio il S. Ezechiele e  nessuno nelle arene popolari come in quelle mediatiche, dove si svolgono i duelli a colpi di opinioni, si sognerebbe di gridare all’ odiato avversario: “Tu sei un prosciutto!”.

Luna show

LUNA argentea.jpgPerdonami Luna, ieri non ho alzato come tanti lo sguardo al cielo per ammirarti in quella tua casuale straordinaria performance.Invece appena ho visto dalla collina diffondersi un bagliore giallastro ho chiuso le finestre e ho continuato a ritrarti in un nuovo dipinto. Io ti amo come sei, presenza conosciuta e misteriosa ogni notte in cui appari, nella tua calma e soffice luce blu che dipinge le nuvole, bagna le colline e fa brillare le onde del mare. Per me sei straordinaria sempre, nella tua semplice e affascinante veste argentea che raccoglie e trasfigura i sogni di chi ama ed ama te davvero e che poi, carichi della tua magia riversi e diffondi di nuovo sulla Terra.

Ennio Forina 27/luglio/2018

Penso che quasi nessuno ieri abbia osservato e ammirato la Luna…hanno invece osservato e ammirato il fenomeno spettacolare e insolito, non per la Luna dunque ma per quello che le succedeva. Spesso ci si accorge dell’esistenza di una cosa solo quando un evento straordinario la trasfigura o la distrugge. Ho sempre diffidato degli entusiasmi della folla specialmente quando sono rivolti alla celebrazione del nulla, come nei concerti di pseudo-musica pieni di effetti speciali senza i quali non si potrebbero radunare così tante persone in un delirio collettivo. La matrice è la stessa.

Miti Assassini

Anche i Miti concepiti dagli uomini, come molte delle loro Leggi, sono stati creati per distorcere la verità con il fine di prevalere sulle donne e obbligarle a destini confinati e senza orizzonti, rapinandole della gioia di vivere e della loro libertà…Li rivisiterò uno ad uno… perché proprio nella memoria dei miti e delle loro menzogne vi sono molte radici della prepotenza millenaria del genere maschile sulle donne. Medusa…Pandora…Ifigenia e molte altre figure che simboleggiano nel mito e nella realtà questa detestabile ed ingiusta condanna e che ancora prosegue incessantemente a diversi livelli, in ogni parte del mondo. Figure emblematiche non solo violate ma in seguito anche vilipese nella memoria storica e nelle rappresentazioni artistiche.   Ennio Forinaatlanta.jpg

Non Rompete gli Embrioni…

Il mondo vivente è tale ed è creativo perché è libero, 

se non fosse libero non sarebbe creativo e forse non esisterebbe nemmeno. 

Ma noi stiamo togliendo all’intelligenza del mondo vivente 

tutta la sua libertà e autodeterminazione, con la scusa di produrre più cibo 

e debellare le malattie e sostituendoci ad esso come se fossimo dio. 

In realtà la maggior parte delle nostre ricerche tendono a controllarlo 

per riuscire a trarre vantaggi esclusivi alla nostra specie 

e alle parti di essa, facendo scempio degli altri esseri viventi, 

ma l’ipocrisia che nasconde l'egoismo e le vere ragioni di questo impegno, 

potrebbe segnare la fine di tutte le ambizioni, 

quando il caos derivato da tutte le nostre arbitrarie e audaci manipolazioni 

sarà diventato incontrollabile e irreparabile.
 

ennio forina

ROMA VS ROME

ROMA nova copy

Di solito tratto argomenti molto più tragicamente seri, che riguardano considerazioni di carattere antropologico e dell’impatto della specie umana sul resto del mondo vivente, ma in un’era decadente e di superficialità diffusa come questa attuale, contraddistinta dalle droghe degli sms, dell’entertainment, dello sport e della politica, vorrei che vi fosse maggiore considerazione per l’identità storica della città in cui sono nato e vivo, che nel bene e nel male ha lasciato una eredità immensa al progresso e all’ordinamento degli stati moderni. Anche se mi sento cittadino del pianeta, purtroppo gli altri luoghi non sono tutti ideali, sono abitati da altre culture con altre regole, l’idea di poter vivere bene dappertutto non è sempre realizzabile in pratica e quindi preferisco valorizzare il luogo in cui vivo piuttosto che cercare un inesistente mondo perfetto altrove. Penso che ogni popolo dovrebbe darsi da fare a rendere migliore il luogo in cui vive, senza spostarsi nei giardini dove l’erba sembra essere più verde. Mi riferisco all’abuso dell’identità di questa città mediante l’alterazione arbitraria e senza senso del suo nome di battesimo e quindi della sua connotazione, nel passato solo da chi era estraneo a questa città, ma ora sempre più spesso anche dagli stessi cittadini romani. Sembra quasi che si stia instaurando la volontà di compiacere il resto del mondo, storpiando il nome e marchio della città, così come da molto tempo fanno i paesi anglosassoni che hanno contagiato il resto del mondo ad usare la loro distorsione grafica e fonetica, anziché il nome originale. ROMA  non è “ROME”, ROMA è una combinazione felice di quattro lettere che si adattano perfettamente all’anima del popolo fondante originario, che da semplice villaggio di pastori sulle sponde del Tevere ha costruito un sistema di vita moderno di codici e leggi e regole razionali e opere di ingegno esportate poi anche nei territori di conquista o a quelli alleati e ha dato un impulso enorme all’architettura, alle arti e alla cultura, anche assimilando e sviluppando quella di altri popoli come gli etruschi e greci e non solo. Le quattro lettere R-O-M-A esprimono perfettamente nella grafica, nella loro combinazione architettonica monumentale e nel suono persino, il carattere antico della città:  “ROME” fra l’altro, si pronuncia ROM, amputando impietosamente una delle 4 colonne che formano da sole questo monumento grafico e vocale. Si può persino tentare una decifrazione ideale e simbolica delle lettere che compongono il nome di questa città che si attiene credo molto bene alla sua storia: La “R” è una lettera regale per natura ma è anche l’inizio del termine “Res Publica”, La “O” nei caratteri usati dagli antichi romani, è un cerchio quasi perfetto e può simbolicamente rappresentare il  solco tracciato da Romolo nel terreno per delimitare l’area della fondazione, e dare anche il senso della unità di un popolo, la “M” ha tutto l’aspetto della facciata di un tempio e indica quindi la sacralità di regole etiche, e per ultima la “A” è una piramide pura che può indicare lo slancio e la determinazione verso il futuro. Nelle iscrizioni marmoree, archi di trionfo, su ogni reperto antico, ROMA non smette mai di essere ROMA, allora perché usare un nome diverso dato che i turisti che visitano questa città scattano miliardi di foto di monumenti e targhe su cui è inciso il nome vero di questa città? Ma quello che sconvolge è che questa distorsione del nome la fanno ormai anche i romani attuali. Vedo spesso nomi di alberghi che abbinano “Rome” al nome proprio dell’albergo pensando forse di facilitare i flussi turistici, vedo “Rome” sugli opuscoli turistici di ogni tipo, sulla letteratura dei percorsi storici, le librerie e gli shop di souvenir dei musei spesso e persino nei junk stores, su usa con disinvoltura ROME al posto di ROMA. Io difendo la realtà storica e se permettete anche l’estetica,  l’efficacia e l’armonia grafica e difendo il retaggio storico di cui il nome di questa città è parte fondamentale, altrettanto quanto difendo il buon gusto e senso “alto” dell’estetica così tanto devastata in questa città da orribili esempi di arte contemporanea disseminati ovunque a contrastare con la loro importuna presenza l’immutata bellezza delle rovine e dell’architettura romana, delle sue opere, delle strade, delle colonne e persino della bellezza dei resti delle opere murarie che ancora cingono il perimetro di questa città e affiorano in vari punti all’interno di essa. Gli italiani non dicono più “Nuova York” ancora chiamano “Londra” London, Parigi invece di Paris, sbagliato anche questo. E sono anche, come cittadino romano, uno strenuo difensore dell’arcano, suggestivo acronimo S.P.Q.R. che qualcuno, mi sembra qualche tempo fa velleitariamente, avrebbe voluto sostituire con “I love Rome” nella letteratura turistica e non so in cos’altro, (imitando gusti estranei, banali e volgari in tutti i sensi), alla cultura e alla identità antica e storica di questa città, giusto a dimostrazione di questa perduta ma ancora tanto decantata superiore fantasia, del senso estetico degli italiani odierni o alla coerenza e cura del loro originale retaggio culturale.

ennio forina 2018

9 Marzo -La Festa delle Mimose

Ci siamo, di nuovo alla vigilia di una tradizione ipocrita in cui, in nome di una fittizia ed effimera considerazione di rispetto e gratitudine per il genere che nel bene e nel male ha reso possibile la vita umana su questo pianeta, si fa scempio di un altro tipo di vita, solo perché anche da questa vita si possono trarre dei profitti, seppure di piccola entità.
Che senso ha celebrare in una manciata di ore quello che dovrebbe essere “sempre” effettivo, fingendo di ricordare ciò che dovrebbe essere presente nelle menti degli uomini ogni singolo giorno di ogni singolo anno, operativamente e non solo simbolicamente con delle misere, squallide offerte votive, facilmente reperibili sul mercato, comprate in fretta da venditori clandestini agli stop dei semafori, pensando che siano alleviare le dolorose memorie di antiche e moderne vessazioni, di discriminazioni e colpe che gli uomini hanno esercitato per millenni contro le donne, e pretendere che un semplice mazzetto di fiori gialli rubati alla primavera possa restituire le ingiustizie del passato e garantire la giustizia nel presente e nel futuro. Io non dico che gli uomini siano cattivi e le donne buone, tutt’altro, ma che la gran parte degli uomini si è coalizzata da sempre per dominare le donne e spesso è stata anche il loro carnefice. Del resto i maschi derivano da loro, proprio dalle femmine in quanto non esiste il genere maschile come punto di partenza, i maschi altro non sono che femmine modificate dalla potente azione degli ormoni, attivati dal cromosoma dominante Y. Ma anche senza avere nessun tipo di minima erudizione scientifica, basterebbe osservare il torace di un uomo per capire che i suoi capezzoli atrofizzati, non sono altro che la traccia evidente della sua origine di base come femmina, così come l’accenno di coda di un embrione e le pelurie quasi scomparse e il reggersi carponi degli infanti ci rivelano la nostra antica origine di piccoli mammiferi quadrupedi. Ma sembra che per millenni questa evidenza non sia ma stata presa in considerazione alcuna, né dall’uno né dall’altro sesso. Le donne hanno continuato a subire la cultura e le regole degli uomini che hanno continuato ad esigere sottomissione con la forza e la prepotenza brutale, adducendo pretestuose scuse di derivazione religiosa o di inspiegabili assiomi pseudo-scientifici per cui spesso, la superiore capacità intellettiva del genere femmina veniva negata o distorta, facendo passare la tempesta della sua variabilità ormonale come follia “isterica”, altre volte in modi subdoli, come avviene ancora nel mondo attuale, anche quello più evoluto. Di questa realtà tuttavia sono paradossalmente responsabili le donne stesse perché al momento di diventare madri non insegnano affatto a loro figli il rispetto per l’altro genere, anzi vedono spesso delle antagoniste nelle loro possibili compagne di vita e considerano il matrimonio di un figlio poco meno di un rapimento da parte di un’altra donna. Ed è per questo che le cose non cambiano se non di poco ad ogni generazione e per la stessa ragione si ripetono rituali che nulla hanno di sostanziale, come l’offerta di ciuffi di rami di mimose giusto perché quest’albero disgraziatamente decide di fiorire nell’anticipo della primavera. Ma qual’è il problema se qualche centinaia di tonnellate di rami d’albero vanno perdute alla fine nella spazzatura? Sembrerebbe un argomento irrilevante, risibile, invece è fondamentale, perché la salvezza delle grandi foreste parte da come consideriamo e trattiamo anche il semplice ramoscello. Invece di far finta di piangere per la distruzione di foreste in lontani continenti senza mai riflettere sulla nostra reale conoscenza del problema e su tutti i nostri quotidiani comportamenti, ci concediamo molte altre libertà domestiche a danno dei vegetali, questi esseri viventi che hanno letteralmente “costruito” l’atmosfera che ci permette di vivere, solo per soddisfare tradizioni insulse e poco significative. Care signore donne, cosa pensereste se il vostro partner vi regalasse un melograno o una patata invece? Sarebbe un regalo più consapevole, un gesto più sentito e ricco di sincere promesse per il valore nutritivo sostanziale di questi doni, ma sarebbe anche un gesto che rivelerebbe nel vostro “lui” una sensibilità superiore, che è quanto di meglio possa desiderare una donna da un suo compagno di vita. Oppure chiedetegli di comporre per voi un poema, come l’antico poeta Tibullo che scriveva i suoi versi d’amore per Delia  “sub umbra arboris”sotto l’ombra degli alberi, presso le acque scorrenti di un limpido ruscello.
Non è una cosa insignificante, è uno dei tanti aspetti del disprezzo e dell’ingratitudine che abbiamo nei confronti degli alberi. Siate consapevoli che l’otto marzo, più che la festa delle donne è il giorno del massacro delle mimose perché, per via della vostra compiacenza, manipoli di individui, indigeni, comunitari, extracomunitari, marziani, vanno ovunque a strappare selvaggiamente i rami dagli alberi fioriti, spesso danneggiandoli seriamente o uccidendoli per vendere i mazzetti di mimose agli angoli delle strade ai vostri fidanzati, che altrimenti sembra non siano in grado di trovare idee più originali e con valori più diluiti nel tempo. Suvvia dunque, mostrate al mondo di saper aspirare a qualcosa di meglio, di avere una consapevolezza della vita che scorre nel ramo di un albero, che non è un oggetto decorativo ma un organo vivente con delle funzioni. Non vi suggerisce nulla il veloce deperimento di questo trofeo? Dopo pochi giorni appassisce e si decompone, forse proprio come i sentimenti amorevoli che dovrebbe e pretende di testimoniare. Chiedete al vostro partner qualcosa di più interessante, originale e durevole, un guizzo di ingegno creativo e di profonda sensibilità e avrete una prova più vera del suo amore. Ai fiori si attribuiscono arbitrariamente caratteristiche e funzioni che non hanno affatto. I fiori sono le sirene sensuali del mondo vegetale e non esistono per decorare i nostri ambienti, le nostre vicende, le nostre relazioni. Solo gli scemi umani possono pensare ad essi come simboli di purezza e usarli in tal senso ai piedi delle icone sacre. Sono gli organi sessuali delle piante e la loro bellezza, i loro colori sgargianti servono per attrarre gli insetti o i pollini vaganti, e riprodurre le piante in altri luoghi, non per gratificare le nostre contorte interpretazioni mentali e asservirli come elementi di arredo domestico o celebrativo privandoli della loro funzione vitale .
Si diceva e ancora si usa l’accezione: “Pura come un fiore!” Ma i fiori esprimono con la loro bellezza la pornografia vegetale che meriterebbe il rispetto della funzione e della loro ragion d’essere. Coltivarli per tagliarli e metterli nei vasi è di fatto una rapina e una barbarie. Siamo da sempre indulgenti e accomodanti sui nostri molti vizi mentali e giustifichiamo le nostre azioni e le nostre prepotenze sulla Natura accettando e seguendo i soliti stereotipi culturali con l’indifferenza, la superficialità, generati dal pensiero debole. Ma se veramente volessimo vivere in un mondo migliore, dovremmo imparare il rispetto universale, la riflessione profonda sulla realtà delle cose e sopratutto sulle nostre azioni. Nel mito della mela del giardino dell’Eden c’è un fondo di verità sulla natura e sulle attitudini umane. Dovremmo decidere se vogliamo contemplare, convivere in armonia e amare questa magnifica realtà vivente o se vogliamo soltanto divorarla. Infine care donne, mi dispiace, ma io sono un uomo che, se in un anno ci fossero 1000 giorni vi rispetterei ed amerei tutti i mille giorni dell’anno, ma oggi non vi donerò né realmente né idealmente un mazzetto di fiori gialli, ma piuttosto vi amerò ancora immensamente di più quando voi tutte sbatterete in faccia agli offerenti quel misero, ingannevole, simulacro del nulla, strappato brutalmente ad altri esseri viventi, unendo così il danno alla beffa e in modo da opporvi e forse fermare l’inutile e crudele massacro degli alberi in vostro nome e con questo rifiuto dimostrando agli uomini la vostra superiore intelligenza sensibile. E quindi, invece della Festa delle Donne in questi giorni di primavera incipiente, preferisco celebrare per mio conto la Festa delle Mimose.
ennio forina -marzo 2018

In Memory of One and Every Xmass Tree

Life and Death
Well, it looks like even in other countries, there are so many people ready to insult and deride like little kids in the elementary school sadistically do, when in a perverted fashion, they cruelly mock anyone who is less brave, less cool, less strong, or may have some physical defects or simply is different by them.
And out of the burial recesses of the social media, suddenly myriad of pitiless “zombies”, show up with gags and jokes to deride and hurt the dead roman tree. And supposedly the entire city of Roma. And the news on most channels broadcast and show all over the stocks without shame. What are all you, naughty and snotty nosed people, laughing and mocking about? The city of Roma and its people? Italians insensitive superficial and ignorant are doing the same already, because they are exactly what you are, dull, mindless, without compassion and probably with no soul, because you and them make fun of a living being whose life has been raped and taken away brutally, like that of all the trees in all the squares and courtyards all over the world, for no good reasons at all, other than stand a slow agony in the middle of the squares in the “civilized world” so that all the stupid people can say: “wooow”, “uuuhh”, “ooooh” to a life who’s suffering and dying amid thousands stupid shining lights for fake joy, when a simple candle would be enough to express true joy. If you don’t feel any compassion for this tree and all the other trees sacrificed and the unnecessary bloodsheds of the human feasts, when billions of animals are sacrificed to our “joy”, that means you are more dead and decaying than the tree itself ‘cause: “ Those who don’t feel the death of others are not alive at all”. And we all complain for the climate change and the pollution and despair when hurricanes, tornadoes and floods destroy homes and our sureness believed to be untouchable. And claim to have the right to dispose of other’s being lives as if they were our toys. The world already has become a broken toy in our childish hands, but toys don’t last long when played by the hands of careless and naughty children. And last but not least, please, stop naming ROMA, Rome. ROMA is ROMA it’s an aesthetically and architecturally beautiful and strong logo, for a city that gave an immense contribution to the civilization of the entire modern world. Please do not cripple it anymore. The Roman Empire has fallen long, long time ago, the everlasting Roman culture, achievements and foundations did not.
ennio forina Xmass 2017

Un Albero ucciso è morto! Che sorpresa!

Tree hearthIncredibile!
Un essere vivente, un abete, muore anzitempo, e ci si preoccupa sopratutto della brutta figura, della sua apparenza mentre dai loculi pubblici dei “social”, spuntano come funghi tutte gli zombi insensibili, senza compassione né anima, facendo a gara per ricoprire con lazzi e sarcasmi disgustosi e impietosi un essere vivente. Fingendo di scandalizzarsi, anche o solo per lo spreco di denaro impiegato per avere e per trasportare un cadavere “in fieri” e peggio ancora, ci si preoccupa che la sua agonia non sia durata abbastanza a lungo per far gioire il popolo vorace di “feste”.
Questo è il progresso etico, la consapevolezza del valore della vita esistente? Ripianteranno 10, 100, 10.000 alberi? E che differenza fa? Dove sono i princìpi dei cambiamenti, i segni di evoluzione della mente e dei comportamenti? Quest’albero era stato ucciso comunque, folla stolta che irridi la morte altrui, –
– Chi non sa sentire la morte degli altri, non è affatto vivo! – Era sacrificato per niente in ogni caso, anche se fosse riuscito a dare una illusione di vitalità mentre si decomponeva lentamente. Dobbiamo invidiare tutti gli altri cadaveri decorati sparsi nelle piazze e nelle case del mondo? Questa per me non è festa, ma una dolorosa constatazione che niente è cambiato e niente cambierà finché la mente umana resterà sempre ottusa a raccontarsi le stesse vere storie di orrore travestite da false favole. 
Possibile che questo stupido mondo umano, non sappia che la gioia e la morte non possono coesistere?
Alberi di Natale e bestie da macello; è come dire la stessa cosa, il fatto è che non esistono bestie e alberi da macello. Esistono animali e alberi, da noi bestialmente macellati.
ennio forina

Nella Profondità dei Sentimenti.

Noi tutti vorremmo che ci fosse un essere supremo che intervenisse ad aiutare le nostre vite e le vite di chi amiamo. Noi tutti vorremmo un rifugio sicuro dove passare la notte senza essere aggrediti come prede o senza essere catturati da altri come noi, fatti schiavi, torturati e uccisi, come è avvenuto tante volte nella storia e come tuttora avviene e continuerà a succedere. Ma se ci fosse per noi e per gli altri esseri viventi un paradiso in terra precostituito e preconfezionato, non ci sarebbero nemmeno gli organismi diversi e forse non ci sarebbe la vita organica, poiché la vita organica, quella vita che amiamo è anche imperfetta e dolorosa. Ma in questo contesto non c’entra Dio e non centra il diavolo. Il male e il bene sono vie, sono percorsi, non sono entità. Quello che è vero è che la natura, cioè l’insieme organizzato di cellule viventi è nata libera, libera di inventare e di reinventare se stessa – e anche di sbagliare -. La realtà è che noi siamo stati una “invenzione” naturale promettente, ma in gran parte abbiamo deluso le aspettative. Le mani, non la ragione, ci hanno dato il potere di dominare sul mondo vivente, ma senza il sentimento, questi strumenti sono diventati strumenti di distruzione più che costruzione, perché l’energia che le muove è quella della predazione più bieca. Non dobbiamo lamentare l’assenza dell’aiuto divino né attribuire le nostre colpe ai demoni. Un paradiso non deve essere regalato ma conquistato con le buone intenzioni con l’uso dei sentimenti e della saggezza. Ora, la nostra specie ha superato di gran lunga la crudeltà di altri feroci e impietosi predatori. Abbiamo popolato i nostri siti di mostri irreali ai quali sacrifichiamo vite reali perché abbiamo e stiamo ancora puntando tutte le nostre energie e interessi sul dominio della vita per i nostri vantaggi e non sulla comprensione della stessa. Questa attitudine è altamente distruttiva nelle prime fasi e auto-distruttiva nelle fasi successive e finali. Non serve il Karma per prevedere che la punizione del male è insita nell’azione stessa del compiere il male e e arriva sicura nel tempo. Che cosa faremo, quindi noi che vogliamo continuare ad amare la vita con questa tremenda consapevolezza del male in essa presente e sapendo che presto comunque tutto potrebbe finire? Continuare ad amarla ed amarla sempre di più perché è nella Vita Universale la risposta a tutte le nostre domande. “Dio” come un nome con un genere ed un numero è il risultato del pensiero circoscritto umano. Il dio che esiste non è quello che si descrive o si nomina, ma quello che si“sente” e questo è l’unico modo di conversare con questa essenza incomprensibile alle menti, ma vera nell’intuito e nei sentimenti più profondi.

Elementi di Verità

Quando si usa la capacità intellettiva per la conoscenza reale delle cose piuttosto che per l’affermazione di opinioni precostituite proprie o altrui, non si potrà coltivare questo virtuosa attitudine senza essere liberi da legami stretti di ordine ideologico, politico o religioso, perché solo per mezzo del libero pensiero sarà possibile veramente discernere e apprezzare gli eventuali elementi validi che possono essere contenuti comunque anche in ciascuno di questi ordini. Gli ordinamenti sociali variano da generazione a generazione e all’interno di esse e non sempre sono giusti, spesso sono costruiti come modi forzati di coesistenza che recano nelle loro strutture diverse molte imperfezioni e deformità, ma anche  per i loro aspetti giusti e necessari, essi valgono solo nell’ambito di una indispensabile, imperfetta e migliorabile coerenza sociale per il bene comune, ma non sono assoluti  e devono essere considerati come livelli dell’evoluzione di una etica più giusta possibile.
Sono sempre stato un cercatore di ragioni se non di verità e non ho mai preteso di trovare una “Verità” assoluta, ma solo elementi di essa, per usarli come pietre miliari rivelatrici del nome della via che stavo percorrendo e al tempo stesso come indicazioni certe della sua direzione. Vi sono verità relative alla nostra dimensione, alle nostre percezioni e vi sono verità fondamentali, ma non sono fatte di una unica entità e di sicuro non sono contenibili in nessun libro sacro, codice delle leggi o trattato filosofico, perché la loro percezione va al di là delle nostre strutture mentali, culturali e linguistiche, oltre i nostri miti, le illusioni e le ansie e le nostre paure, oltre i sistemi sociali, le rigide analisi scientifiche ed i diversi costumi di pensiero dei popoli. Sono verità o meglio parti di verità ineffabili che possono solo essere intuite, rilevate da capacità sensoriali estese e profonde ma non possono essere descritte né con le illusioni dei miti né con la logica opportunista e razionale dominante nella mente umana, che ha reso questa specie “almeno per ora” dominatrice del Pianeta.

Il Lato Oscuro della Parola “Libertà”

Libertà fine

IL LATO OSCURO DELLA PAROLA “LIBERTA’”
Cito : “La mia libertà finisce dove comincia la tua.” –

Non mi riferisco mai ai pensieri espressi da altri, ma raramente devo fare una eccezione, quando alcune idee vengono promosse e celebrate così tanto da influire sulla mentalità comune e la cultura. Non capisco perché questa frase sia menzionata così spesso e glorificata come se fosse l’apoteosi del senso della giustizia e della tolleranza, mentre in realtà, queste poche parole ad effetto, si prestano a molte interpretazioni ed utilizzi che hanno ben poco a che vedere con la vera etica e il senso di giustizia. Analizzando i significati reconditi di questa asserzione si può evidenziare per prima cosa il suo carattere circoscritto, autoreferenziale tra due soggetti, escludendo una possibile parte sofferente della disputa, una specie di accordo fra umano a umano che esclude altri umani e anche tutti gli altri esseri viventi, vale a dire: “purché tu non interferisca nel mio ambito di libertà, io non interverrò nel tuo, indifferentemente da quello che tu fai nella tua libertà”, perché secondo questa formula è il tuo ambito e devo rispettarlo, così se nel tuo ambito tu fai cose perverse io non potrò intervenire per impedirle.

Nulla di nuovo sotto il sole, è sempre stato così, è la primitiva legge umana del “farsi gli affari propri”. I popoli creano i loro sistemi di vita, le loro leggi, i loro usi e costumi e non ammettono l’ingerenza di altri popoli, che significherebbe una invasione di territorio e quindi un conflitto. È stato così in passato, e lo è anche oggi, ogni volta che questa formula veniva violata una guerra si scatenava, dopo la lezione dell’ultima grande rottura di questa formula, costata milioni di morti e immani distruzioni, si cerca di evitare un’altro simile conflitto, ma resta la formula in vigore, cioè ognuno a casa sua fa quello che vuole, ma solo per evitare guai maggiori, e questa non è etica, è la realtà umana. Il problema etico sorge veramente quando in questo ambito di libertà umana decisa dagli umani, che sono i fruitori delle sue conseguenze nel bene e nel male, entrano altri soggetti che rappresentano un bene per se stessi e al tempo stesso un bene comune ma non mercificabile e che non dovrebbero essere vincolati ai teoremi umani né ai loro trattati; gli animali e gli animali- piante. 
Se nel mio ambito di libertà esistono dei princìpi che riguardano il rispetto della vita e della compassione universale, io non posso tollerare che un altro paese, nell’ambito della sua libertà eserciti la sua prepotenza e brutalità su esseri viventi che non gli appartengono, poiché essendo viventi appartengono a sé stessi prima di tutto e contemporaneamente al mondo vivente, che non può essere divisibile se non con la prepotenza. Quindi la formula non funziona, perché o sono io a dover cedere alla prepotenza dell’altro o è l’altro che deve astenersi da esercitare quella prepotenza, smettendo di appropriarsi e uccidere esseri viventi che non gli appartengono. Ma scendendo in uno scenario più piccolo possiamo fare altri esempi. Una frase simile può essere anche di fatto, il suggello di un accordo fra bande criminali, come dire: “noi siamo liberi di fare quel che vogliamo nel nostro territorio e voi fate quello che vi pare nel vostro territorio”, basta che non invadiate il nostro e quindi la libertà di agire in esso. Lo stesso vale per gli esseri umani. Se – la mia libertà finisce dove comincia quella altrui – senza specificare come si usa questa libertà, vuol dire che sia io che l’altro ci stiamo appropriando di qualcosa che non ci appartiene, uno spazio di azione in cui potremmo fare qualsiasi cosa a condizione di non oltrepassare i confini dello spazio del nostro concorrente o del nostro mutuo accordo di non ingerenza, così siamo in due o innumerevoli duplicati di noi due, ad appropriarci della libertà di azione illimitata perché non specificata dai principi, in uno spazio limitato nel quale noi siamo i dominatori di qualcosa che in realtà non ci appartiene; quello degli altri abitanti del pianeta, che sono esclusi dal teorema, non lasciando loro né spazio né libertà dato che la nostra reciproca libertà diventa di fatto il nostro reciproco arbitrio mantenuto in determinati confini, purché divisibile solo tra noi.
Bisogna distinguere tra la libertà di essere e quella di agire. La libertà di essere è infinita, non ha e non può avere limiti, è una libertà dinamica che scorre nel tempo e nello spazio e non è circoscrivibile da una formula o da un teorema, mentre la libertà di agire ha precisi limiti etici che dovrebbero seguire il principio della tolleranza universale e del rispetto dell’esistenza di qualsiasi altra forma vivente. E non può essere decisa solo da un contesto di due soggetti o due parti. Io direi piuttosto che la mia libertà è infinita quanto quella di qualsiasi altro essere vivente, ma questa libertà deve fermarsi quando può nuocere agli altri, tutti gli altri, senza ragione di difesa. 
Il semplice fatto che una sola specie sia troppo numerosa, alterando gli equilibri naturali è di per sé un arbitrio e una prepotenza.
Solo per fare un esempio fra i tanti : – che cosa sarebbe successo se per ipotesi la Germania nazista non fosse stata del tutto sconfitta, ma si fosse decisa una pace tra le nazioni lasciando alla parte sconfitta le sue prerogative e scelte, consentendole dunque in base alla sua ideologia e al suo ambito di libertà nazionale, il permesso di continuare a sterminare persone nei “suoi” campi di concentramento? – Anche qui il teorema non funziona, così come non funziona a livello individuale nel caso in cui il mio vicino di casa, secondo il suo concetto di libertà, voglia bollire vivi cani e gatti e altri animali, dopo averli scuoiati, sempre da vivi. Parimenti dovrei tollerare il costume indigeno di bollire vive le aragoste o le lumaca secondo il concetto di libertà in vigore da queste parti e quindi per tutti i casi in cui io lascio fare a te tutto quello che vuoi finché non  impedisci me di fare  tutto quello che voglio io.
Io non posso rispettare questa formula di libertà perché rispetto prima di tutto la libertà e il diritto di vivere e di non soffrire delle persone, dell’aragosta e del capretto e di qualsiasi essere vivente. E anche qui si generano le premesse conflittuali che annullano ineluttabilmente la validità del teorema. Quindi a meno che non si verifichi un conflitto di sopravvivenza, alle diverse libertà esistenziali dovrebbe essere permesso di intersecarsi, sovrapporsi, toccarsi e comunicare in reciproci rapporti positivi e costruttivi.

La condizione base è che non si possa agire liberamente causando danno agli altri, semplicemente stabilendo limiti di azione soltanto fra un “te e un me”, e nell’ambito di spazi d’azione circoscritti, ma stabilendo dei princìpi etici che riguardano universalmente le azioni in essere da non superare, che non riguardano solo una relazione di tolleranza duale, fra due singoli soggetti intesi come entità, che possono anche essere culture, popoli e nazioni, non solo individui, escludendo tutto il resto, ma considerando dei principi che rispettino i diritti di tutto il mondo vivente che considerino ambiti di libertà condizionati dagli stessi princìpi.

Ennio Romano Forina

Fondamentalismo Specista

In risposta alla definizione di “fasciovegani” diffusa da alcune fonti dei media, per definire quelli che difendono i diritti, la libertà e la vita degli altri animali.

“Nam saepe ante deum vitulus delubra decora turicremas propter mactatus concidit aras…” Lucrezio – Liber secundus

Stasera in libreria, mi è capitato sotto gli occhi un libro con una copertina bianca, asettica e con una icona del giornalista che lo ha scritto – più credo, la fotina di una bistecca discretamente cruda – Nel libro, stando a quello che viene riferito online, si difende ad oltranza la priorità del genere umano su tutto il mondo vivente e il suo diritto assoluto di disporre della vita altrui nel nome della “libertà” di scelta e contro le “imposizioni” animaliste e di tutti quelli che nel libro sono definiti i “fasciovegani”, che vorrebbero deprivare il genere umano del sacro diritto di scannare gli animali nei modi e nella misura che conosciamo bene. Ho cercato in rete e mi è subito apparso il libro e vari riferimenti, tra questi, un articolo che un quotidiano ha scritto a convalida di questa tesi ed a elogio del giornalista. Se avete tempo leggetelo anche voi, è breve e superficiale…

Io ritengo che essere definito “fascista vegano”, (perché sono un vegano e sono contro i massacri degli animali), sia un insulto intollerabile. Io sono vegano e opero in difesa degli animali per mezzo della dialettica, non vado in giro con un bastone o l’olio di ricino per punire i carnivori, ma sono un esponente sincero di una rivoluzione etica ed evolutiva che sta acquisendo sempre più consistenza, per volontà, consapevolezza e presa di coscienza di popolo e non per squadrismo.

Uso la forza degli argomenti, degli elementi di analisi, non la forza della prepotenza e della supponenza che hanno invece i sostenitori dello status quo e della barbarie vigente. Loro versano il sangue, io/noi versiamo parole e sentimenti di compassione. Spesso molti di quelli che piangono per la sorte degli animali reagiscono anche con insulti, emotivamente per la frustrazione, per non poter fare altro di fronte allo strapotere delle leggi e degli interessi che “impongono” agli animali di essere vittime. E dato che il giornalista accusa noi vegani di essere compassionevoli solo per gli animali e indifferenti alla sorte degli umani, rivela con estrema chiarezza la sua incapacità di comprendere il sentimento della compassione nel suo significato sostanziale, poiché la compassione vera è universale, vale per il lombrico quanto per l’umano – considerando ancheche senza il lombrico e l’albero nemmeno noi potremmo esistere – e si esprime per qualsiasi forma vivente riconoscendo il principio dell’unicità della vita. Il fatto che l’amicizia per gli animali e la preferenza di rapporti affettivi con essi e l’impulso di difendere i loro diritti naturali si stia così diffondendo è dovuto al desolante riconoscimento della miseria e della falsità dei rapporti umani in confronto.

Ci sono state altre rivoluzioni nel mondo degli umani per sancire i diritti naturali di ogni individuo che erano stati rapinati dalle varie tirannie in atto di tempi non troppo lontani e le rivoluzioni sono servite a ridare ai popoli e agli individui quei diritti naturali depredati. Ma queste rivoluzioni sono ancora incomplete e malfatte, ci sono ancora schiavi e padroni, ancora prìncipi e sudditi, con nomi diversi e usando poteri diversi, e la società umana non è ancora perfetta perché non si è ancora evoluta eticamente e preferisce rapinare il pianeta in cui vive anziché convivere in esso rispettandolo. Il riconoscimento dei diritti e il rispetto di tutte le forme viventi rappresenterebbe un salto significativo di una vera evoluzione della specie, che porterebbe anche un immenso beneficio non solo alle vittime animali ma alla stessa specie umana.

La compassione e la saggezza sono sorelle e viaggiano insieme. Da prima di Empedocle in poi, molti umani compassionevoli e saggi hanno detto queste cose, donne e uomini, ma la voracità e la presunzione umana dominante cerca di soffocarle pervicacemente più che mai nel nostro tempo, sia la compassione che la saggezza. Ma per meglio chiarire le idee ai sostenitori dei massacri degli animali possibile che non riescano a capire che a rigor di logica che il confronto vero non è fra due fazioni dell’umana società che hanno idee diverse, escludendo la parte in causa, cioè gli animali. Non si tratta di sinistra contro destra o rosa bianca rosa nera, ma complessivamente di genere umano versus animali. Chi parla a vanvera di diritti e libertà, vada a chiederlo a loro, agli animali, se sono felici di offrirsi come vittime sacrificali per far fare agli umani operosi un sacco di soldi con la loro pelle e con il loro sangue. Essi sono in grado di rispondere, con le loro grida strazianti, con il terrore degli sguardi, con l’inutile resistenza alle mani dei carnefici, vadano a chiederlo a loro mentre li trascinano nel sangue dei loro fratelli e dei loro figli e delle loro madri. Guarda caso anch’essi hanno madri, figli e fratelli. Sono esseri viventi, come noi, nascono, si accoppiano, fanno figli che accudiscono amorevolmente e senza il nostro egoismo, anche quelli più forti e feroci si nutrono solo di quello che a loro occorre in un giorno, sono crudeli quanto basta, ma non conoscono il sadismo, le perversioni e le falsità che abbiamo noi, sono disposti a diventare docili e ad amarsi anche fra specie diverse di prede e predatori se si trovano in condizioni favorevoli, mentre noi ci scanniamo persino in un condominio e fra parenti stretti. Non hanno loro il diritto di rifiutare di essere considerati come dei prodotti? Quale giustizia per le madri di qualsiasi specie a cui vengono strappati i figli per trasformarli in denaro? Chi potrà restituire alla vita universale l’amore materno di cui il genere umano ha fatto scempio?

E a proposito del fondamentalismo di cui ci accusate, dai pulpiti delle vostre confortevoli alcove mediatiche, cari divoratori di bistecche sanguinolente, il fondamentalismo è un termine molto più confacente al vostro ostinato rifiuto di qualsiasi confronto dialettico e di riconoscimento di tutte le evidenze intuitive e scientifiche che rivelano l’anima sensibile e l’intelligenza di tutta la vita, così come un tempo molto vicino a questo attuale si rifiutava la giusta collocazione di questo pianeta nel cosmo. C’è un brano meraviglioso del “De Rerum Natura” che narra del dolore di una madre di una specie diversa, una mucca, alla quale è stato tolto il piccolo per sacrificarlo agli dei. Il poeta descrive così minuziosamente il vagare penoso di questa madre, dalla stalla al prato, annusando ovunque alla ricerca disperata del figlio che si capisce che deve aver osservato lui stesso la scena e di aver provato quel sentimento a voi sconosciuto: – la compassione-, così fortemente da sentire la necessità di riferire l’episodio nella sua grande opera.

Lucrezio, signori, uno scienziato visionario e rivoluzionario che è nato circa cent’anni prima di Cristo, vi deve insegnare la compassione? Che evoluzione c’è stata in questi duemila anni? Oggi non ci dovrebbero essere più gli dei fasulli inventati per giustificare le nefandezze umane, purtroppo quelli arcaici sono rimasti da noi e in molte altre culture e a questi se ne sono aggiunti altri, tutte le persone che pensano di essere divine entità terrestri e che pretendono che a loro si sacrifichino gli stessi animali che si sacrificavano duemila anni fa per la stessa prepotenza, con la stessa crudeltà.

Il Libro dell’Amore – 1

 L’amore vero è come un libro

che racconta una storia

che si scrive mentre lo si legge,

un libro in cui per ogni pagina

letta con passione sincera,

se ne aggiunge un’altra di seguito, 

e così per ogni giorno di lettura

un’altra e un’altra ancora da leggere

senza che all’ultima pagina dell’ultimo capitolo

possa mai apparire la parola “Fine”

ma quella di un nuovo inizio.


ennio forina

Ma se non ci sono parole da scrivere in ogni pagina, ogni giorno, non c’è una storia da raccontare e nessun Amore da vivere.

Qui e Adesso

Non cercare il vaso d’oro

alla fine dell’arcobaleno.

Goditi l’arcobaleno.

 

ennio forina

Pot of gold3.jpg

La vera ricchezza si trova dove sei, a un passo da te, nelle cose più apparentemente umili e usuali da conoscere per il loro reale valore. Non sprecare questa ricchezza inseguendo illusioni. Ogni pensiero comprensivo e gentile, ogni parola detta con sincerità, ogni gesto  in aiuto e amichevole può diventare più prezioso e gratificante di qualsiasi oro e mutare la tua vita in un tesoro che sarà sempre con te. I sentimenti valgono molto più dell’oro.

ennio forina

Una diversa evoluzione. Proemio/1

Perché mai in ogni era, ogni popolo della terra subisce il fascino delle pietre preziose, delle scintille di luce e persino della fiamma di una candela? Energia, è la risposta giusta. L’energia della luce che ha attivato le molecole della vita inorganica fornendo l’energia necessaria per compiere i primi stadi della trasformazione di questa in molecole organiche cioè adatte a costruire complessi sistemi viventi mediante associazione e specializzazioni diverse. E sono le cellule degli organismi che hanno la memoria di questa energia luminosa che le ha rese viventi ed evolventi. Per questo credo, qualsiasi oggetto che emana o riflette luce trasmette il fascino della vita nascente in noi. Una gemma preziosa quanto la luce di una candela, come la luce delle stelle. Le prime molecole della vita hanno assorbito l’energia del vento solare e della sua luce di cui tutto il mondo vivente ha un insostituibile bisogno, attraverso le dense atmosfere di polveri vulcaniche e gas e il luccichio delle acque primordiali e dopo essere diventate microorganismi le hanno trasformate in carburante per gli organismi primitivi con lo scopo di colonizzare anche le terre emerse con le forme di vita vegetale prima e animale poi, dentro e fuori gli oceani . È stata un’operazione intelligente, consapevole, creativa e “voluta”. L’associazione delle proto cellule ha generato le alghe, le alghe producevano ossigeno nelle acque mentre i funghi si sviluppavano sulle rocce bagnate da esse. Ma le alghe fuori dall’acqua erano vulnerabili dai batteri e per conquistare la terra dovevano trovare il modo di difendersi così si sono alleate con i funghi delle scogliere e da lì si sono sviluppati poi i vegetali terrestri: le piante. Le piante primitive con la loro intelligenza, hanno colonizzato questo pianeta e sono il punto di partenza di tutto il mondo vivente organico e a cui dobbiamo la gratitudine di essere vivi. Ma dato che le molecole che sono alla base della vita sono presenti, più o meno densamente, in tutto l’universo è chiaro che è l’universo stesso ad essere vivo in tutte le sue parti e che le particelle di universo apparentemente inerti come le rocce, i metalli, i pianeti e i meteoriti desolati, sono tutt’altro che inerti e tutt’altro che senza vita. Queste mie considerazioni fanno parte di una teoria generale che ho elaborato specialmente nel corso degli ultimi anni, e che rappresentano elementi di una analisi a seguire che sbalzano il genere umano dal suo pretestuoso e auto-assegnato piedistallo di superiorità. Ogni tanto pubblico sul blog alcuni pensieri che sono nel flusso di questo esercizio della ragione ma ancora non ho avuto la costanza di mettere in ordine logico prima e di esporre quello che è il nucleo della teoria che certamente credo verrà capita o condivisa da pochi. Anche perché la dimostrazione della teoria è puramente intuitiva, io non sono uno scienziato istituzionale, non ho titoli accademici, sono un filosofo naturale, da sempre un libero pensatore, i miei docenti sono i fenomeni naturali e quelli del mondo vivente –  e preciso, non uno studioso di “storia della filosofia”, sono un cercatore di elementi di verità, quelle parti di verità che sono evidenziate dalla ragione ed altre che non possono esserlo ma possono solo essere “sentite”, intuite, perché ineffabili e oltre i nostri abituali schemi mentali logici e il mio metodo di ricerca somiglia più a quello di uno “Sherlock Holmes” che a quello di uno scienziato classico abituato a dissezionare, scomporre  gli elementi, penetrare profondamente nelle loro strutture fisiche per capirne il “funzionamento” a me interessa meno il loro funzionamento, mi interessa la “ragione delle cose”, il perché esse avvengano e quali sono gli effetti e su quali effetti si debba intervenire e quali altri debbano essere lasciati come sono. Altri sono i soggetti che seguono la ricerca finalizzata al bene supremo della specie umana. La natura della vita non si conosce infilzando gli insetti e contemplandoli nelle bacheche e nemmeno continuando a tagliarli a pezzi e bruciare i cervelli degli animali con scariche elettriche e avvelenarli per capire i meccanismi che li fanno esistere, ammalare o trasformare. Sono metodi primitivi, barbari e terribilmente ingenui, specialmente oggi nell’era in cui la scienza molecolare ha fornito mezzi di indagine immensamente superiori e più precisi. Io mi interesso di ciò che intimamente e oggettivamente possa risultare come un elemento della realtà universale. Noi non abbiamo il diritto di cambiare ogni cosa per farla aderire ai nostri gusti, alle nostre necessità, dovremmo prima imparare dal complesso di elementi vitali che chiamiamo “Natura” a conoscere le evidenze delle opzioni che la Natura stessa offre e cercare di incrementare quelle più positive ed evolute.

Ode to the Women

A woman is a storm

A woman is sunshine

A woman is a poetry

A woman is a rhyme

A woman is a song

A woman is a lullaby

A woman is a river

A woman is a prairie

A woman is a forest

A woman is a flower

A woman is a tree

A woman is a mountain

A woman is the space

A woman is a shelter 

A woman is a nest

A woman is a challenge

A woman is a cradle

A woman is a meadow

A woman is a stream,

A woman is a tear

A woman is a smile

A woman is a laugh

A woman is a cry

A woman is a whisper

A woman is the rain

A woman is a gust of wind

A woman is a breeze

A woman is a pond

A woman is a lake

A woman is a drop

to quench your thirst away

And a woman is the ocean

In which you gladly sink

A woman is everything there’s is

And that will ever be

A woman is no prey

A woman is no conquest

A woman is no property

A woman is no gift

A woman is the horizon

where you would like to be.

ennio forina 

Per Tradizione e per Profitto

Matteo – 6-8 Per Tradizione e per Profitto

Posted on 26 August 2017 by ennio forina
C’è un dipinto che rappresenta un episodio biblico riguardo un importante personaggio e il di lui figlio. La storia, che tutti quelli che hanno fatto un po’ di catechismo conoscono, riguarda una brava persona, padre di famiglia che suda, lavora nei campi e alleva pecore e capre e non fornica, ed è insomma un uomo tranquillo, che segue tutti i dettami della cosiddetta legge ivi corrente. A un certo punto però, nella sua vita accade qualcosa di inaspettato, di tremendamente inaspettato.
 
Il Padre suo celeste, che lo ha creato, esige una dimostrazione assoluta e incontrovertibile della sua fedeltà e lo mette alla prova con una richiesta da gelare il sangue che ricorda tanto quella di donne amanti e crudeli che, tanto nelle saghe quanto nella realtà storica, chiedevano ai loro amanti di sacrificare e donare loro quanto di più prezioso avessero per dimostrare il loro incondizionato amore: averi, ricchezze, affetti. La letteratura reale e fantastica è stracolma di esempi a riguardo. Quindi il divino essere supremo in questo racconto vuole ricevere questa prova dal suo figlio nel racconto biblico, in modo antitetico a ciò che affermava Gesù nvece nel “nuovo” testamento: che, poco prima di recitare la preghiera assoluta da rivolgere al Creatore, diceva ai suoi discepoli: “…perciocché il Padre vostro sa le cose di che voi avete bisogno, innanzi che gliele chiediate”. Matteo Capo 6-8
 
Quindi resta solo da decidere quale delle due tesi sia più attendibile e veritiera. Se Dio, come afferma Gesù è in grado di sapere tutto e di vedere tutto e di poter leggere nella mente delle sue creature, non aveva alcun bisogno di ricevere una conferma di dedizione e ubbidienza, l’avrebbe potuta leggere nella sua mente senza ricorrere al trucco di richiedere un sacrificio umano. Quindi o il dio della bibbia non è in grado di leggere nella mente dei suoi figli e Gesù si sbaglia nel dire il contrario, o Gesù ha ragione – come io sarei portato a pensare se fossi un credente di tale o di qualsiasi religione – ed è il racconto biblico che è imperfetto e la messa in scena del sacrificio era solo un altro espediente tutto umano per giustificare il sacrificio di un animale innocente. Come può un dio creatore di vita, volere il sangue e voler riprendersi la vita di un suo essere in modo cruento e prematuro per una semplice informazione di cui sarebbe già in possesso? Per avere una conferma di sottomissione o per decifrarla come se fosse una buona azione? Ma le azioni buone non sono quelle che si fanno per ottenere un compenso o per evitare una punizione, e anche questo è nel messaggio cristiano del vangelo.
 
Ma la ragione per me di riesaminare questo racconto in modo analitico è che viene sempre riportato alla luce nella sua descrizione marginale episodica e non nel suo contesto “sostanziale”, poiché contiene un retaggio culturale rimasto attuale nelle sue esecuzioni pratiche, senza reali giustificazioni di necessità, che proviene da tempi antichissimi e pagani e che il genere umano moderno, tecnologicamente e razionalmente progredito, non ha ancora abbandonato continuando a compiere gli stessi sacrifici sanguinari primitivi, dopo averli santificati e “modernizzati” in modi formalmente diversi nelle varie tradizioni popolari di tutte le latitudini.
 
Infatti, alla fine, questo padre è felice, perché avendo obbedito al suo sovrano è stato risparmiato da questa atroce sfida mortale, il figlio se l’è vista brutta per un momento, ma poi avrà tirato un sospiro di sollievo magari ricevendo qualche emolumento in più dal padre per farsi perdonare dello spavento causatogli. Quindi, tutto bene quel che finisce bene? No, perché la richiesta cruenta rimane, tant’è che al Signore non basta l’obbedienza estrema dell’uomo, vuole anche veder sgorgare il sangue di un’altra sua stessa creatura – meno importante – ad ulteriore riprova dell’osservanza al suo imperio.
 
Questo è piuttosto il comportamento tipico di un sovrano “umano”, non di un creatore amorevole come una madre dovrebbe essere per i suoi figli.
 
E la domanda finale è: perché questa storia viene ancora elargita dai tutori dell’arte e della stessa cultura istituzionale e religiosa in forme descrittive artistiche e aneddotiche, come se fosse una esemplare rappresentazione di virtù umana e di benevolenza divina e nessuno, nella cronaca storica e artistica, si è indignato mai per la sorte ingiusta assegnata al caprone, dato che l’uccisione non necessaria dell’animale viene accettata e praticata senza riflessione né compassione e tramandata per secoli e secoli fino ai giorni nostri?
 
Ma questo è il risultato della perversa mente umana che inventa e racconta a se stessa delle storie fantastiche per giustificare i suoi eccessi, la sua voracità e presunzione.
Ma come! Non avremmo dovuto mordere una semplice mela e abbiamo il permesso di divorare intere greggi e mandrie all’infinito, e uccidere capre e vitelli, agnelli e conigli, ovunque e con ogni scusa, delfini e balene in giappone, volpi in inghilterra, cuccioli di foche in canada, cani e gatti in cina, in asia e qualunque animale da cui si può trarre profitto e nessuna voce, contro questo immane, continuo massacro si eleva dalle religioni che si dichiarano compassionevoli, prima fra tutte quella cattolica e dovunque nel mondo si fanno sacrifici di animali fatti nascere apposta con lo scopo di sacrificarli nell’ambito delle varie credenze religiose dei popoli, motivandoli con scuse diverse e chiamando in causa religione e tradizioni che sono poi la stessa cosa.
 
Perché nessuna voce intellettuale insorge contro le catene culturali che impediscono alla ragione e al sentimento di affermarsi al di sopra della contorta presunzione e prepotenza umana? Uccidere per tradizione è come uccidere per profitto, sono ambedue azioni perverse e contro natura che non appartengono a nessun altro animale esistente e mai esistito, ma che solo l’animale umano compie da sempre, dimostrando di non aver fatto, come specie, nessun passo avanti nel progresso della evoluzione etica.

 

Lettera agli Atei

È solo questione di precisione nel definire quali possano essere i veri parametri di un confronto dialettico. I dogmi sono i protocolli chiusi che annullano ogni dialettica e quindi lasciamoli stare. Io penso che non è necessario professarsi “atei” perché questa è una definizione senza senso in quanto è il contrario di qualcosa che non esiste, o meglio che esiste solo “culturamente” nei vari modelli che descrivono una o più entità superiori costruite dai popoli di tutte le ere per avere riferimenti ipotetici oltre lo scenario delle loro esistenze. L’ateismo prevede un riconoscimento razionale della realtà fisica distinta da una ipotetica realtà spirituale ineffabile, ed è qui che il concetto cade paradossalmente in una caratterizzazione artefatta e dogmatica simile a quelle delle religioni. Io, ad esempio, pur non credendo in nessuna religione – in quanto codifiche di comportamenti e credenze -, ma solo in alcuni selezionati  eventuali elementi di saggezza in esse contenute, non posso e non voglio definirmi “ateo” perché il termine non descrive quelle parti di verità che io conosco, prima di tutto che non esiste una distinzione esistenziale tra il mondo “fisico” e quello ”spirituale” se non nella nostra mente.

L’Universo è unico, come la Vita è unica, le parti di questa vita e di questa realtà unica sono solo distribuite in modi differenti in alcuni corpi e spazi più concentrate, e in altri più diradate ma sopratutto interagenti e indispensabili fra loro e quindi nell’ateismo come nelle religioni si riferiscono come realtà diverse, quando non lo sono. Considerate il nostro corpo e quello di tutti gli animali. È un “organismo” cioè composto di vari elementi diversi, alcuni dei quali potremmo definire “fisici” “materia” come i metalli, l’acqua, i minerali, perciò – non vivi- secondo i nostri criteri razionali, eppure senza di essi non potremmo esistere. Basterebbe essere privi anche di uno solo dei micro-elementi minerali che servono in quantità minime, ad esempio il ferro e moriremmo in breve tempo. La Vita, unica, si sviluppa in un oceano di differenze nelle sue varie forme, altrimenti non potrebbe essere creativa, non potrebbe formare nuovi organismi, sempre più evoluti, sempre alla ricerca di criteri di armonia di funzione e di bellezza.

Tutto questo accade continuamente sotto i nostri occhi, ma noi lo vediamo attraverso i vetri offuscati delle nostre percezioni, della “miopia” delle nostre menti. Ecco perché non ha senso definirsi atei, basta dire di non credere in divinità inventate da noi, che somigliano a noi e che si comportano come si comporterebbero i sovrani umani.
Ma questo non significa che non si deve riconoscere la “divina energia” vitale Cosmica e forse quello che noi chiamiamo “essere supremo” è il Cosmo stesso, in ogni sua piccola parte. Ma che, per fortuna, non ci assomiglia affatto.

Tori, Daniza, KJ2, Cinghiali…

Medusax.jpg

MEDUSA ERA UNA BELLA E DOLCE FANCIULLA ED I TORI, DANIZA, KJ2, CINGHIALI…NON SONO MAI STATI MOSTRI…

Una Diva potente e perversa che assolda un miserabile sicario con la promessa di una facile gloria e costui che munito di armi letali, va ad uccidere l’innocente trasformata in mostro da una mostruosa e insana gelosia e raccoglie il suo premio sulle spoglie e la testa della povera fanciulla che non avrebbe mai fatto del male a nessuno.

Non c’è stato nella cultura storica un biasimo letterario o artistico per la potente dea dell’intelletto, né mai ho rilevato un cenno di compassione per questa innocente, mitica creatura che subisce la tremenda trasformazione, nell’inane consapevolezza comune, e nella cultura classica, per secoli e secoli. Solo perché è un mito? No, non è solo un mito e il riflesso di qualcosa che è stato ed è terribilmente reale e attuale. Lo ritroviamo in tante tradizioni in cui innocenti e innocue creature vengono deliberatamente trasformate in mostri per avere poi la scusa di abbatterle e distruggerle. Come per i tori delle corride mentre i loro carnefici  si guadagnano, con tutti i loro specchi magici, la gloria infame della sofferenza e della morte, applaudita da una platea assetata del sangue di innocui esseri viventi se lasciati vivere indisturbati.
Continuiamo così a ricoprire di gloria i veri “mostri” e a distruggere le creature belle e innocenti.

Sono le Meduse attuali, i Tori delle corride, gli Orsi del trentino, i Cinghiali della maremma e tanti altri animali la cui bellezza viene sacrificata alla dea del profitto, che di sicari ne può ingaggiare moltissimi. Ma i veri mostri si riconoscono dalle loro azioni, non dal loro aspetto.

ennio forina

 

 

 

Beati Qui… Patiuntur Propter Iustitiam

Beatrice.jpg

Beatrice Cenci. Uccisa dalla religione del perdono. Forse la prigione di Via di Monserrato, dove è situata la targa che ho visto  molte volte passeggiando in quei dintorni. Molto tempo fa, quando ancora non sapevo chi fosse, ho visto un dipinto che la riproduceva in questo modo e che mi aveva così colpito per l’espressione del suo sguardo dolce e triste, come quello di un passero in trappola impaurito rassegnato, ma implorante aiuto, che in seguito mi ha spinto a conoscere la sua storia, ma non sono mai riuscito a ritrovare l’immagine di quel dipinto. 

“Italia” Est Omnis Divisa In Partes Tres

CMYK base

156 anni, un paese ancora disunito e dormiente, che riposa sui suoi antichi allori senza nemmeno prendersene cura e senza saperli sfruttare degnamente e con intelligenza. Un paese che nasconde frettolosamente negli scatoloni alcune sue belle statue antiche in segno di sottomissione per un visitatore esterno e che mette in discussione persino la legittima presenza dei simboli millenari che hanno accompagnato e guidato, la sua storia e il suo sviluppo. Un paese in cui si è sviluppata la prima vera concezione di uno stato moderno e magistralmente regolato, che con i suoi principi di diritto civile e di governo, ha creato le fondamenta di uno stato moderno a cui si sono direttamente e indirettamente inspirate le nazioni attuali di tutto il globo. Un paese che ha un immenso patrimonio artistico e storico rende quasi impossibile visitarlo permettendo a orde di nuovi barbari nativi ed alieni, di fare scempio delle città d’arte, delle periferie, delle stazioni, delle coste e delle aree naturali. Un paese che chiama “piromani” gli incendiari criminali e non sanziona mai i deficienti che gettano le sigarette accese fuori dei finestrini delle auto per non sporcarle con i loro vizi. Un paese dove tutto è proibito e tutto è permesso. Un paese che scoraggia e deprime l’inventiva e le potenzialità  individuali. Dove il merito, il talento e la creatività sono solo un lontano ricordo. Un paese conforme e conservatore, ma facile preda delle mode più insulse. Un paese di servizi, lotterie, sale da gioco, recupero crediti, compro – oro,  bar e ristoranti e gente che vive nelle scatole di cartone per strada e che lascia trasformare ogni strada, ogni piazza ogni angolo in un suk disperso e frammentato. No, fratelli d’Italia. L’Italia non è ancora desta, direi che giace sempre languidamente nel suo letto, senza rendersi conto che il prossimo passo, dalla decadenza è il baratro della barbarie.

ennio forina

Perseverare Autem Diabolicum

Bestia umana

Dato l’imperversare da parte dei media e dei politici della indegna locuzione “trattati come bestie” riferendola ad umani che, sempre per cause umane, subiscono trattamenti di questo genere, sono costretto a pubblicare di nuovo il mio aforisma, sperando che serva a far riflettere qualcuno tra quelli che usano frequentemente questa analogia, senza minimamente rendersi conto del significato implicito e del messaggio culturale che ne deriva: Il trattamento “bestiale” riservato agli animali sarebbe giusto, ma non lo è per gli umani, quindi, stabilire che le bestie possono essere trattate male e che il trattamento a cui sono sottoposte è qualcosa di definitivo e immutabile, significa avallare e continuare la cultura dei trattamenti infami, riservati solo agli animali. Che fra l’altro, sarebbe un concetto contrario a quelle leggi “teoriche” che dalle nostre parti, non ammettono la crudeltà gratuita e non necessaria verso tutti gli animali. 

Stupisce, che quasi tutti quelli che hanno il privilegio di parlare dai pulpiti dei media sono anche dei super laureati con 110 e lode, si fanno chiamare dottori, – anche se non ho mai capito cosa possano insegnare,-  ma non arrivano a capire che le parole generano cultura e dalla cultura derivano i comportamenti collettivi. Quindi, se è comunemente accettato che gli umani non debbano mai essere trattati come bestie è altrettanto ammesso che per le bestie quel trattamento sia normale e attuabile e di conseguenza la politica non sentirà mai il bisogno di emanare leggi per abolire i trattamenti “bestiali”, gli allevatori avranno il permesso legale e culturale di maltrattare gli animali come vogliono e i bambini che imparano questo linguaggio continueranno a pensare che la vita animale è una vita inferiore, senza valore e senza sentimenti e può essere avvilita e annientata a nostro piacimento.

Oggi abbiamo finalmente capito che il colore della pelle e le forme del viso, non distinguono gli esseri umani in soggetti inferiori e superiori ma solo “temporaneamente” diversi nelle loro forme. Ma, riguardo agli altri animali, la nostra superiore etica si ferma ai confini delle differenze di forma, ignorando il fatto che anche i nostri progenitori nuotavano come pesciolini e progressivamente avevano acquisito quattro zampe, una pelliccia e una bella coda per abitare sugli alberi e nutrirsi di frutti in modi simbiotici. Oggi che siamo più evoluti e più intelligenti, continuiamo a perseverare in una analoga’’ideologia” razzista, applicandola ad altri esseri viventi, definendoli “vita animale” che abbiamo arbitrariamente classificato in specie diverse per comodità d’uso.

Facciamo crescere i cuccioli umani nella menzogna del perbenismo, mentre altrove nella larga parte del mondo si fanno partecipare agli orrendi massacri e alle uccisioni nei mattatoi rudimentali e nel ritualismo sanguinario definito tradizione e cultura. Da noi l’ipocrisia pervade e falsifica le informazioni che i piccoli umani ricevono da qualsiasi supporto mediatico e dai produttori di cibo animale. Così si mostrano mucche felici a pascolare nei clivi montani felici di donare il proprio latte e i propri corpi alle fameliche fauci umane, fanciulle avvenenti che sembrano tante Terese d’Avila berniniane, nell’atto di entrare in una profonda estasi sensuale mentre introducono fette di prosciutto nelle loro labbra tumultuose, e sorrisi sgargianti ovunque si consumi carne, che segnano l’apoteosi del cibo prodotto e generato proprio dai trattamenti bestiali, oggetto di queste considerazioni.

Altro che prati verdi, altro che felicità del sacrificio per il nostro benessere, altro che raggi di sole che baciano la pelle bagnata di vitelli e agnelli appena nati, altro che amorevoli effusioni delle madri che non riescono a dar loro nemmeno una piccola leccata e un sorso di latte materno. Vergogna!, Vergogna a tutti noi cuori di pietra e ipocriti.

Abbiamo costruito un mondo di falsità, di illusioni e di distorsioni che periodicamente causano i nostri rovinosi conflitti, ma che “continuamente” causano la sofferenza di tutto il mondo vivente. E i tribuni della plebe umana non si degnano di riflettere a fondo nemmeno su quello che dicono ripetendo fino alla nausea i nuovi stereotipi verbali del momento, fino a che sono così tanto sfruttati da tutti, che inevitabilmente si estinguono lasciando il posto ad un’altra nuova parola abbastanza versatile da poter essere infilata dappertutto nel vuoto frasario mediatico, per dare l’impressione che si stia dicendo qualcosa di sensato o minimamente logico e non di esercitare le mascelle e la lingua.

Adesso va di moda la “narrazione ” e tutti sono diventati narratori, anche se devono riferire quale colore di cravatta o acconciatura di capelli scelgono per la giornata. Ma ci sono stereotipi linguistici pericolosi e uno di questi è appunto il “trattamento bestiale” nonché la stessa definizione di “Bestie”. Concetti di cui forse non capiscono nemmeno il significato, perché non hanno mai imparato a riflettere profondamente sin da piccoli ma ad accettare supinamente quello che la cultura dominante imponeva di seguire, facendo rivoluzioni e sommosse,sporcando muri e rompendo vetrine, quando erano giovani, non per costruire una nuova morale più giusta e universale, ma per ricattare e chiedere più soldi alla “mamma stato” perché altrimenti, poverini, non sarebbero stati in grado di studiare, cosa che avviene anche adesso.

Io non sono un tribuno della plebe umana, sono un tribuno della vita universale, quindi sono un tribuno degli animali e lotterò fino all’ultimo respiro con le mie parole per il diritto di esistere liberi degli animali e la difesa della vita contro le parole che uccidono la vita.

ennio forina 

 

“Quia Plus Valeo” – La legge del più forte.

Non esistono animali predatori

che uccidono altri animali

per ottenere una cosa diversa

dal corpo dell’animale stesso.

Solo gli animali umani uccidono su commissione

come dei sicari, per ricavare denaro

dai corpi degli animali uccisi.

Con quale coraggio e intelligenza

possiamo definirci moralmente superiori mentre 

facciamo le cose più odiose e distruttive?

In tutto il mondo vivente la pietà è un bene raro

ma la crudeltà è contenuta entro i limiti del necessario,

anche se vi sono specie che hanno alcuni 

comportamenti simili ai nostri, 

ma l’esercizio del nostro potere distruttivo e oppressivo

non conosce limiti e non è basato

sulla capacità di un pensiero superiore, 

ma sulla brutalità dell’azione

senza nessun tipo di pensiero.

 

ennio forina

Una Evoluzione Diversa…Cosmic Harmony

 

Proof2.jpg

Quando ho iniziato a scolpire forme umane femminili con rami tagliati da inopportune potature è stato per un senso di rabbia e di frustrazione, per non poter impedire questi massacri periodici fatti per i motivi sbagliati, nei modi sbagliati e nei periodi sbagliati, che di fatto fanno ammalare, alterano la normale crescita e stabilizzazione degli alberi e fanno marcire i monconi di rami amputati che vengono invasi dai funghi e infine causano la morte prematura degli stessi alberi. Ma di tutto questo la gente comune non si rende conto e continua a credere che le potature siano una delle azioni più lodevoli che possano essere intraprese da una amministrazione civica. Io non ho mai sentito venire da nessuna parte  qualche flebile protesta di indignazione per le sigarette consumate a metà che vengono gettate sprezzantemente sul suolo pubblico a miliardi nel giro di un anno, né sentito esprimere una preoccupazione specifica, una campagna sensibilizzatrice da parte delle istituzioni per scoraggiare, se non impedire questo barbaro modo di disporre dei resti dei propri vizi né da parte di nessun condominio o singolo cittadino protestare pubblicamente per i marciapiedi coperti da questi residui tossici e pericolosi. Ma per le foglie degli alberi sì. Non c’è un condominio di questa città che non si preoccupi in modo prioritario della presenza al suolo delle foglie degli alberi non delle sigarette. E in questo caso alle proteste seguono gli interventi autonomi e quelli pubblici quasi senza esitazione. Le foglie degli alberi che non solo non sono tossiche ma hanno la funzione di arricchire il suolo mediante la disgregazione enzimatica delle loro strutture e quindi di dare il giusto nutrimento alla pianta stessa che le ha prodotte per quanto queste sostanze possano attraversare la prigione di asfalto che racchiude le radici. Ma le piante sono intelligenti  molto più intelligenti di quanto si possa comunemente supporre, e trovano il modo di sopavvivere nonostante noi facciamo di tutto per impedirglielo. Ma la ragione che segue questa mia riflessione è un’altra: altrove ho parlato delle false convinzioni che sono stabilite nella cultura generale riguardo le potature degli alberi, qui , invece voglio parlare di un’altra evidenza che ho scoperto per “serendipity” nel momento in cui progredivo nello scolpire la mia seconda statuetta in un tronco di un pino. La mia prima scultura era ricavata da un piccolo ramo di platano abbandonato al suolo nel mese di giugno inoltrato, periodo in cui di consueto vengono fatte le potature, almeno qui a Roma incuranti del fatto che se un albero emette dei rami e genera le foglie vuol dire che sta effettuando una procedura biologica e biochimica imparata in milioni e milioni di anni, la stessa che ha consentito a tutti gli esseri viventi (compreso noi) di esistere e che ci permette di utilizzare il risultato di questa intelligenza vegetale per fare tutte le nostre stupide cose, senza nemmeno un pizzico di gratitudine, pensando che sia scontato che qualcosa nella natura ci abbia dato l’aria da respirare, – così per grazia ricevuta, – ma noi invece di essere riconoscenti ne disponiamo nei modi più ottusi. Dunque, quello che ho scoperto lavorando sul mio primo rametto di pino era che man mano che la figura prendeva forma nelle sue parti, nel torso nei seni nelle cosce, nei glutei, i cerchi concentrici delle varie età dell’albero si disponevano in modo armonioso parallelamente all’armonia da noi riconosciuta ed ammirata delle forme femminili. Tutto il corpo femminile nelle varie parti era segnato  e sottolineato dalla bellezza delle striature e più un elemento del corpo risultava progressivamente ben fatto, più le striature assumevano un disegno più fluido e bello e assecondando ed esaltando le curve e gli spessori, come fossero un abito trasparente aderente al corpo. Non è la bellezza di una formula matematica, perché la matematica come la intendiamo noi vale solo in questa nostra dimensione di mezzo, mentre nel microcosmo quanto nel macrocosmo non funziona affatto così. È il ritmo della vita universale che è armonioso e creativo, erratico e anche nelle sue discordanze è bello proprio per questo… Si pensi cosa sarebbe il cielo notturno se le stelle fossero disposte in ordini geometrici riconoscibili e schematici. Oppure lo skyline di una catena montuosa che invece di essere irregolare e frastagliata fosse fatta di parallelepipedi messi in bella fila. O che le onde del mare si disponessero allineate con le loro increspature bianche, come fossero i soldatini di un esercito di secoli fa, che avanza a farsi massacrare. Come se un gruppo di ingegneri umani avesse il compito e il potere di sistemare una porzione di universo secondo i nostri criteri, facendo quello che gli architetti umani fanno nel progettare i nuclei civici, cioè i nostri sepolcri abitativi. Palazzi e grattacieli come parallelepipedi o cubici o triangolari con finestrelle tutte uguali come  le aperture di loculi di un cimitero vivente. Anche se adesso si cerca di osare delle distorsioni più audaci e meno scontate ma ancora con scarso successo. File di alberelli monotone a fiancheggiare percorsi, strade e aree d’erba degradate a tappeti uniformi.

Ma il cosmo non è così, se non basta quello che possiamo vedere e non guardiamo quasi mai dai nostri consueti punti di osservazione, basta vedere la foto del telescopio Hubble che evidenzia la caoticità armoniosa del cosmo e basta guardare dentro le intime strutture atomiche dei nostri corpi o della materia, che sempre solo nella nostra dimensione di mezzo, riusciamo a plasmare e costringere in forme lineari geometriche precise, ma anche all’interno di questa materia c’è un apparente ma evidente caos. Ma in ciò che chiamiamo Natura tutti i caos sono dinamicamente impegnati a cercare una armonia, una stabilizzazione non definitiva, che nelle nostre limitate capacità sensoriali tuttavia decifriamo come “Bellezza”.  Ecco perché io sostengo che sia l’intelligenza che l’armonia e quindi la bellezza che dall’intelligenza deriva, sono la stessa cosa in  tutto l’universo. Noi non siamo più intelligenti di una pianta perché abbiamo realizzato costruzioni macroscopiche con le combinazioni che hanno prodotto materiali inediti.  Abbiamo realizzato queste cose perché i nostri organismi erano adatti a utilizzare l’intelligenza unica universale in questi modi e a sviluppare questi risultati. Noi siamo l’orchestra, non la musica, siamo le note, non il compositore. L’intelligenza che ha ideato e poi realizzato la piuma di un uccello non è l’intelligenza di quel singolo uccello, ma è l’intelligenza fondamentale che comprende tutte le intelligenze particolari ed è l’intelligenza cosmica.

Abstract from: “A Different Evolution” ennio forina

Noah’s Restaurant

The Global food industry has been able to do even better than Jesus, in the miracle of multiplying the fish and the bread…they do pigs…chicken…cows…goats…sheep… and all those animals that Noah was so benevolent to take with him on board of the Ark, so that they would not drown in the Big Flood, but in the pots and pans of the chosen humans. So that we, global human chosen people, can go on to grow and multiply…to multiply and grow…to grow and multiply, endlessly…well, we haven’t been able to resuscitate the dead, even though we are trying to do that, but at least, we know how to perform the multiplication’s miracle very well.

Le industrie alimentari globali

sono riuscite a superare Gesù nel miracolo

della moltiplicazione dei pesci…

e dei maiali… delle galline…delle mucche …

delle capre… delle pecore…dei mitili …

e di tutti quegli animali che Noè

fu così generoso da portare con sé nell’arca,

per far sì che non annegassero

nelle acque del diluvio, ma nelle pentole

e nelle padelle dei popoli eletti. 

In modo che noi, popolo umano eletto globale,

possiamo crescere e moltiplicarci, 

moltiplicarci e crescere,

crescere e moltiplicarci, all’infinito…

tanto non possiamo ancora resuscitare i morti,

anche se ci stiamo provando,

ma, almeno questo miracolo

lo sappiamo fare bene.

 

ennio forina

L’Amore non ha Catene

Defender.jpg

Motherly Love.jpg

Because True Love Has No Chains

NOTE DI UN VIAGGIATORE DELLA MENTE

ennio forina

A volte non sarebbe male riflettere meglio sul reale significato espresso dai simboli che spensieratamente, per imitazione o per moda, vengono recepiti e usati come esemplari lodevoli. Si scoprirebbero delle verità non molto gradevoli e forse si sceglierebbero altre strade per esprimere noi stessi e i nostri sentimenti.

Ogni tanto attraversando l’antico Ponte Milvio, mi interessa sempre osservare i gabbiani e gli altri uccelli nelle loro evoluzioni, ma in questi ultimi tempi non ho potuto ignorare gli ammassi di lucchetti avvinghiati ai lampioni ed anche accatastati sui tralicci come dei parassiti metallici, alcuni decomposti dalla ruggine e nella sporcizia, altri più nuovi e ancora per poco, luccicanti. E questa scenografia francamente non mi  sembra né esteticamente valida né evocativa di sentimenti  profondi e sinceri .

Penso che un lucchetto sia un simbolo piuttosto infelice per esprimere una dedizione  profonda e duratura per la persona amata. Piuttosto una emblematica allusione ad uno strumento di tortura, applicato su sventurati protagonisti di relazioni amorose segnate da questo tipo di punizione. Come una manetta di freddo metallo per il cuore e la vita  infilati nell’ansa di acciaio, senza più la speranza di riuscire fuori da tale morbosa simbologia. E ancora meno se si pensa a tanti drammatici episodi di cronaca nera che riferiscono di giovani uomini, che non sopportando una sempre possibile e legittima separazione di percorsi, uccidono la persona che dicono di amare, non essendo abbastanza saggi e consapevoli del fatto che in natura nulla è per sempre e nulla è in assoluto e che comunque ogni individuo è libero di cambiare idea e orizzonte di vita.

Il problema però non  deriva dal desiderio comune e spontaneo più che accettabile di sentirsi ed essere uniti per tutta una esistenza, l’amore è per antonomasia altruismo e tanto più manifesta il suo essere e il suo divenire con una dedizione senza ricompensa tanto più è elevato e vero. Piuttosto l’imposizione di un tale suggello denota esattamente il contrario, il possesso e l’egoismo che sono antitetici all’amore, “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… nel matrimonio coatto!”  E quindi un simbolo che per sua natura invece che una promessa rappresenta  una condanna poiché tutto nel mondo vivente è evoluzione, intesa come un continuo divenire e modificarsi e un rapporto che viene costretto e cristallizzato in uno solo di questi momenti di amore reciproco per quanto bello possa essere, avvizzisce e muore in breve tempo. L’amore è un fluido etereo, un’ energia e sussiste solo se scorre da un soggetto all’altro rinnovandosi continuamente e continuamente imparando, come l’acqua di un fiume che se ristagna marcisce.

Più che rappresentare il desiderio e l’aspirazione di un rapporto profondo e durevole può diventare una pietra tombale posta sull’unione di due esseri perché, se nel fondo di due anime si crede e si desidera veramente di essere uniti, allora non c’è bisogno di chiudere nessuna porta né di stabilire nessun confine o di gettar via per sempre la chiave della libertà esistenziale, che di per sé rappresenta un delitto contro i principi naturali della vita. Piuttosto che simboleggiare la fiducia e l’estrema dedizione è un simbolo di grande sfiducia come tutte le serrature, fili spinati, mura dai bordi orlati di vetro, cancelli, porte blindate, casseforti ed altro ancora, sono tutti simboli dell’egoismo e dell’istinto predatorio umano.

Sarebbe troppo facile e troppo ingiusto sperare di comprare e possedere la felicità con giuramenti impossibili e assurdi, anche perché le esistenze non si comprano come si può comprare una casa o una automobile o un territorio e nemmeno a queste cose se il mondo fosse diverso sarebbe necessario mettere un lucchetto.

Penso che se in un lontanissimo futuro una specie veramente evoluta reperisse fra le macerie della nostra attuale “civiltà” alcuni di questi oggetti e strutture, tra le  rovine e nei sedimenti del tempo, essi documenterebbero inequivocabilmente la barbarie del nostri tempi.

E per finire, il racconto di un’ esperienza vissuta direttamente credo sia molto significativo della validità delle mie riflessioni. Una fine estate di anni fa, tornando dalle vacanze estive, mia moglie ed io trovammo con sorpresa una coppia di merli che aveva nidificato sul ramo del pino antistante la finestra del nostro salone, i cui rami si protendevano fin quasi ad entrare nella stanza. Ovviamente sorpresi e preoccupati dalla nostra improvvisa presenza i due merli cominciarono ad agitarsi cinguettando vivacemente, mentre il maschio saltava da un ramo all’altro, aprendo e sbattendo le ali ed emettendo suoni striduli per difendere la sua famiglia e segnalarci di stare alla larga. Per fortuna riuscimmo a tranquillizzare la coppia velocemente, con il nostro comportamento calmo e discreto. Non si mossero da lì, ormai era agosto inoltrato e non avrebbero neanche avuto il tempo o il modo di costruire un altro nido, ma comunque capirono in fretta che noi non avevamo nessuna intenzione di nuocerli. E fu meraviglioso il fatto di avere avuto il privilegio di assistere a tutto il processo della cova, della nutrizione e della crescita dei pulcini.  La dedizione dei due uccelli ai loro piccoli era assoluta e instancabile. Il maschio, sopratutto andava e veniva senza sosta con qualche insetto o lombrico e lo porgeva nel becco della femmina che a sua volta lo infilava in quelle piccole/grandi voragini rosee dei pulcini. Poi un giorno, come accade spesso a fine estate, vedemmo le nuvole addensarsi preparandosi a esplodere in un temporale, di quelli brevi ma violenti. Quando la pioggia cominciò a cadere sul pino noi ci preoccupammo molto per loro, ma non c’era altro che potessimo fare se non guardare dalla finestra aperta mentre una grandinata feroce aveva cominciato a riversarsi sulla zona. Le foglie delle conifere, per loro natura, non forniscono un ottimo riparo dalla pioggia ma con immensa commozione vedemmo la madre formare un cono perfetto e rovesciato con il proprio corpo, le ali avvolte a coprire i piccoli e con il becco rivolto verso il cielo che completava l’apice del cono. Sfidando così la tempesta e ricevendo sul suo corpo i colpi della grandine mentre il maschio restava sempre lì, accanto un po’ più in alto del nido a continuare la sua attenta sorveglianza, senza correre al riparo. Era una scena di un enorme impatto emotivo e di grande significato quasi mistico, la rappresentazione più vera dell’espressione dell’amore puro, altruistico, cosmico. E tutt’oggi rivedendola nella mente mi fa ancora sentire la stessa emozione con un nodo alla gola e un impulso di lacrime, una emozione intimamente condivisa con mia moglie finché è rimasta accanto a me, – ma sono sicuro che anche lei continua a tenere in sé e provare la stessa commozione di quel giorno  nell’altra dimensione in cui si trova ora -. In seguito ma non ricordo bene, passarono due settimane e i pulcini si preparavano al pericoloso evento dell’abbandono del nido e del lancio nella loro dimensione aerea. Seguimmo con apprensione nei giorni dei primi voli il maschio sfidare tutti quelli che si avvicinavano al terreno sottostante il pino, cercando persino di spaventare un cane – rischiando la propria vita – per rendere sgombra l’area del probabile atterraggio dei piccoli.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, un tale amore e dedizione familiare ha la sua immensa forza in sé stesso e non sarebbe certo più garantito da un lucchetto né salvaguardato da molti altri simboli che riguardano i costumi degli umani, rendendo due esserini che pesano poche decine di grammi due giganti dell’etica e del sentimento senza bisogno di contratti, giuramenti più o meno ufficiali e costose cerimonie spesso ipocrite.

Dottori e Studiosi

d Dove comincia
la ricerca del profitto

finisce la ricerca
della conoscenza.

ennio forina

Io sono un autodidatta, ma dico spesso: in fondo chi non lo è?  Infatti non basta conseguire una o più lauree in diverse discipline ma si deve considerare la ragion d’essere, l’impegno mentale e la passione che vengono impiegati nello studio, in qualsiasi tipo di studio. Quindi la vera differenza che c’è fra un “vero” autodidatta indipendente e tutti quelli che finalizzano lo studio per ottenere un alto prestigio sociale è che questi ultimi quando hanno raggiunto la laurea e la qualifica di “dottori” pensano di sapere già quasi tutto e la loro preoccupazione principale diventa la loro collocazione sui gradini sociali e tutti i benefici che da questa collocazione possono derivare, mentre il “vero” autodidatta per sua natura, continuerà il suo percorso sincero e senza limiti di apprendimento e di tempo con la consapevolezza che non riceverà mai nessun riconoscimento sociale ufficiale ma per il solo puro, semplice e cristallino desiderio di conoscenza.   

Il Vuoto

La vera ragione che spinge la gran parte delle giovani generazioni di tutti i tempi a seguire i sentieri della distruzione era ed è il vuoto esistenziale che da sempre le ha contraddistinte in quei popoli che hanno trascurato la cultura della saggezza e dei buoni sentimenti.
– E il vuoto esistenziale non è altro che il fallito sviluppo della sensibilità individuale, cioè la capacità di “sentire” la forza della vita in tutte le sue espressioni e di trarre da questa capacità una giusta direzione e insegnamento. Senza questa attitudine correttamente esercitata e sviluppata non solo non si è in grado di carpire le vibrazioni vitali naturali ma si finisce con il non sentire nemmeno più quelle dei propri simili di specie considerandoli come nemici. È una specie di processo distruttivo autoimmune come quello che avviene all’interno degli organismi quando gli anticorpi impazziti si rivoltano e attaccano le parti buone dell’organismo nel tentativo di distruggere l’organismo e con questo inconsapevolmente sé stessi. –
Senza sensibilità e senza direzione le nuove generazioni erano e sono costituite giovani persi in questo loro abisso in cui presto si delineano, prendendo forma e insediandosi nelle loro menti, mostruose entità artificiali come loro unici riferimenti ambedue fittizi, ambedue mostruosi: mostri da seguire e mostri da distruggere.

Erano e sono i giovani presuntuosi e persi che acquisiscono l’illusione che distruggendo un mondo in cui non sanno vivere riceveranno in premio un altro mondo fatto apposta per la loro personale felicità, perché senza aver educato e fatto crescere la sensibilità della loro anima primitiva, percettiva e grata del dono e della bellezza della vita, in loro non c’è più vera vita e sentendo di non essere vivi devono distruggere ciò che è vivo intorno a loro.Erano e sono i giovani guerrieri di tutti le epoche, seguaci di simboli inventati per prevalere sugli altri e impossessarsi dei loro beni e territori, giovani guerrieri diventati pedine sacrificabili di ambiziosi condottieri e scaltri tiranni che hanno sfruttato il loro vuoto riempiendolo di altrettante mostruose illusioni.Sono le generazioni spente e infruttuose di tutti i millenni generate dall’amore materno ma estintesi e annichilite nella loro scelta nefasta di guerre inutili o folli ideologie.Sono tanto i seguaci fanatici dei giochi sportivi di guerra simulata e incruenta quanto i tutti i feroci assassini ugualmente alla ricerca della gloria del nulla.

Per il vuoto delle loro menti incolte e nella desolazione delle loro anime i giovani guerrieri di tutti i tempi accettavano con entusiasmo le sgargianti uniformi dai bottoni dorati in cambio dei loro abiti anonimi da studenti o di quelli sdruciti di contadini e operai e in cambio delle loro vite per distruggere altre vite. È quello che è accaduto da sempre nei popoli umani ed è quello che sta accadendo anche ora.

Il vuoto dunque è la vera matrice di tutti i delitti poiché è nel vuoto che si generano i mostri della distruzione in tutti i gradi e livelli sia che si impadroniscano di singoli individui che di nazioni e popoli interi.

Violenze Culturali

MEDUSA-DEL.jpg

di Ennio Romano Forina

La mitologia non è una sezione della storia umana, ma il fatto che sia un artificio mentale non vuol dire che sia basata solo e prevalentemente sulla fantasia e non esclude che possa influenzare in modo concreto l’immaginario collettivo, l’educazione e il carattere degli individui che possono assimilare senza riflettere i preconcetti che anche dalla mitologia derivano e trasformarli poi in culture e comportamenti, come del resto accade anche da altre fonti di apprendimento. E non c’è dubbio che anche gli eventi umani possano subire l’influenza dei miti che spesso sono stati evocati nella storia come pretesti per giustificare nella gran parte dei casi, azioni distruttive e conflitti. Come ho scritto altrove “Gli dei sono sempre dalla parte di chi li ha inventati”.

In questo modo i miti irreali possono facilmente diventare simboli reali, che confluiscono nella cultura e in qualche modo contribuiscono a scrivere la stessa storia per molto, molto tempo a seguire anche se non ce ne accorgiamo. Spesso, senza analizzarli nel divenire della loro struttura illusoria e nemmeno nei motivi che li hanno fatti attecchire nell’immaginario collettivo e infine utilizzare come stereotipi per stabilire false identificazioni di comodo del bene e del male. Uno di questi miti, – da sempre emblematicamente accettato nel suo drammatico sviluppo ed esito, senza una seria riflessione sugli elementi che lo compongono – è quello affascinante della Gorgone Medusa, così tanto celebrato nei secoli sempre in una specifica rappresentazione minacciosa, “negativa,” sia nell’arte che nella letteratura storica e persino nei manufatti artigianali, arti orafe e più recentemente persino come marchio di imprese.

Attitudini e comportamenti singoli o collettivi e forme di pensiero che diventano costume e morale, spesso vengono legittimati sulla base di considerazioni superficiali e circoscritte nei ristretti ambiti di categorie mentali prestabilite. Osserviamo ora che tra i vari atti di prepotenza e rapina, l’appropriazione arbitraria del corpo di un’altra persona che viene definita con il termine di “stupro,” specifica precisamente l’atto della violazione – con la forza – del territorio: “corpo” di un individuo, da parte di uno o più soggetti normalmente di sesso maschile, ai danni di un altro soggetto, normalmente di sesso femminile più debole e incapace di difendersi.

La violenza della prepotenza sessuale è deleteria sia in senso etico che in senso antropologico perché non solo offende e ferisce in modo indelebile chi la subisce, ma colpisce anche tutta la comunità umana insinuando la paura e il sospetto in una specie di reazione a catena, laddove si dovrebbero invece coltivare la fiducia, la solidarietà e il rispetto nei rapporti fra individui, poiché quando un elemento di questi subisce un trauma, trasferirà inevitabilmente ai suoi simili una parte del danno subìto sotto forme diverse e spesso anche inconsce e indirette.

Chi invece propone atti gentili e altruistici fa esattamente l’opposto, contribuendo a migliorare generalmente il carattere delle interazioni fra le persone e trasmettendo un senso di fraternità e fiducia in un mondo possibile migliore. Ma ancora di più, a confondere le giuste valutazioni di questi fenomeni specifici della specie umana è il fatto che la coscienza collettiva ingloba e incapsula facilmente in sé, antichi luoghi comuni, siano essi veri o fantasiosi e li “legittima” in superficiali asserzioni che alla fine portano la parte peggiore di ogni popolo ad agire con prepotenza distruttiva e criminale, e quando questo succede si vanno a cercare definizioni e analogie del tutto improprie per definire questi episodi che distorcendo e nascondendo le vere cause originali non fanno altro che inibire la ricerca delle reali motivazioni di questi come di altri atti malevoli. Allora una fraseologia standard fatta di luoghi comuni, improvvisamente scaturisce dai media e dalla dalla mente e bocca dei cittadini viene riflessa e disseminata come una eco e così supinamente accettata senza alcuna riflessione sulla sua effettiva validità così che puntuale si genera il grido collettivo che definisce i violentatori umani come “animali o bestie!”

Ma davvero, per quanti sforzi faccia, non mi riesce di trovare nell’universo vivente esempi di animali di sesso maschile che stuprano una femmina, né in gruppo né da soli. Quindi al di là della scontata condanna verbale o della reazione più o meno forte caso per caso a episodi di violenza sul corpo e nell’anima delle donne, non si va mai oltre, alla ricerca delle possibili, reali cause generatrici. La violenza sulle donne, implica una serie di considerazioni di carattere non solo etico ma anche biologico, perché distorce la ragion d’essere della sessualità, e poiché sappiamo che, in quasi tutto l’universo animale esistente, l’elemento dominante è quello femminile e che sono infatti le femmine di quasi tutte le specie che decidono quando e con chi accoppiarsi, secondo la loro istintiva consapevolezza dei ritmi biologici più opportuni per garantire il successo della procreazione.

Gli uomini nascono solo in parte più o meno buoni o cattivi, secondo il loro corredo genetico ma con la possibilità sin dai primi mesi di vita, di scegliere e di cambiare comunque anche le loro tendenze negative che senza una guida costante e giusti punti di riferimento, possono affiorare ovunque nel tempo e nelle loro menti determinando i loro stessi destini. Essi vengono al mondo con inclinazioni diverse, che possono modificarsi nel bene e nel male secondo i sentieri che scelgono di percorrere, le scelte, le selezioni e le acquisizioni derivanti dall’assorbimento di insegnamenti e di categorie mentali comuni che provengono dall’ambiente in cui crescono, dagli esempi, dalle esperienze, sia positive che negative, da una quantità di stimoli e sensazioni nei quali un giovane carattere deve navigare spesso come in un mare in tempesta cercando in esso la giusta rotta per non perdersi o naufragare.

Allora è opportuno fare il percorso a ritroso per cercare nell’eredità culturale comune, quegli elementi deformanti potenzialmente deleteri che se non vengono analizzati nella sostanza, possono favorire e fornire alibi ai comportamenti perversi. Anche i concetti contenuti nella mitologia antropomorfica e nei miti delle religioni,  così come quelli contenuti nelle favole o nella letteratura, possono influenzare enormemente la psicologia collettiva, convogliando i comportamenti e persino le leggi, verso cattivi indirizzi.

Ho cercato invano nelle varie rappresentazioni artistiche del mito della Gorgone Medusa, nella scrittura e soprattutto nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, qualche elemento di compassione e considerazione o di minima solidarietà per questa ipotetica – ma verosimile – povera e giovane vita distrutta dal potere maschile, dall’arbitrio del potente dio Poseidone e dagli altri perversi personaggi coinvolti. Che il dramma sia un racconto di pura fantasia non toglie nulla alla sua realistica attinenza con la vita reale. È sufficiente sostituire i personaggi fantasiosi del mito con soggetti reali per ottenere una miriade di vicende analoghe che accadono da sempre e non hanno mai cessato di accadere.

Dunque il mito narra che questa fanciulla, colpevole unicamente della sua bellezza, avrebbe avuto la disgrazia di essere stata notata da uno degli dei più potenti: Poseidone, (maschio, naturalmente) e che, oltre ad essere preda e vittima di violenza è costretta a subire anche l’irragionevole vendetta della potentissima dea Atena gelosa dell’interesse di Poseidone per la fanciulla ( che per essere la dea dell’intelligenza per antonomasia, in questo come in altri casi non ne aveva certo dimostrata molta ), questa sarebbe una delle versioni più accreditate, va da sé che in molti casi donne che nei miti e nella realtà sono tramutate in mostri ce ne sono molte. Dunque Atena, invidiosa della bellezza della mortale fanciulla per essere stata oggetto delle attenzioni del Dio, in preda ad una furiosa gelosia la punisce trasformandola  in una creatura mostruosa e letale, costringendola a sua volta a commettere azioni distruttive verso chi le si avvicina e condannandola a diventare la prigione orribile di se stessa. Così un essere innocente viene trasformato nel mito in un mostro distruttivo che pietrifica gli uomini con il solo sguardo. Questo fino a quando entra in scena un eroe mercenario, Perseo, ( icona fittizia di eroismo maschile ), che armato da altre divine invenzioni Olimpiche, viene assunto come sicario da un tiranno criminale per ucciderla.

Perseo, il giovanotto nominato per l’impresa, viene dotato di superpoteri, non è chiaro per quali torbide ragioni, senza i quali non avrebbe evidentemente in sé né la forza, né il coraggio di affrontare il “mostro”.

Ma l’aspetto sconcertante e inaccettabile di questo racconto fantastico, è la sua influenza culturale nella letteratura e in tutta la rappresentazione artistica, perché mentre la figura di Perseo viene esaltata come quella di uno dei supereroi della Marvel, il giustiziere bello, trionfante e positivo, che libera il mondo dall’incubo di questo essere orribile, guarda caso, una femmina, colei che è la “vera” vittima viene definitivamente relegata ai posteri a guisa di icona distruttiva, terrificante e negativa.
Questo bellimbusto sicario e vile assassino, che non prova un minimo senso di pietà per la sorte subita dalla ragazza riceve tutti gli onori nel suo tempo e da tutta la cultura dei posteri e a lui nei secoli si dedicano statue e dipinti che lo raffigurano come un soggetto rappresentativo del coraggio  meritevole di sempiterna gloria maschile. E questo non va molto a vanto della sensibilità anche di grandi artisti del rinascimento che così infatti hanno interpretato il mito.

Medusa incredibilmente, viene sempre raffigurata col volto e l’espressione di una creatura feroce anche quando le si concede una fisionomia “umana” ha sempre la connotazione di un essere malvagio e terrificante. Persino il sensibilissimo Caravaggio, in un suo dipinto dedicato alla Gorgone non fa rilevare nemmeno un tratto di compassione o di nostalgico rimpianto per la giovane vita distrutta così incolpevolmente.
In alcune raffigurazioni d’arte moderna al massimo, Medusa diventa una sensuale e tragica ammaliatrice, circondata dai corpi pietrificati delle sue vittime, ma neanche in questi casi si riesce a percepire un minimo senso di dolore e di coinvolgimento sentimentale per la terribile condizione subita e non voluta, non scelta.

Nel costume e nella cultura, Medusa diventa così il simbolo universale dell’orrido femminile, del potere distruttivo della donna, che non si può più nemmeno concupire e violentare nel suo aspetto mostruoso, non importa quale sia la causa, e per neutralizzare questa inquietante presenza non c’è altro modo che tagliarle la testa e trasformare il trofeo in un simbolo iconico da apporre ai confini delle proprietà, a guardia delle porte domestiche inospitali, così come sullo scudo di Atena, per terrorizzare nemici e concorrenti, per allontanare gli estranei e i visitatori sgraditi.

Un mito così confezionato e preservato, viene assorbito nella coscienza collettiva e diventa cultura accettata per nulla inoffensiva, che in qualche modo può influire sui comportamenti e sulle attitudini di generazioni di giovani che spesso agiscono proprio in conseguenza di questi stereotipi falsi e superficiali. Quante Meduse di ogni grado di bellezza vediamo oggi come sempre, violentate, private della libertà e della indipendenza del loro territorio anima e corpi insieme, delle loro menti, dei loro affetti, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, sacrificate all’egoismo distruttivo dei più forti per via di educazioni distorte, mistificanti o contorte e di parametri etici deformi dei quali spesso, sono responsabili anche gli stessi genitori dei giovani, che crescono pensando di dover avere tutto, di potersi permettere ogni libertà, non avendo essi la capacità di una riflessione etica profonda, ereditata o acquisita ad indirizzare le loro azioni.

Per analogia anche le usanze di alcuni popoli, in nome di un ridicolo “onore” maschile e del costume, distruggono la bellezza delle donne che rifiutano il corteggiamento con l’insulto delle parole e dell’acido e devastandone i volti, e così come fece Atena, le tramutano in mostri. È emblematico dell’egoismo supremo che distrugge la bellezza che non può avere, ma ancora di più è rivelatore della mortale incapacità di sentire che pervade le miserabili menti affogate in questi istinti che non sono “animali” come sempre si ripete, ma prettamente umani e deformi come la specie umana è. Ma a volte la cultura ufficiale non è da meno se non si preoccupa, nei luoghi preposti all’istruzione e nella iconografia, laddove è necessario, di analizzare meglio le azioni negative ed i riflessi culturali che spesso le hanno motivate analizzandoli per fornire le risposte etiche derivanti dalle giuste e approfondite riflessioni, anche capovolgendo le conclusioni che sono state acquisite storicamente per influire in modo saggio e veritiero sull’apprendimento dei giovani.

La violenza su una donna è uno dei tanti aspetti di una realtà specifica che si può manifestare a diversi gradi e livelli, in modo occasionale o continuativo, ma che proviene tutta da una condizione e un’attitudine mentale sostanzialmente identiche: – la non percezione e il mancato rispetto della libertà e indennità di ogni altra esistenza che non sia la propria -.

Restituiamo dunque alla fanciulla innocente, che sia inventata o vera, la sua primitiva, giovanile bellezza del corpo e dell’anima che paradossalmente l’ha condannata e rendiamole giustizia, elevandola a simbolo di tutte le femminee creature torturate e uccise nella storia e tutt’oggi – per la loro bellezza, per il colore dei capelli, per le loro inclinazioni, per la loro intelligenza per il loro diritto alla libertà e all’auto determinazione per il loro semplice e naturale diritto di mostrare la loro femminile essenza come e quanto desiderino farlo – a causa dell’ignoranza, della demenza e dei pregiudizi di molti nel mondo, ottusi cuori e teste maschili contenenti poco altro che mucillagine organica.

Per quello che mi riguarda, le Meduse che raffiguro nei miei dipinti, avranno sempre il volto primigenio e le sembianze di un fiera e dolce bellezza e mi auguro che possano conservare anche lo sguardo che pietrifica, ma rivolto ai loro vili carnefici e stupratori, di ogni tempo e luogo e cultura.

Ennio Romano Forina