Emergenze e Libertà

Sempre nella storia, tutte le tirannie
hanno abilmente saputo usare e spargere
il veleno dei miti e della paura,
per confondere le menti ed imporsi sui popoli,
e con la scusa di contrastare un pericolo minore,
finivano spesso col generare il male peggiore:
il dispotismo e la fine dei principi della libertà.

Ennio Romano Forina

Pensiero Debole e Visione Corta.

JUNE, 7 – 2013 by ENNIO FORINA da: ” Note Di Un Viaggiatore Della Mente”.

“Qualcuno dice di non avere ha più il tempo, altri la possibilità, o la volontà, o la capacità e nemmeno il desiderio di riflettere, accettando le cose come sono. Ma la maggior parte di persone non ha tutte queste cose insieme ed è per questo che il genere umano sta procedendo ancora una volta verso il baratro, forse il peggiore di sempre, perché senza la riflessione profonda non vi è saggezza,…e senza la saggezza esiste solo la devastazione della barbarie”.

Il Tocco Fatale di Mida

Erano, ricordo, tutti alla ricerca del caso zero, ma molto meno interessati alla “causa” zero, come se non fosse importante risalire all’origine dalle condizioni che hanno favorito lo sviluppo di questo nuovo ceppo virale, in grado di compiere il salto fatale da specie a specie. Questo è il problema maggiore della società umana globale: il pensiero debole e la visione corta, o nessuna visione del tutto. 

Eppure, adesso ci danno i consigli migliori, ora che l’epidemia è in pieno corso e bisogna chiedere un finanziamento. per comprare un paio di bottigliette di disinfettante e due mascherine, ma tant’è un pochino di sana e moderata prudenza non sarebbe stata superflua sapendo che in questo pianetino, piccolo, piccolo e così sovraffollato nel Cosmo, tutto viaggia e si trasferisce da un continente all’altro, trasportato dai venti, dalle correnti marine dalle nubi e infine sopratutto da noi.  

Abbiamo visto la “nuvoletta” radioattiva di Chernobyl invadere tutta l’Europa e oltre, era una minaccia invisibile, non potevamo accorgercene, ma il bagno di radiazioni ce lo siamo fatti tutti, alcuni anche nel grembo delle loro madri, anche lì c’era un evidente rischio potenziale, una causa “zero” del disastro nucleare che rappresenta ancora e per molti anni a venire una minaccia, tuttavia ignorata dalla maggior parte delle nazioni, visto che le centrali nucleari si continuano a costruire e le scorie non si sa bene dove finiscano. 

In Asia, mi sembra ci siano molte centrali nucleari e quante ce ne sono nel mondo intero? Visto che ne basta una fuori controllo per inguaiare mezzo mondo per secoli? Fino a che non succederà ancora. Fino alla prossima volta.

Ma ora finalmente, abbiamo degli input seri, ponderati ed efficaci, prima no, non si poteva allarmare, era meglio non parlarne. Eppure io sono convinto che se ci fossimo allarmati un po’ prima, non ci saremmo allarmati così tanto adesso. Tra l’altro nell’altalena dei “stiamo sereni, ma preoccupiamoci” sublime ossimoro della classe “dirigibile”  italiana sempre trascinata nei vortici dei venti dei sondaggi e preoccupata di compiacere più che di essere di beneficio, si evidenziano le più assurde contraddizioni e incertezze, evitare gli assembramenti, la folla, lavarsi spesso le mani con detergenti disinfettanti e uno stato di buona salute, avere il sistema immunitario efficiente, tutte cose valide anche per le influenze stagionali, ma in ritardo, si sarebbe dovuto dare più enfasi a queste informazioni utilissime, anche senza l’immanente arrivo di una nuova epidemia, ma prima dell’inizio della solita influenza stagionale che tra l’altro include varianti di virus già conosciuti, invece si consigliano solo i vaccini, sempre e solo i vaccini. 

Si cerca sempre la soluzione più improbabile e costosa, chissà perché. Quando accadde il fenomeno della “mucca pazza” che pazza non era, ma era la pretesa demenziale di alimentare degli erbivori con proteine animali di scarto, e dopo poco tempo venne messo a punto un vaccino ovviamente sperimentato su altri animali innocenti sacrificati ai profitti dell’industria, per neutralizzare la malattia che derivava dal consumare le carni dei poveri bovini. Un vaccino? Non sarebbe stato più intelligente ammettere la pazzia umana e non quella della mucca e tornare ad alimentare i grandi erbivori con i vecchi e sicuri foraggi d’erba e magari lasciarli pascolare all’aperto, nel loro ambiente, e senza provocare anche i nostri organismi a reazioni imprevedibili? 

E non sarebbe meglio ora impiegare le migliori risorse mentali anche per indagare sulla causa, sull’origine di questa variazione, dato che negli ultimi decenni ci siamo trovati in varie occasioni di fronte all’insorgenza di nuovi pericolosissimi virus, volenti e capaci di adattarsi per invadere le cellule di organismi diversi da quelli per loro soliti? Consideriamo alcuni fattori certi: i virus sono esseri viventi, e che ci piaccia o no, sono anche molto intelligenti e in grado di sfruttare le situazioni per loro più vantaggiose. 

Il virus del raffreddore è antico e ci colpisce da tempo immemore, perciò è diventato “benevolo”, poiché in effetti qualsiasi virus non ha nessun interesse a uccidere il proprio ospite, ma cerca solo un terreno fertile di cellule vive per potersi replicare il più possibile, come del resto fanno tutte le forme viventi, noi compresi. E non è verosimile che per la loro intelligenza, preferiscano cellule sane di organismi sani piuttosto che replicarsi nelle cellule spente di organismi malati e fortemente depressi come presumibilmente sono le cellule degli animali che soffrono pene indicibili negli allevamenti intensivi di tutto il mondo? Sfruttando la loro capacità di modificarsi e adattarsi così come fanno i batteri.

Il virus da raffreddore può dare disagi più o meno seri, in relazione alle condizioni immunitarie del soggetto. I virus passano da un organismo all’altro veicolandosi nell’aria con le microscopiche goccioline emesse respirando, parlando, e sono così capaci di risorse che io penso sia evidente che starnutire non sia affatto un sistema che l’organismo raffreddato usa per liberarsi dai virus, ma una reazione che il virus stesso provoca per infettare altri organismi più efficacemente facendosi “sparare” all’esterno  il più lontano possibile.  

Ciò detto, vorrei precisare che sono abituato a svolgere le mie ricerche secondo processi di indagine intuitivi, mettendo insieme le varie informazioni ed evidenze per poi sintetizzarle in un sistema logico e mi chiedo, se a noi per contenere la diffusione e il contagio di una epidemia indicano di lavare spesso e bene le mani, disinfettare, evitare assembramenti, coprirsi il naso e la bocca quando si starnutisce o si hanno colpi di tosse, se si deve restare ad una certa distanza di sicurezza da altre persone e mantenere in gran forma il nostro sistema immunitario, questo vuol dire che, in assenza di queste condizioni, un virus vecchio o nuovo che sia farebbe la bella vita e tutti i suoi comodi anche nell’animale umano, ma queste non sono le condizioni degli allevamenti intensivi e nella maggior parte degli allevamenti di tutto il mondo, per cibo e pelli, per miliardi di persone che ogni giorno si nutrono di ogni tipo di animali, che da quanto si evidenzia da filmati elargiti generosamente nel web – che ha il pregio di rendere note certe orrende realtà -, vengono mangiati anche crudi e persino vivi. 

So che continuerò a denunciare questa orrenda realtà fino a che questa realtà esiste; polli, suini, bovini, pecore, capre, cani, gatti, oche, pipistrelli, serpenti, topi, insetti e qualunque cosa palpiti di vita, tutti mischiati insieme da vivi e da morti negli allevamenti industriali e nelle fattorie piuttosto che nei cortili domestici  addensati, stipati e pressati dalla nascita alla morte, in condizioni igieniche orrende e trasportati in camion, legati e avvolti strettamente in reti come sacchi di patate anche se le patate godono di maggiore spazio dei cani, gatti che si vedono nei video online, dove sono schiacciati fra loro fino a essere scaricati nei mercati dove vengono indifferentemente, suppongo a richiesta venduti vivi, uccisi sul posto o scuoiati vivi,bolliti vivi a fuoco lento, nei mercati stessi o nei cortili familiari, ma davvero tutti gli scienziati non si rendono conto del pericolo insito negli allevamenti di miliardi di animali tenuti nelle condizioni più favorevoli allo sviluppo di infezioni massive e mutazioni opportunistiche? E i politici, i media, pensano che a questi poveri animali si lavino le zampe e vengano disinfettati e possano godere di buona salute e che i loro fiati e umori separati e che se “starnutiscono” o vomitino il loro sangue, possano mettere la zampa davanti alla bocca, ai becchi per evitare di contagiare gli altri, che sono ammassati sopra e sotto di loro? E se un virus presente in un pipistrello vede l’opportunità, che modificandosi un pochino, come i virus sanno ben fare, per trovare altre territori di replicazione, pensano che vogliano rinunciare a simili occasioni?

Virus, batteri e insetti, hanno largamente dimostrato di non essere semplici e stupidi meccanismi biologici di replicazione, esistono da miliardi di anni e non sono affatto nella lista degli esseri viventi in estinzione, abbiamo imparato a difenderci in qualche misura ,ma vincerli è una illusione e tra l’altro sarebbe anche sbagliato e pericoloso, come è sbagliato e pericoloso modificare i vegetali, creando immense monocolture, clonando gli animali o facendo geneticamente aumentare i loro corpi e tutti gli altri esperimenti e stregonerie che ci piace fare e non per conoscere la vita ma per capire come la si possa sfruttare più di quanto non la stiamo già sfruttando. 

Gli OGM sono un pericolo altrettanto grande del cambiamento climatico. Le bombe nucleari ci hanno finora salvati da una terza guerra mondiale, ma gli OGM, i disinfestanti, le monocolture, potrebbero distruggerci senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Ma anche in questo caso il problema è sempre lo stesso, l’avidità del profitto, alleata e complice del delirio di onnipotenza. L’Oro rosso, il sangue degli animali… l’Oro verde, la linfa degli animali vegetali, che possiamo trasformare nell’antico, omnipotente Oro giallo, che non si mangia e non dà vita, ma che ci dà il potere. 

I popoli umani globali sono da sempre in conflitto tra loro, si fanno guerre piccole e grandi, guerre combattute con le clave delle armi e guerre con la clava del denaro, si fanno rivoluzioni per e contro qualcuno e non per delle idee benefiche in senso universale. Si gioca al surrogato della guerra, chiamandolo sport e divertimento, ma in fondo è competizione, una forma di conflittualità mitigata, incruenta ma la sostanza del prevalere, è la stessa della guerra vera. L’impulso barbaro del conflitto pervade l’intera umanità da sempre e si placa solo dopo che ha provocato grandi disastri e massacri, ma per poco tempo, è un circolo vizioso che si ripete,  ma su due cose tutti i popoli della terra e della storia in culture diverse, sono stati e sono da sempre in accordo, fare la guerra e trattare gli altri animali come schiavi e oggetti senza diritti e in misura e modi diversi sono stati sempre d’accordo anche nel sottomettere le donne alle culture e alle varie mitologie inventate apposta per giustificare in pratica il dominio e l’arbitrio del più forte sul più debole. 

Uno stesso destino ha quindi accomunato le specie animali nell’oppressione subita e il genere femminile, proprio perché sia gli animali che le donne, rappresentano la sostanza e l’essenza del mondo vivente. Ho da tempo pensato che la vera ragione per cui l’uomo, cioè il maschio umano, odia e vuole possedere e controllare le donne, non sia solo per soddisfare i suoi impulsi sessuali quando fa comodo, se non in parte, ma per invidia, poiché sia le femmine umane che gli animali, non si annoiano mai, sostanzialmente la loro natura creativamente immersa nell’essenza dei principi vitali, rende le donne e gli animali esseri che sono semplicemente felici di esistere, e questo genera invidia nell’uomo che in fondo sente di non avere questa certezza e pienezza dell’essere dato che ai maschi è stata assegnata una posizione complementare e non sostanziale nel processo creativo e generativo, come del resto lo sono tutti i maschi nel mondo animale, che spesso, dopo aver fornito il loro bagaglio genetico alle femmine vengono tranquillamente eliminati o escono di scena. 

Un uomo non può essere creativo come la donna e non può essere felice come gli animali, perché si è distanziato dalla funzione perfetta che le donne sentono nella loro essere madri, mentre gli animali, maschi e femmine, vivono insieme senza artefici di un cervello razionale opportunista e subiscono da sempre la rapina e l’oppressione della schiavitù. 

Il Re Mida, aveva ottenuto per gratitudine dal dio Dioniso, il dono di trasformare in oro tutto ciò che toccava e questa è infatti, l’ambizione primaria di una umanità governata in grande prevalenza da uomini che per gelosia, invidia e noia, riempiono i loro vuoti esistenziali rapinando la vita degli animali e schiavizzando e imprigionando le donne in modi più o meno evidenti, più o meno oppressivi. Con questo io non scagiono le donne dal vizio umano del delirio di onnipotenza e dalla crudeltà e indifferenza a loro volta verso gli animali, esempi ne possiamo fare molti, donne cacciatrici e impellicciate che sorridono dei pezzi di cadaveri che indossano come trofei e che non esaltano la loro bellezza e semmai le rendono goffe e ridicole belle e meno belle che siano, ma è pur vero che l’amore e l’impulso materno innato le rende più naturalmente sensibili e amorevoli in senso universale, in quanto l’amore materno è un sentimento universale e non potrebbe essere altro. 

Anche nelle società più illuminate da varie rivoluzioni, che hanno dovuto ammettere una condizione di apparente parità tra uomini e donne, resta sempre un sottofondo di predominio maschile, mentre altrove esiste, si attua ed è legge, una vera e propria oppressione e sottomissione del genere femminile. 

Sembrerebbe che questa divagazione sulle specie e sui generi, non sia attinente al tema iniziale di questa riflessione, invece lo è, perché ogni nostra azione e credo, alla fine ha sempre un senso e un riflesso universali. Se siamo buoni per scelta, lo saremo sempre e per tutti, se siamo cattivi e crudeli lo saremo sempre e per tutti, chi uccide un animale con quell’atto supera un confine preciso, il confine fra compassione e una diversa dimensione, passando quel confine, dove la compassione finisce comincia la sua capacità e volontà di assassinare, quindi l’inferno. 

Se sceglie e vuole possedere, una donna, un animale, delle ricchezze, nella sua mente la “funzione” primaria sarà quella di voler possedere qualsiasi cosa. Ecco perché io penso che il tocco di re Mida è la metafora della specie umana. Il potente re che non si accontentava di ciò che aveva ma voleva tutto, usando il potere di trasformare in oro tutto quanto toccava; noi facciamo lo stesso, vogliamo sempre di più quello che non ci serve, non è cambiato niente nei millenni. Non ci accontentiamo mai, come il Mida ingordo pretendiamo e ci illudiamo di trasformare in oro tutto quello che ci circonda mentre in realtà, uccidiamo quello che vogliamo possedere, come re Mida uccide la sua propria figlia toccandola. Solo che la nostra capacità di trasformare gli elementi e di crearne di nuovi non viene da un dio, viene dalla creatività della vita, che ci ha fornito questi micidiali e onnipotenti attrezzi: le mani di cui abbiamo largamente abusato. 

 Per questo diciamo di voler salvare questo “nostro” giocattolo prezioso che non ci appartiene affatto; per la nostra  noia, il nostro vuoto e per invidia, non sopportando la felicità che il mondo vivente esprime, mentre noi, siamo così miseramente infelici, che nel tentativo di costruire un nostro paradiso artificiale in Terra distruggiamo quello vero e al suo posto realizziamo il vero inferno.

Ipocrisia! Salvare il mondo per continuare a rapinarlo di vita all’infinito e non per amore. Ma il giocattolo della vita disprezzata, umiliata e uccisa è delicato, non è come i diamanti, non è per sempre, e non è mai stato un dono. Gli uomini vedono tutto come ricchezze da possedere e da divorare, hanno trasformato le donne in “oro” e le hanno uccise nelle loro esistenze e spesso nelle loro vite, uccidono gli animali per la stessa ragione e uccidono la Vita nella Natura, ma alla fine la Vita non può amare chi non sa amarla e non la rispetta e prima o poi reclama ciò che appartiene al Suo grande Disegno .

Ennio Romano Forina – Gennaio 2020

Splendida, dell’intelletto d’Amore mistica luce,
se tu fossi dea invocherei il tuo aiuto
per infondere benefica ispirazione
in questo arido umano mondo
pieno soltanto della sua follia,
dove solo poche anime generose,
vaganti nei deserti dell’indifferenza,
ferite dall’invidia e dalla supponenza
ora si aggregano alle forze della Vita
per far scudo con i loro cuori
agli esseri viventi e alla loro libertà,
ma ancora assistono impotenti
nella furia che aumenta,
allo scempio umano che distrugge e uccide
senza rimorso e senza compassione.
Solo un’anima vera può sentire
di un’altra anima la presenza e l’energia
e con quell’anima saggiamente congiungersi.
Anime vere dunque, nella tua luce immerse
mentre le altre sempre insoddisfatte,
nel loro erratico vagare intorno
vogliono solo saziarsi di rapina e di possesso.
Non hanno mai davvero conosciuto
del tuo intelletto la visione,
ebbre di tutto quello che come una droga
non soddisfa ma rende soggiogati,
non nutre e non sazia mai
nemmeno quella parte di mente

che è la fedele alleata della pancia.

Hanno paura di restare soli e non lo sanno,

ma invece di nutrirsi della compagnia

di tutti gli esseri viventi

se ne stanno insieme ad altre solitudini

tra la paura di essere uniti fra loro

e il terrore di essere disgiunti e alla deriva.

Odiano ciò che vorrebbero amare

e finiscono con l’amare

ciò che dovrebbero invece detestare,

disprezzando chi tuttavia li ama

e inseguono chi non li desidera davvero,

in dislivelli di coscienze e barriere di diffidenze,

e per non saper riconoscere l’amore

si perdono inesorabilmente

in precipizi alternanti a impossibili salite,

nel loro andare incerto e senza direzione.

Ingenue menti, che confidano nelle nullità.

Mani tese invano, verso mani ritratte

che si tendono e annaspano

nel vuoto abisso delle incomprensioni.

La paura nuova è un involucro, una corazza

non la crisalide di una trasformazione

ma una bara, in cui sono estinte le più alte percezioni,

che non difende come quella antica,

ma incatena e lega agli artifici

negando l’essenza vera delle cose,

rende orfani e persi nello sperduto mondo

fatto di certezze vane e senza consistenza.

Nemmeno il ricordo orrendo della storia

che rinnova i suoi orrori senza fine,

come se mai fossero successi,

serve a dare alcuna direzione,

dicono di non aver bisogno di nulla

mentre annaspano, aggrappandosi ai relitti

dei vascelli delle presunzione,

milioni di volte naufragati

che senza timone, spinti dai venti dell’ego,

erano stati lasciati andare alla deriva,

perdendosi senza capire che i cuori

sanno dove approdare meglio delle menti,

loro invece vanno eternamente

alla ricerca di sostegno e di un riferimento

che li renda falsamente felici solo per sé stessi,

egoismo puro, questo è il fatale errore,

cercare senza sosta la felicità propria

mentre basterebbe seguire i veri palpiti dei cuori,

verso l’armonia, come tutto ciò che esiste,

eppure non lo sanno ancora,

non possono vedere dove si son smarrite,

ancora prima di iniziare il viaggio.

Come la volpe di una antica favola

disprezzava l’uva fuori della presa,

così l’umanità disprezza sé stessa,

perché non sa parlare alle sue parti,

e pensa che siano esse a non comprendere

parole che non hanno alcun valore di sostanza.

Umanità che si prende cura dell’oggetto

che non dà sensazioni mentre sopprime

le sensazioni vere che pulsano di vita.

Spianano territori immensi, boschi e piccoli giardini,

pensando che ciò che è sterile è sicuro,

si chiudono al sentimento che impaurisce

perché non si può sentire nulla

senza prima abbattere le inutili difese

contro una paura sconosciuta

che non è altro che la paura senza nome,

solo la paura di sé stessi.

So, di molte anime belle,

che tra le rovine dei sentimenti,

si schiudono come fiori anelanti alla luce dell’amore,

affiorano persino dai terreni ostili e spenti,

anche senza nutrimento provano a splendere

ma sono presto deluse, ferite e calpestate

e strappate a tutte le speranze.

Eppure non si stancano mai,

e ancora provano a spuntare come erbe ostinate

tra i detriti e le scorie degli oltraggi,

tra i ceppi e i sassi devastati dal passaggio

dei divertimenti delle mandrie umane.

L’amore che unisce due corpi

non è lo stesso che unisce due destini,

in un viaggio parallelo di anime cercanti,

in un gioco di attrazioni e conoscenza senza fine,

due corpi possono restare insieme

anche per sempre o per lungo tempo,

senza che le anime arrivino a toccarsi,

ma quello non è amore, è una convivenza,

essere uniti così è solo un’illusione,

perché un’anima possa un’altra anima sfiorare,

deve uscire dai labirinti della mente,

saper rifiutare le lusinghe che la ragione offre,

in cambio del tocco dell’essenza delle cose.

Amore non è un pacco di condizioni senza rischi

le attitudini umane falsate dalle convenienze,

affondate nel perfido egoismo,

nella paura di commettersi, di impegnarsi,

desiderando di avere ciò che non si ha

mentre si fugge da ciò che si può condividere,

amare è ben più che una connessione

o un mutuo scambio di favori,

amare è una fusione di libertà diverse,

che non perdono loro indipendenza

pur essendo unite in un viaggio senza fine

di flussi di energie che si allacciano

e si sciolgono in continuazione,

e l’una nell’altra riemergono rinnovate

generando inestinguibili ricchezze.

Tale è l’inconsistenza delle scelte,

la paura di scegliere e di essere scelti,

la paura di spendere sé stessi nelle relazioni,

di impoverirsi, nel legame e star senza legami,

eppure basterebbe donare amore e comprensione

come tutti gli animali sanno dare il loro amore,

la loro alleanza, il loro cuore

e invece noi come orchi orrendi li mangiamo,

noi, veri mostri, non come quelli immaginati e falsi

delle orrende menzogne che raccontiamo ai bimbi

che da noi imparano subito

a mentire a sé stessi ed alla vita.

Basterebbe il coraggio d’esser veri e aperti,

e saper tendere le mani,

senza paura di immergere lo sguardo

nello sguardo di un altro essere vivente

e capire che solo da quel vitale flusso di emozioni,

deriva la vera conoscenza

che vuol dire vera unione,

senza essere prigionieri

questo oggi a volte avviene

nella neutralità virtuale

dove non servono regole e barriere

che nella realtà sociale la diffidenza impone

ma non basta, è come dissetarsi

solo di acqua immaginata.

Siamo atomi, molecole, cellule di energie

che vogliono ad altre energie essere unite

verso gli stati armonici

che tutto l’universo in sé stesso cerca

e da sempre sa trovare

ma noi viviamo nella paura antica

che da molto tempo è divenuta angoscia

per il cattivo uso del raziocinio della mente

che ha fatto scempio di ogni verità

pur di avere la scusa

di uccidere la vita per predarla,

di tutte le sue ricchezze ed energie,

riempiendo le mani con il fango sterile

e gettando via i germogli preziosi della vita.

Nella paura del proprio destino ignoto

nascono i germi della prepotenza.

Ma il destino vero resta ignoto

perché per sciocca convenienza

altri destini falsi sono stati costruiti

è come andar nel buio verso un precipizio.

Non la paura dei pericoli concreti,

di cadere e di essere aggrediti,

necessaria che come il dolore, servono

per la sopravvivenza,

la paura distruttiva è quella esistenziale

che solo noi abbiamo e la chiamiamo angoscia.

Gli altri animali conoscono la benefica paura

di una giusta reazione ai pericoli

perché essi sanno che vivere è un dovere,

il tempo necessario a svolgere il compito

ma per sconfiggere e contenere

questa paura umana dell’essere

occorre profondamente riconoscere

i fenomeni vitali e con loro cercare l’armonia,

poesia e bellezza di ogni tipo dunque,

come quando da bimbi il nutrimento

più desiderato era la meraviglia.

Serve il riflesso di quel che siamo

oltre lo sguardo circoscritto e ottuso,

e carpire dal Cosmo la sicura ispirazione

solo quando usciamo dalle nebbie deformi della mente

ritroviamo lo stupore dell’incanto

delle percezioni ripulite dalle scorie e dai detriti

della ragione asservita all’egoismo insano

senza voler sempre imprigionare,

cambiare , costringere tutto ciò che ci circonda

alla nostra visione alterata che non rispetta

il senso e l’armonia del mondo vivente.

Serve stare attenti solo a non ferire mai

nessun anima vivente, nessun paesaggio,

nessun oceano splendente,

ma saper ritrovare anche in un filo d’erba,

in un sasso scolpito dal vento

e dallo scorrere di un fiume,

nelle chiome arboree volte

verso le onde dello spazio immenso,

nel fremito delle ali di un insetto,

il battito del cuore e quello delle stelle.

Ennio Romano Forina

Nella Ragione e nel Mito della Felicità

Infine, perché dovremmo pensare al concetto di felicità come se fosse uno stato assoluto e perfetto di beatitudine? Cosa vogliamo che sia, il Paradiso, il Nirvana, luoghi privi di dolore, ma anche privi di libertà, di desiderio e quindi di creatività, oppure luoghi in cui siano soddisfatti tutti i piaceri di solito riservati al genere maschile – che strano -mentre al genere femminile sarebbe demandato unicamente il compito di “fornire” questi piaceri.
Certo, l’idea della felicità è fortemente inquinata e distorta da tutte le religioni le cui dottrine e dettami erano generalmente scritte da menti e mani maschili e purtroppo, di recente, anche dai sacerdoti della ricerca scientifica di ambo i generi, se pensiamo che costoro in tutto il mondo stanno studiando e realizzando pillole che fornirebbero quelle dosi di felicità finalizzate a mantenere in vita artificialmente, esistenze e coesistenze, senza energia vitale e senza amore, vale a dire matrimoni e qualsiasi tipologia di unioni fallite, che potrebbero così rinsaldare e resuscitare rapporti spenti, acquistando nel mercato delle passioni i prodotti titolati della molecola della felicità.
Quindi dovremmo aver fiducia in una scienza che fornisce la felicità in dosi ottimali, così come si fornisce il latte ai poppanti, in modo tale da diventare ancora più incapaci di imparare a costruire da sé, con l’impegno e la sincerità dell’anima, gli elementi e i momenti felici, invece di andarli a comprare in farmacia o farseli prescrivere dal medico di famiglia?
Non è forse questa la ragione per cui così tante persone usano droghe che dovrebbero rendere la loro vita più interessante e le loro performance più brillanti? Piuttosto, questo ricorrere a infusioni di onnipotenza invece di renderci più perfetti e felici in realtà ci rende più simili agli insetti sociali, gli imenotteri, tanto che per analogia con quello che il genere umano sta diventando da spingermi tempo fa, per riflessioni analoghe, a coniare il termine di “Umanotteri”, che si adatta davvero a decifrare e delineare, in questa era altamente tecnologica e scarsamente etica, gli aspetti sempre più omogenei, conformi e impersonali degli individui. Ma perché poi la felicità dovrebbe essere un assoluto? Come tutto ciò che esiste nel divenire dinamico delle cose, elementi e stati di armonia sono frammisti ad altri stati di perturbazione e con essi devono convivere inesorabilmente.
Si può essere felici a vari livelli, per alcune ragioni o circostanze e al contempo provare sofferenza e dolore per altre ragioni e circostanti concomitanti, questa è la realtà e direi giustamente e per fortuna, poiché nessuno vorrebbe vivere una felicità che da un lato proteggesse da qualsiasi attacco del destino o delle azioni malevoli altrui, lasciandoci indenni da ogni calamità, ma al tempo stesso condannandoci ad una morte sensoriale, non solo del corpo ma anche dell’anima. Credo che l’intelligenza cosmica sappia meglio di noi gestire il senso della vita “organica”, facendo in modo che la felicità assoluta sia e resti inarrivabile, poiché se fosse possibile raggiungerla e imprigionarla in noi, sarebbe la fine certa della libertà creativa che si svolge nel fluire degli eventi e nella volontà individuale nel contrasto di stati differenti e la morte conseguente dell’anima.
Una prigione di pietra non è diversa da una prigione d’oro, si muore comunque in tutte e due. Io penso che invece di cercare la felicità assoluta, si debba essere impegnati a costruire stati e condizioni possibili di felicità imperfetti, lasciandoli liberi di svanire come svaniscono i sogni, così da avere lo spazio e la capacità di ricrearne sempre di nuovi parzialmente felici. È così che funzionano le cose nel Cosmo, ma non qui da noi, purtroppo.
Ennio Romano Forina / Colori e pensieri di un incipiente autunno.

Il Paradosso della Felicità. Parte/1

Penso che la felicità, al di là dei desideri soggettivi, tesi verso infiniti stati diversi di soddisfazione, è un mito, o un’utopia se preferite. In quanto presume un appagamento completo e continuativo nel tempo. Ma l’appagamento è uno stato antitetico al dinamismo creativo cosmico di cui noi siamo particelle, inoltre la mente umana ambisce e raffigura l’appagamento come una forma di possesso, che non può sussistere nell’intelligenza cosmica. Infatti per via di questo distorto ed egoistico concetto della felicità non si riesce mai nella misura umana ad essere appagati e felici se non illusoriamente e per pochi istanti. Penso che la felicità debba essere piuttosto il desiderio continuo di contatto e fusione con tutte le espressioni vitali della realtà vera che è sempre quella cosmica. Questo è ciò che i distruttori di qualsiasi tipo: egoisti, prepotenti, ambiziosi, conquistatori, uccisori di esseri viventi, non capiscono. Distruggendo per avere appagamento, essi spezzano la loro connessione con l’essenza della vita universale, uccidendo così anche la loro anima anche se non se ne rendono conto, avendola inibita dal crescere e dal sentire e alienando da essi qualsiasi stato di “vera” felicità. Uccidono per invidia, come Caino, il loro vuoto li spinge a distruggere la gioia di vivere di altri esseri viventi perché non possono sentire, in loro stessi, nessuna gioia.

Ennio Romano Forina

Una Diversa Evoluzione

Premessa

È evidente e del tutto incontestabile, che il genere umano abbia nel suo percorso di civilizzazione, cioè di aggregazione numerosa e stabile, realizzato opere di grande intelligenza per motivazioni di grande stupidità. I casi emblematici sono innumerevoli ed evidenti nelle vestigia affioranti dalla polvere dei millenni, nelle pietre, opere arte, nei manufatti e nei testi e racconti storici, che hanno segnato la cosiddetta evoluzione della società umana nel molto male e in quel poco di bene che tutti i popoli hanno indifferentemente prodotto nel corso del tempo. Oggi come sempre, ammiriamo questi monumenti dell’ingegno e li celebriamo come esempi della superiore mente e anima umana, rispetto a tutto il resto del mondo vivente, soffermandoci solo sui risultati pratici e estetici ma dando scarsa o addirittura nessuna importanza alla “sostanza” delle opere stesse, alle ragioni spesso insulse o addirittura perverse per cui sono state costruite. Ragioni che lungi dal testimoniare l’azione di una intelligenza superiore, al contrario sono la prova evidente di una “stupidità” superiore. Quale delirio di onnipotenza o demone può aver indotto popoli diversi stabiliti in luoghi favorevoli alla sopravvivenza e alla sussistenza a sentire la necessità di creare monumenti del nulla che sono costati un impegno e sofferenze immani e intere esistenze di animali e umani per realizzarli? È una domanda che non viene presa in considerazione e peggio ancora non viene posta alle generazioni che dovrebbero chiedersi il perché, la ragione delle cose e non semplicemente studiare i risultati e gli effetti delle cose. Molti di questi monumenti furono costruiti per ragioni abbiette e sanguinarie, eppure anche oggi li ammiriamo come esempi della superiore ratio umana. Le piramidi hanno sprecato l’esistenza di migliaia di schiavi e di innocenti animali, opere usate come costosissime bare del corpo di un probabile imbecille che era ritenuto e credeva egli stesso di essere un dio, oppure le piramidi del centro America dei maya, degli aztechi costruite per offrire sacrifici di animali e umani al dio sole, rivelando chiaramente di non capire minimamente cosa fosse il sole, mentre le piante cioè le cellule vegetali, lo sapevano già da miliardi di anni tanto da sviluppare dei complessi e sofisticati laboratori biochimici in grado di trasformare e utilizzare la sua energia convertendola nei carburanti della vita. E la superiore coscienza collettiva umana, ancora oggi considera e definisce le piante come una forma inferiore di vita, ignorando di essere totalmente debitrice alla piante della possibilità di esistere e quindi di pensare. Le cellule vegetali avevano una consapevolezza a noi del tutto sconosciuta, tutti gli organismi, compreso i nostri, sapevano quello che le nostre menti ignoravano del tutto. Quando, sul lungotevere romano passo di fronte a quello stupida costruzione moderna che funge da contenitore dell’Ara Pacis, penso alla schizofrenia umana, alla ragione per cui quel manufatto artistico è stato realizzato; i magnifici bassorilievi che la decorano sono un insulto alla memoria degli animali che sono stati sgozzati e sacrificati su quello che altro non è che il banco di marmo di una macelleria, un monumento all’ignoranza, alla presunzione e alla crudele supponenza della perversa umana.Ma non vedo persone riflettere su questo, né i romani antichi, così intelligenti e razionali riuscivano a compensare con la ragione le loro angosce e invece preferivano seguire i loro incubi e i loro mostri per acquietarli nell’oblio della vera ragione. Questo dimostra i limiti della ragione, poiché la ragione senza la sensibilità non è una vera intelligenza e comunque non è fra tutte le intelligenze quella superiore…e nemmeno proprietaria alla specie umana. Segue. Ennio Romano Forina

Le Mani dell’Anima

A volte ho chiesto alle stelle di aiutarmi a trovare la giusta direzione e ho anche cercato una guida simbolica in un semplice strumento, per me affascinante, una bussola e alla sua grande sensibilità per una energia sconosciuta.
Ma ho trovato la pace, la forza e la certezza nella mia anima e nella mente, solo quando ho scelto di mettere la compassione sopra ogni altra cosa, e questo è avvenuto molti anni fa, ma allora non me ne rendevo conto.
Ora tutto è molto più chiaro e la direzione in cui sto proseguendo è sempre più certa. Era ed è solo un problema di scelta e di voler e saper sentire ogni dolore e gioia che sono al di fuori di me, verso gli orizzonti illimitati della Compassione Universale.
Ho davvero pena, per chi non ha voluto, non vuole, non sa e non potrà più percorrere questa via, pensando di lasciare traccia di sé e memoria eterna disseminando il mondo di cadaveri di esseri viventi, lasciati a marcire al sole dopo aver strappato le ricchezze dei loro corpi, tramutati in profitto o trofei, il bottino di una prepotenza infame, spento e sterile come le loro anime.
Stolti uccisori, per volontà, indifferenza, negligenza, presunzione, scherno e disprezzo, in inutili e ingiusti atti di prepotenza.
Uccisori per la pancia e per la vanagloria, pensando nel distruggere di detenere poteri divini. Potrei avere compassione anche di voi e pena del vostro orrifico, certo destino vuoto di sentimenti e amore, ma non servirebbe a nulla, poiché i distruttori non sanno che senza anima essi sono come dei naufraghi in procinto di annegare a cui la Compassione tende ugualmente una inutile fune che non potranno afferrare, non avendo le mani per farlo, metafore tremende di un’anima, vera e viva.

Ennio Romano Forina – Prima dell’Autunno 202

Parafrasando Epicuro

Parafrasando Epicuro.
Se la politica
non riesce a controllare
il dominio della burocrazia,
vuol dire che è impotente
e che è succube della burocrazia.
Se può e non vuole farlo,
vuol dire che la politica è perversa.
Se infine non può e non vuole,
vuol dire che la politica
è impotente e perversa.
Ma se è in grado di controllare
e semplificare la burocrazia,
(come ogni governo afferma di voler fare),
perché non lo fa mai?

Epicuro… con Ennio Romano Forina

Una Diversa Evoluzione – A Different Evolution

– Una Diversa Evoluzione – Premessa Compendio dal saggio di Ennio Romano Forina

È evidente e del tutto incontestabile, che il genere umano abbia nel suo percorso di civilizzazione, cioè di aggregazione numerosa e stabile, realizzato opere di grande intelligenza per ragioni di grande stupidità. I casi emblematici sono innumerevoli ed evidenti nelle vestigia affioranti dalla polvere dei millenni, nelle pietre, opere arte, nei manufatti e nei testi e racconti storici, che hanno segnato la cosiddetta evoluzione della società umana nel molto male e in quel poco di bene che tutti i popoli hanno indifferentemente prodotto nel corso del tempo. Oggi come sempre, ammiriamo questi monumenti dell’ingegno e li celebriamo come esempi della superiore mente e anima umana, rispetto a tutto il resto del mondo vivente, soffermandoci solo sui risultati pratici e estetici ma dando scarsa o addirittura nessuna importanza alla “sostanza” delle opere stesse, alle ragioni spesso insulse o addirittura perverse per cui sono state costruite. Ragioni che lungi dal testimoniare l’azione di una intelligenza superiore, al contrario sono la prova evidente di una “stupidità” superiore. Quale delirio di onnipotenza o demone può aver indotto popoli diversi stabiliti in luoghi favorevoli alla sopravvivenza e alla sussistenza a sentire la necessità di creare monumenti del nulla che sono costati un impegno e sofferenze immani e intere esistenze di animali e umani per realizzarli? È una domanda che non viene presa in considerazione e peggio ancora non viene posta alle generazioni che dovrebbero chiedersi il perché, la ragione delle cose e non semplicemente studiare i risultati e gli effetti delle cose. Molti di questi monumenti furono costruiti per ragioni abbiette e sanguinarie, eppure anche oggi li ammiriamo come esempi della superiore ratio umana. Le piramidi hanno sprecato l’esistenza di migliaia di schiavi e di innocenti animali, opere usate come costosissime bare del corpo di un probabile imbecille che era ritenuto e credeva egli stesso di essere un dio, oppure le piramidi del centro America dei maya, degli aztechi costruite per offrire sacrifici di animali e umani al dio sole, rivelando chiaramente di non capire minimamente cosa fosse il sole, mentre le piante cioè le cellule vegetali, lo sapevano già da miliardi di anni tanto da sviluppare dei complessi e sofisticati laboratori biochimici in grado di trasformare e utilizzare la sua energia convertendola nei carburanti della vita. E la superiore coscienza collettiva umana, ancora oggi considera e definisce le piante come una forma inferiore di vita, ignorando di essere totalmente debitrice alla piante della possibilità di esistere e quindi di pensare. Le cellule vegetali avevano una consapevolezza a noi del tutto sconosciuta, tutti gli organismi, compreso i nostri, sapevano quello che le nostre menti ignoravano del tutto. Quando, sul lungotevere romano passo di fronte a quello stupida costruzione moderna che funge da contenitore dell’Ara Pacis, penso alla schizofrenia umana, alla ragione per cui quel manufatto artistico è stato realizzato; i magnifici bassorilievi che la decorano sono un insulto alla memoria degli animali che sono stati sgozzati e sacrificati su quello che altro non è che il banco di marmo di una macelleria, un monumento all’ignoranza, alla presunzione e alla crudele supponenza della perversa umana. Ma non vedo e non sento persone riflettere su questo, né i romani antichi, così intelligenti e razionali riuscivano a compensare con la ragione le loro angosce e invece preferivano seguire i loro incubi e i loro mostri per acquietarli nell’oblio della vera ragione con pratiche tanto crudeli quanto assurde. Questo dimostra i limiti della ragione, poiché la ragione senza la sensibilità non è una vera intelligenza e comunque non è fra tutte le intelligenze quella superiore…e nemmeno proprietaria alla specie umana. Segue. Ennio Romano Forina

Bilance Globali Truccate?

Da qualche tempo, stiamo vivendo due fenomeni di straordinaria entità; quello dell’immigrazione (o per meglio dire, del trasferimento di enormi masse di persone che seguono i dettami di culture diverse) e il fenomeno della cosiddetta pandemia globale. Ma è strano dover rilevare, che mentre il primo viene costantemente sminuito o addirittura esaltato dalle vigenti aristocrazie politiche e mediatiche, il secondo al contrario, è esasperato ed altamente drammatizzato da quelle stesse aristocrazie.Per il primo non si cercano soluzioni per il secondo si inventano tutte le più variegate e balzane soluzioni possibili, a rotelle e senza rotelle, vaccini improbabili e azzardati per un virus il cui comportamento così mutevole, imprevedibile rende come minimo poco credibile ed affidabile un eventuale vaccino – o più vaccini – sviluppati dalle diverse nazioni che possano avere una reale efficacia, in una atmosfera che da ogni parte, viene considerata di grande confusione e con un coro di voci scientifiche altamente discordanti, che finora hanno avuto l’effetto di disorientare più che dare indicazioni certe. Da comune cittadino del mondo, da sempre dedito alla ricerca della ragione delle cose e distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, mi aspetterei almeno, che “ambedue” i fenomeni, per le loro dimensioni e quindi intrinseca pericolosità, fossero “egualmente” sminuiti, oppure “egualmente” drammatizzati, ma è evidente che questo non è il messaggio che viene trasmesso al popolo negletto. Di sicuro però, siamo consapevoli che i suddetti fenomeni almeno in un fattore si equivalgono: ambedue gravano tremendamente sulle spalle dei cittadini comuni, inclusi tutti gli operatori coinvolti nella loro ardua gestione.
È desolante per me constatare anche in questa era, l’inclinazione conformista e fatalista di questo amato popolo, che è riuscito comunque a mantenere viva la tradizione delle irrinunciabili ferie di agosto, in attesa che i problemi si risolvano da soli.
Data l’entità di questi fenomeni, mi sarei aspettato che almeno quest’anno non si sarebbero visti tanti volti gratificati da così intense sfumature di abbronzatura, specie quelli di questa novella aristocrazia, che nonostante la crisi tremenda che attraversa il paese, sono riusciti a trovare il tempo e il modo di spassarsela per qualche giorno al mare o in montagna.
Forse nell’intento generoso di dare supporto all’industria turistica agonizzante, chissà?
Ma l’estate è stata solo la pausa di questa rappresentazione che deve andare avanti come tutti gli show e in cui si sono consumati tranquillamente bruscolini e aperitivi, in attesa che si riaprano le quinte sul secondo tempo del dramma: la morte dell’economia.

Ennio Romano Forina – Fine di una vana Estate virale

La Ragione delle Cose

Senza la conoscenza, l’immaginazione genera sogni o incubi irreali, ma la conoscenza per sé non è sufficiente a dare direzione, né basta per agire saggiamente.
E dunque, la vera conoscenza non è la semplice “nozione” delle cose ma la “comprensione” profonda delle stesse.
Se i tanti celebrati ingegni umani, nella fisica, nella matematica, nella chimica, esploratori dei fenomeni e delle energie naturali, avessero davvero voluto comprendere ciò che stavano studiando, non sarebbero stati gli artefici delle armi distruttive più micidiali mai costruite dai sistemi organici, non sarebbero stati servi per fama e denaro delle ottuse tirannie e se queste nozioni dell’uso della tecnologia sono anche divenute spesso vantaggiose e relativamente benefiche non lo si deve ad un intento originale elevato e virtuoso della “scienza,” ma ad un differente modo di sfruttare il suo potere.
La maggior parte del sapere della civiltà culturale, scientifica e psichica, si basa in modo prevalente sulla conoscenza pratica dei fenomeni senza la comprensione della ragione degli stessi, avendo lasciato da sempre che l’esperienza prevalesse sull’intuizione, prima come necessità di sopravvivenza ma presto divenuta un vizio che progressivamente ha inibito o spento del tutto le capacità sensitive dell’anima individuale e collettiva per una specie che ha scelto di farsi guidare sopratutto dal potere della mente. Senza considerare che il potere della mente è del tutto insufficiente a dare direzione e colmare i vuoti dell’angoscia esistenziale derivanti dall’impossibilità di spiegare l’ignoto con la semplice esperienza e quindi generando i miti e i mostri della superstizione, per colmare la paura dell’inconoscibile, con i devastanti effetti e abusi evidenti in ogni fase della sua tormentata e feroce storia.
Ed è per questo che l’immaginazione umana da sempre genera più incubi che sogni, lasciando che siano proprio i mostri generati e rigenerati nel persistente vuoto di comprensione a condurla nella scelta dei percorsi più dannati piuttosto che in quelli virtuosi. È così che il multiforme genere umano ha usato male la capacità di apprendere e di tramandare la conoscenza e lo stesso potere dell’immaginazione, costruendo le verità artefatte più comode, e spendendo immani energie ed esistenze nella celebrazione dei miti del nulla, sia per placare le proprie angosce che per usare queste fittizie “verità” come strumento di dominio.
Per questo, pratica le scienze più convenienti e le scuse più confortevoli per poter definire la sua immane voracità come una imprescindibile necessità e la sua immensa ignoranza come certezza assoluta, cercando di piegare il Cosmo alla misera comprensione della sua mente, piuttosto di aprire la mente alla comprensione del Cosmo, così come a quella dell’anima e quindi, la scienza senza comprensione ha dovuto dare molte definizioni false a cose che si conoscono appena, ma che non sono state “comprese,” come la sua speciale ed unica perfidia, a cui ha assegnato il nome di “umanità,” distinguendola arbitrariamente ed elevandola a un rango immeritato sul resto del mondo vivente, che al contrario, conosce e usa la crudeltà quando necessario ma non conosce la perversione.
E senza infine, voler ammettere e comprendere che la definizione lusinghiera di “umanità, alla fine non è altro che il vestito pulito che serve a nascondere e dimenticare il corpo del Male rappresentato dalla sua smisurata prepotenza e dai suoi innumerevoli delitti.

Ennio Romano Forina – Agosto 2020

La Comprensione delle cose è sorella del sentimento della Compassione, la cui sorgente a sua volta, è l’Amore Universale.

L’Invenzione della Rotella


Di idee e realizzazioni demenziali da parte di questo genere umano, così dotato di superiore intelligenza, se ne sono viste davvero tante. Le vestigia della vanagloria, della presunzione e della follia, sono sempre ammirate e lodate da tutti quelli che non pensano minimamente quali sacrifici e sperperi di vite di animali, piante e umane, abbiano causato per soddisfare la presunzione e l’idiozia di fantocci elevati dall’ignoranza popolare al rango di semidei, vicari e tramiti di altre improbabili divinità. Ma ancora di più, abbiamo visto le idee demenziali di questi ultimi secoli assumere sembianze di mostruosa idiozia, inutilità e persino dannosità. Sono demenziali le piramidi, monumenti che per essere realizzati hanno letteralmente rapinato l’anima, la mente e i corpi di centinaia di migliaia di esseri viventi, è demenziale il Colosseo, sono demenziali gli obelischi è demenziale la torre Eiffel, o il Taj Mahal, e tanti altri enormi monumenti inneggianti alla transeunte gloria umana. Sono demenziali i grattacieli attuali alti quasi un chilometro, come erano demenziali i faccioni di pietra dell’isola di Pasqua, per citare solo alcune delle innumerevoli imprese tecnologiche perfettamente inutili, è demenziale l’energia nucleare per fissione, spesso sono demenziali le dighe, che uccidono i fiumi e le terre da essi irrigate, devastano e desertificano enormi aree, per citare solo alcuni casi maggiori, ma poi ve ne sono infiniti altri, per così dire, minori. Cosa può essere più demenziale della soppressione delle foreste? E sono demenziali le reti da pesca a strascico lunghe decine di chilometri, demenziale è la bomba atomica, per quanto ci abbia salvato più volte da una terza guerra mondiale e conseguente ritorno alla barbarie assoluta per i pochi sopravvissuti. Demenziali infatti sono le armi, specialmente quelle offensive, la caccia è demenziale poiché è brutale e nociva, oltre ad evidenziare se ve ne fosse bisogno, quanto perfida possa essere questa umanità. Demenziali sono i SUV, veicoli del tutto sbagliati nella realtà di movimento attuale, è demenziale l’uso spregiudicato della plastica, per farne oggetti senza utilità e per le confezioni dei prodotti tanto da usare una quantità di materiali plastici ben maggiore per la confezione che nel prodotto stesso. Ed è demenziale l’ossessione della ricerca della pulizia più asettica, tale da giustificare la formula seguente: quanto più ripuliamo i nostri corpi all’esterno, tanto più li sporchiamo all’interno, poiché tutto ci ritorna e ci penetra inesorabilmente, dall’aria che respiriamo, nell’acqua e nei cibi, il ciclo è quello. I casi citabili sono infiniti i ed infiniti sono i danni che arrecano direttamente e indirettamente a tutti gli ecosistemi e agli equilibri naturali e di conseguenza a noi stessi.Ma il problema della demenza umana si decuplica quando si manifesta per “imposizione” sui popoli che hanno da sempre dimostrato di ragionare per mezzo della pancia e non della parte più sensibile della mente e non disdegnano di essere dominati e controllati, purché ricevano sempre più panem et circenses per colmare gli spazi vuoti delle loro vite. Di imposizioni ne vediamo di tutti i tipi e di tutte le entità ad impatto vario su questo pianeta, ma questo è un argomento attuale e mistificato dai furbi controllori del mondo di sempre che merita un esame speciale in un mia altra riflessione. Mentre questa che sto scrivendo gira attorno all’ultima idea bislacca scoccata dalle geniali meningi di questa attuale classe dirigente. Dopo il reddito di cittadinanza, collegato alla ricerca del lavoro a disoccupati, gestita da disoccupati che non erano mai riusciti a trovare lavoro per sé stessi, ai quali si è demandato il compito di trovare lavoro per altri disoccupati, (generando di fatto la costituzione di un altro enorme baraccone di gestione e controllo, totalmente improduttivo), quando sarebbe stato più semplice e utile provvedere un minimo di reddito agli indigenti, che di per sé avrebbe costituito una condizione favorevole, una piattaforma da cui partire alla ricerca di lavoro secondo le proprie capacità, attitudini e voglia di intraprendere. Dopo le lotterie connesse agli scontrini di acquisto, per un popolo come quello italiano che già sperpera enormi e preziosissime quantità di tempo e soldi nelle lotterie istituzionali tradizionali vessato, soffocato da una intricata burocrazia che divora notevoli porzioni di tempo e di vita, nel paese in cui se non si tassa ancora l’aria che si respira, si tassa da sempre l’ingenua speranza di vincere grandi somme, e che continua stupidamente a esaltarsi per la vittoria esagerata di un singolo basata sul conseguente maggiore impoverimento in denaro e anima di altri milioni che buttano i pochi soldi che hanno nella spazzatura delle lotterie di ogni tipo, quando semmai sarebbe più saggio stabilire premi più bassi e molto più numerosi, tali da costituire incentivi a delle necessità insoddisfatte, alla produttività, alla creazione di piccole nuove imprese o all’ampliamento di quelle più piccole esistenti o al semplice maggior consumo di prodotti in generale, poiché l’eventuale vincitore di una somma enorme utilizzerà quei soldi in modi ben diversi egoistici e secondo me, difficilmente utili al comune benessere e ad un dinamismo benefico del sistema capitalistico interno. Sono prive di senso le proposte di chiusura degli esercizi commerciali nei giorni festivi, pensando di fare il favore agli impiegati come al resto del popolo di potersi riposare passeggiando tra le squallide saracinesche chiuse e i cassonetti smembrati e stracolmi di immondizia, mentre potrebbero riposarsi lo stesso consentendo un “turn over” tra impiegati feriali e impiegati festivi, mantenendo così attivo il ciclo economico basato sul consumo e al tempo stesso creando più possibilità di lavoro per altri, poiché questa economia si regge sui parametri della produzione e del consumo e se si volesse cambiare questa realtà ci vorrebbe un salto evolutivo di immane portata, impensabile con i cervelli dirigenti globali e il livello intellettivo dei popoli di questa era. È ripugnante l’auspicato ritorno ai mistificati “valori” di un passato regolato da oscurantismo religioso e costumi basati su famiglie di stampo patriarcale prepotentemente imposti, dove di fatto non esisteva la parità di genere, una sorta di neo patriarcato, che vedrebbe la donna di nuovo relegata devotamente alla cura della prole, allo stiramento di camicie e mutande per la famiglia e per l’amato sposo, senza una labile possibilità, di poter aprire le pagine di un libro e avere tempo restante sufficiente a curare sé stessa e la propria anima, come è evidente nel racconto storico e ovviamente anche nella cronaca di persistente attualità.Ma veniamo all’ultima geniale idea di questo esecutivo: la proposta di implementare l’insegnamento e l’apprendimento dotando le aule di moderni banchi individuali muniti di ruote. Chissà in quale recondita area della mente si è sviluppata l’idea che le ruote possano arginare un virus e al contempo promuovere l’intelligenza e la conoscenza. In un paese già così complicato che non sa essere frugale e spartano, sopratutto per fronteggiare una crisi di tale portata, vera, falsa, verosimile e amplificata che sia, invece di semplificare e spendere meno, si pensa a come spendere soldi in cose del tutto inutili e molto impegnative da mantenere efficienti. Dopo aver attentamente esaminato queste meraviglie tecnologiche mi sono posto le seguenti domande; cosa hanno a che vedere le ruote con l’apprendimento? Premetto che io non considero nemmeno l’invenzione della ruota, – una delle più celebrate vittorie dell’ingegno umano – come un risultato di una vera intelligenza visionaria, al contrario, vorrei che tutti riflettessimo sul fatto che sotto molti aspetti, nel corso della sua evoluzione incontrollata e incontenibile, la ruota è stata una delle più nefaste invenzioni umane. Dalla fucina dell’inferno la ruota ha promesso l’onnipotenza, ma in cambio chiedeva il corpo e l’anima di questo mondo, poiché la ruota è solo il coperchio della pentola demoniaca dentro cui si celavano tutte i conseguenti effetti collaterali derivanti dall’uso di tale “mirabile” invenzione. La ruota ha bisogno di spazio su cui correre e vuole motori ed energia, non esistendo solo percorsi in discesa, e quindi strade ed energia rappresentano l’altissimo prezzo e l’infezione cancrenosa derivati dal suo utilizzo. In pratica, il genere umano ha fatto questo infame accordo con il demone dell’onnipotenza offrendogli non la nostra anima, ma l’anima e la vita del mondo intero, che alla fine è riuscito a prendersi facilmente anche la nostra stessa anima. Avrebbe potuto essere una invenzione benefica, se fossimo stati misurati ed equilibrati nel suo uso, ma questa non è la materia di cui è fatta questa specie, che non conosce e non pone limiti alla propria insaziabile ingordigia. Se fossimo adesso e se fossimo stati mai in grado di rispettare gli equilibri e contenere le nostre esigenze, ma noi non rispettiamo nulla, nemmeno gli “altri” noi stessi, nemmeno all’interno della specie. Va da sé che l’infezione causata dalla ruota è ormai un cancro allo stadio ultimo di metastasi che sta divorando spazi ed esistenze e che alla fine non ci lascerà indenni dalla inevitabile necrosi. Può darsi che la glorificazione e la costituzione in casta intoccabile della gioventù, avvenuta in questi ultimi decenni, credo dal 68 in poi…sia arrivata a livelli parossistici di espressione, tali da far pensare che i giovani, lusingati e adorati rampolli di questa società e dai loro genitori a cui fanno fare attività fisica di tutti i tipi molto impegnative per la gloria dello sport, non siano in grado di spostare con i loro giovani e iper-allenati muscoli, dei semplici banchetti scolastici e le relative sedie? Vogliamo risparmiare loro questa tremenda, stressante fatica ulteriore, oltre a quella terribile di studiare? Fra l’altro, mi è bastata una veloce visualizzazione del marchingegno in questione per rilevare una serie di fattori negativi e controproducenti, sia allo studio, che al problema del distanziamento dinamico, che mi accingo ad elencare con il supporto di evidenze logiche e non velleitarie. Prendiamo l’aspetto ecologico per prima cosa, ogni banchetto così concepito è costituito da almeno il triplo in più della plastica eventualmente necessaria per un normale tavolino, le cui gambe possono essere in ecologico metallo e semmai solo il ripiano di plastica. In quanto a ergonomia In quanto a ergonomia un simile congegno mi sembra uno strumento che costringe a torture acrobatiche piuttosto che a fornire migliore comodità invitante alla concentrazione e allo studio, ancora di più perché non c’è spazio sufficiente ad esempio per appoggiarsi, poiché quando si scrive a mano, le braccia devono potersi muovere in estensione ed assumere varie posizioni che sul banchetto sono impossibili e se pensiamo che possa essere confortevole stare seduti su questi sgabelli che non consentono movimenti, imprigionati fra il sedile e l’asta per 5 ore e più di studio siamo davvero alla follia, così se uno studente volesse anche “afflosciarsi” sul tavolo appoggiandosi lateralmente per variare la posizione e riposarsi come si può fare in un tavolino normale? No, verrà obbligato a stare in quell’unica rigida posizione verticale con i piedi forse penzoloni o sempre raccolti senza poter nemmeno distendere le gambe. E che dire di un ripiano che non ha spazio sufficiente per poggiare un libro o un semplice quaderno o blocco notes ma solo per un eventuale computer? Anche penne matite sono probabilmente a caduta libera mentre la raccolta di altri libri contenuti nello zainetto incastrato sotto il sedile costringerà gli studenti a ardue e pericolose contorsioni per poterli sfilare come si è obbligati a fare sui sedili degli aerei. Quindi, complimenti all’innovazione dell’istituzione scolastica, che se ritiene prioritario non fare affaticare i giovani, potrebbe far montare anche un motorino elettrico ecologico da aggiungere ai costi. È prevedibile peraltro, che i nostri gioviali studenti stanchi di stare seduti su queste monoposto trasformeranno facilmente le aule in spazi di autoscontro, come quelli dei parchi di divertimento. Ma ancor di più, posso affermare per esperienza diretta, per aver curato mia moglie affetta da una gravissima atassia per quattro anni, muovendola su quattro tipi di deambulatori e sedie a rotelle tecnologiche diverse, che le ruote si sporcano facilmente, raccolgono di tutto, sporcizia, peluria e capelli difficilissimi da pulire e sono di fatto un ricettacolo di virus e batteri, le ruote vanno smontate completamente altrimenti è impossibile pulirle, come ho dovuto fare io spesso, con impiego di grande fatica e grandi quantità di tempo per renderle operanti. E dunque, chi avrà l’onere di questo pesante compito periodico? Ma certo, creiamo altri posti di lavoro inutili! Invece di assumere personale per gestire i tesori dell’arte e tenere i musei più aperti e più facili da visitare, ma no, meglio assumere persone addette all’inevitabile pulizia delle rotelle almeno una volta al mese, il che costituisce un ulteriore aggravio di spesa e di gestione, a meno di demandare la pulizia delle ruote agli alunni stessi o ai loro genitori :“Horribile dictu!”. Mi stupisco quindi, perché si parla di tagliare le spese, ma in realtà non mi stupisco più, da molto tempo. Sento gli imbonitori della politica, dei media, e della scienza, ripetere la stessa nenia di sempre, gridata, urlata, con veemenza, sussurrata, o rispondere attraverso sorrisi sardonici e sguardi rifiutati, parole vaghe e vuote e frasi spezzate dette con disprezzo e risolini vari. “Bisogna fare, si deve cambiare, si deve ridurre, si deve …si deve, si deve…Ma quel “si deve” è stato letale per molte persone reali, ha devastato e anche ucciso più esistenze di quante possiamo immaginare. Tuttavia loro sorridono…non so perché sorridono, oppure sì, lo so da sempre. Forse però, la geniale intuizione di mancanza di rotelle in questa realtà sociale italica non è sbagliata, le rotelle ci vogliono davvero… peccato però che non le si vogliano mettere al posto giusto, cioè in testa e non sotto il culo.
Ennio Romano Forina – Estate 2020

Meditando L’Amore in Estate

Perché scrivo spesso versi d’Amore?
Perché l’Amore è la ragione di tutto ciò che esiste,
non vi è azione che non sia da un impulso d’amore generata,
ed ogni essere vivente è inesorabilmente immerso
nel fluire di questa energia universale,
che al tempo stesso lega e libera le anime
nell’infinito divenire di gesti creativi,
tanti quante sono nel firmamento le creative stelle.
Ma non è da tutti saper amare,
vuol dire conoscere un’altra anima
che schiude le sue ali per alzarsi in volo
ed avere ali altrettanto forti da poter affiancarsi a lei
nel temerario viaggio dell’amore,

il più difficile e aspro viaggio che vi sia,
vuol dire aver nostalgia della sua essenza,
attraversare i confini del suo vibrante impero,
ma non si può conoscere un’anima piena di sentimenti
con un’anima nuda e senza nutrimento,
nelle unioni di ogni tempo antiche e nuove,
si offrivano doni e beni a garanzia
della sussistenza di una famiglia,
lo fanno tutti gli esseri viventi,
ma gli animali nella loro cristallina essenza,
donano i loro corpi e anime insieme all’amato bene
senza esitazione, non così fanno gli umani,
che si presentano all’appuntamento dell’amore

pensando di trovar nella persona amata
la fonte stessa dell’amore, per riempire quello che a loro manca.
Ma non potranno mai dissetarsi con l’anima altrui,
non potranno mai rapirne l’energia vitale
perché ambedue le anime per poter amare
devono già essere piene di diverse forme
della stessa sostanza d’amore
per poter della stessa energia vibrare
ed essere infine a quella ete
rnamente avvinti.
E questo, per me vale per ogni forma vivente
che proprio di questo Amore si nutre e vive
o non sarebbe viva e vera.

Allora, se si è dotati di energia d’amore,
si può iniziare il viaggio della vera conoscenza
di un’anima libera volando insieme a lei
come fanno gli uccelli nelle migrazioni,
sapere quando assecondare la sua indole mutevole
e sapere quando è necessario tenerla stretta,
ma non per trattenerla,
solo per impedire che si faccia male a volte,
volando troppo in alto.
Serve coprirla di tenerezze e di sorprese,
serve essere sempre presenti e sapere quando allontanarsi da lei.
Come una pianta, ella ti dice quando ha sete,
allora dissetarla nel modo giusto quanto lei vuole,
capire quando serve calore e sicurezza,

serve proteggerla, aver cura di lei, farle dimenticare le sue ferite,
serve toccarla con mani d’artista,
serve sfiorarla con i versi di un cuore poeta,
serve rassicurarla con parole giuste e forti,
serve prenderla per mano se è smarrita,
e condurla nella tua certa direzione,
di un impetuoso amante serve il fuoco e la passione
e le serve il fascino dell’intelletto che va oltre, serve farla ridere,

stuzzicare, provocare, giocare, eccitare, incuriosire,
lasciarla nascondersi nell’ombra
e splendere nella luce del suo sole quando vuole,
guardare il rosso dei tramonti con i suoi occhi e non i tuoi,
accettare i suoi momenti oscuri come si accetta il calar del sole,
il buio della notte e la tempesta e il desiderio di isolarsi e di star sola,
ed in te per una rigenerata vita voler credere una stella,
un faro da seguire e un rifugio o una dimora in cui poter riposare.
Ma se non sei pronto per affrontare tutto questo,
se pensi che il suo sorriso, i cuori e i suoi ti amo che ti ha detto
e da te vuol sentire fidandosi di te,
e che il suo amore espresso sia la meta dei tuoi desideri appagati,
sbagli, lei non è una tua conquista, né lo sarà mai,
lei vuole un cuore vero e sicuro e forti mani dal delicato tocco,
che la tengano stretta senza farla prigioniera,
per l’inizio di un viaggio aspro e senza fine
che metterà alla prova ciò che credi di sentire.
Come una madre vera ama più di sé stessa la sua prole

per poi lasciarla andare nel tempo del suo volo,
così un uomo deve amare colei
che come compagno lo ha pensato e scelto,
più di sé stesso dunque amarla e per far questo
tu non puoi, non devi dipendere da lei,
ma essere vero e crescere da solo,
essere ricco di sentimenti generosi e dedizione.

Lei sarà mutevole anche più del vento, sarà nervosa a volte,
elettrica e scostante, ci sarà la pioggia e il temporale,
ti chiederà la luna un giorno solo per metterti alla prova,
incomprensioni e lacrime, nell’indolenza di un amore stanco,
solo l’impeto del coraggio e della convinzione
lascia entrare del Sole il fuoco e i luminosi raggi.
Ma se non hai questo in te e se hai paura,
non sei degno dell’impegno che ti attende,
se sei uno che si offende non puoi stare con lei,
perché lei ti offenderà sempre, è la sua natura
e se non sei paziente e tollerante,

perché lei abuserà anche della comprensione
e metterà a dura prova la tua resilienza
e sfiderà la tua volontà fino all’estremo,
solo per sapere se il tuo amore è vero
e quando sarà certa del tuo amore,
vorrà andare via correndo e lontano da te,
perché una donna vera non vuole mai perdersi nella nebbia,

ma ama il mistero.
Ella ha paura, al tempo stesso, d’esser certa
e di restare nella certezza prigioniera.

Ennio Romano Forina

Noi per la Vita e per l’Amore della Vita

Vorrei una volta per tutte esporre le ragioni per cui ritengo che il puntuale intervento critico di alcuni, ogni volta che si denunciano gli orrendi trattamenti di animali che altre culture attuano, non solo è controproducente ma anche nocivo alla causa per la quale noi tutti comunque siamo impegnati sinceramente e generosamente.

E spiego perché; dal momento che la globalizzazione ha aperto le frontiere al libero scambio delle merci, ogni paese ha interesse a vendere ciò che produce o meglio rapina dalle “risorse” naturali così come le chiamano i governi di tutto il mondo.

In virtù di questa scellerata idea della globalità incontrollata della rapina, dello sfruttamento senza limiti e offerta sui mercati mondiali dei prodotti viventi, si sono anche maggiormente aperte le cortine dietro cui si nascondevano le modalità più cruente e perverse nelle quali la depredazione e disprezzo del mondo vivente viene attuata da tutti in modi diversi.

Quindi ora abbiamo molte evidenze degli orrori globali, filmati, foto, reportage, persino degli stessi carnefici di vari paesi che sono orgogliosi di mettere in mostra le loro azioni infami, con l’intento, nel loro parossismo di ebbrezza sadica, di torturare non solo gli animali loro vittime, ma anche noi che li consideriamo uguali, fratelli e sorelle.

Ve ne sarete certamente accorti, che loro non si vergognano affatto delle torture che infliggono e dei modi orrendi in cui li trattano prima di ucciderli, per profitto, per rituali, per trofei e per il semplice sadico delirio di onnipotenza di distruggere. Cito uno dei miei aforismi a proposito. “Gli animali non sarebbero mai stati trattati come bestie, se la bestia umana non avesse inventato questo tipo di trattamento”.

Dunque, loro che sono la maggioranza dei popoli umani di questo pianeta, non hanno scrupoli, non hanno compassione e non hanno anima, ma purtroppo hanno le leggi che proteggono i loro costumi e le loro attività, perché il profitto viene sopra qualunque senso di etica e giustizia.

Da questo si può capire che l’unico modo che noi abbiamo di contrapporci e arginare gli orrori, sia di “sanzionare” i mercati di tutti quei quei paesi che mostrano indifferenza e pervicace volontà di continuare le loro pratiche orrende. Quindi le nostre direttive dovrebbero essere, crescere numericamente, essere coesi sui principi di base e far sapere ad ogni paese che mostra le peggiori insensibilità e crudeltà che noi eviteremo il più possibile di comprare i loro prodotti e di visitare quei paesi, compreso il nostro.

Di volta in volta, possiamo focalizzare l’attenzione sui massacri delle balene, sulle corride, sulle torture e uccisioni rituali, per religione o per tradizioni, sugli allevamenti intensivi peggiori, sulla caccia ai trofei africani, sui massacri della vivisezione e su quelli delle medicine che sterminano animali persino in via di estinzione nella ottusa convinzione che alcune parti dei loro corpi abbiano capacità che esaltano le prestazioni sessuali o altro.

Potremmo elencare per settimane l’elenco di tutte le arbitrarie e abusive motivazioni che in un modo o in un altro rendono gli animali vittime sacrificali dell’idiozia, della crudeltà e della voracità incontenibile umana e non sarebbe che una piccola parte.

Quindi, amiche e amici se noi, ogni volta che un fatto viene evidenziato maggiormente da qualche parte del mondo, reagiamo confrontando quello che fanno anche gli altri e noi stessi agli animali, invalidiamo gravemente qualsiasi nostra efficace reazione. Poiché loro vedendoci coprire il capo di cenere per i nostri delitti si sentiranno ancora di più autorizzati a perpetrare i loro.

Il ragionamento nelle loro misere menti è quello di stare certi e tranquilli che tanto possono continuare a imprigionare animali dotati di pelliccia in gabbie orrende e al freddo per molto tempo, di ucciderli a bastonate o fulminati, o di farli dissanguare mentre li scuoiano e li bolliscono ancora vivi o gli fanno produrre adrenalina puntando fiamme ossidriche sui loro genitali. Sono zombi, cadaveri viventi, vampiri che hanno bisogno dell’adrenalina degli animali poiché loro non sentono più nulla a causa della decomposizione dei loro sensi.

Voi conoscete tutte queste cose, conoscete il festival dei massacri di delfini in Giappone, conoscete le stragi per decapitazione di capre mucche e altri animali per ingraziarsi le loro supposte divinità. Conoscete i mille e mille Yulin di tutto il mondo, delle corride, dei safari, dei tori tormentati dalle folle prima di essere uccisi, di quello sport dell’uccisione che viene eufemisticamente chiamato “caccia”.

Da poco tempo, abbiamo imparato ad amare di nuovo animali che i papi di alcuni secoli fa, ottusi e criminali, usurpatori di un messaggio di bontà che non riuscivano nemmeno a comprendere, avevano condannato i gatti alle più atroci sofferenze condannando allo stesso tempo anche le popolazioni umane alle immani sofferenze delle pestilenze, ma è solo l’altro ieri in termini epocali, solo l’altro ieri si pensava che nelle mura dei nuovi palazzi romani si dovesse mettere un gatto vivo per scongiurare chissà quale male. L’elenco di tutte le nostre nefandezze demoniache è interminabile.

Per questo, faccio un vivo appello a tutti di non perderci in inutili e deleterie confrontazioni cavillose fra noi che hanno solo il risultato di indebolire la sostanza del nostro impegno; agiamo come un unico fronte, salviamo quelle consapevolezze e nuovi sentimenti che nel mondo occidentale almeno in questi ultimi anni sono prevalsi.

Ricordo che nel mio primo viaggio in America come altrove in occidente nel 1975 i gatti stavano nei boschi sopratutto o nelle periferie, non nelle case delle persone, in pochi decenni gatti, cani e altri animali hanno ottenuto uno stato effettivo di componenti familiari, cioè persone. Trent’anni fa nel quartiere in cui vivo a Roma, i gatti li avvelenavano. Ricordo la mia prima riunione di condominio mi dissero che siccome io ero intelligente avrei dovuto sbarazzarmi dei gatti che avevo accolto e tutelavo nel giardino, e che loro mi davano la magnanima opportunità di sbarazzarmene altrimenti li avrebbero avvelenati. Replicai con calma e fermezza che li avrei denunciati tutti. E ritirarono la minaccia, ma in pochi anni, molte altre persone che vedevano i miei gatti interagire affettuosamente, aspettarmi la sera e riconoscere anche da lontano la mia macchina cominciarono ad essere contagiati e in poco tempo ho visto nascere diverse colonie feline protette ancora esistenti e attive oggi. Le cose possono cambiare, serve far vedere gli orrori ma serve anche usare la logica e stimolare le buone emozioni.

È un primo passo che dobbiamo difendere a tutti i costi e utilizzare anzi come esempio per ottenere la stessa considerazione per gli altri animali, evidenze incontestabili che possono generare un effetto domino che si riversi beneficamente su tutto ciò che vive, animali e piante. Dobbiamo altresì puntare sull’angoscia esistenziale di questo umano genere, sempre più arido, sempre più marcio, sempre più insoddisfatto e perso, sempre più violento, vorace e nichilista.

Gli animali sono come le stelle, senza di loro la follia totale dilagherebbe nel mondo, essi con la loro sincerità e innocenza, con la loro frugalità ed essenzialità, ci indicano come dovremmo essere, così come le stelle ci indicano dove siamo e dove dovremmo andare.

Ennio Romano Forina – Giugno, 2020

Gli Anticorpi dell’Orrore

Servirebbe un vaccino per fermare l’infezione umana che continua a depredare senza limiti gli esseri viventi e invece spesso ci perdiamo in sterili scontri di opinioni sui buoni e i cattivi di turno, nel mondo politico, mediatico, scientifico e religioso quando da nessuna di queste parti giunge mai una vera e incisiva azione che riconosca le colpe per questo tremendo, ingiusto olocausto animale che tutti i popoli e governi del mondo consentono e promuovono senza esitazione e senza porsi il problema etico della sofferenza.Non si tratta di “scelte”, né di stare dalla parte politica di Tizio o di Caio, si tratta di vite e del principio del diritto universale di ogni essere vivente di esistere in libertà.
Se consideriamo gli animali come soggetti che hanno sentimenti ed emozioni anche se non usano le tecnologie umane, se in essi riconosciamo e sentiamo la presenza
dell’anima, le nostre scelte personali sono soltanto due: difenderli o lasciarli nelle mani dei carnefici, quelli che li torturano e uccidono e quelli che li mangiano.
O stiamo da una parte o dall’altra, e se individualmente io stabilisco un rapporto fraterno e amorevole con alcuni animali e con altri più distanti, una condizione comunque di rispetto e compassione, ho il DOVERE prima che il diritto, di difendere la loro vita e la loro libertà ovunque e comunque, come difendo la mia vita e la mia libertà e questo vuol dire che le due diverse realtà di coscienza umane sono sempre su una rotta di collisione quantomeno dialettica.
La locuzione “Vivi e lascia vivere”. Alla fine diventa “Vivi e lascia torturare e ammazzare,!” Non è sufficiente essere vegani per essere consistenti.
L’olocausto animale è favorito dal pensiero debole falsamente democratico delle masse, che pur conoscendo l’orrore, di fatto lo accettano, come fosse nell’ordine delle cose, mentre gli animali in catene piangono sangue prima di essere uccisi atrocemente. E che sollievo può venire a loro dalla nostra tollerante attitudine verso chi li uccide, cioè chi li mangia. Questo vuol dire amarli? Mi spiace, non basta cambiare a livello personale, per gli animali non cambia nulla se alcuni di noi si comportano bene sentendosi soddisfatti e a posto con la loro coscienza. E se veramente si ha amore e compassione per il mondo vivente allora bisogna lottare per l’ideale di un genere umano che protegga i più deboli e non che li massacri vilmente approfittando della forza fisica superiore e certamente non di quella spirituale. Non si tratta di “fare scuola” ma di “salvare” gli esseri viventi che diciamo di amare con ogni mezzo lecito, con le emozioni tanto quanto con la logica e questo vuol dire confrontarsi continuamente e scontrarsi persino, lo richiede l’immane, orrenda colpa che abbiamo verso di loro, altrimenti nessuno di noi è quello che dice di essere.
Ennio Romano Forina

L’aspetto della Democrazia e la Sostanza della Democrazia

Se il mondo per ipotesi, fosse tutto governato da un sistema democratico, la parte di genere umano che difende gli animali e i loro diritti sarebbe certamente sconfitta dall’evidenza dei numeri, perché la parte di umanità che massacra gli animali e le piante per profitto, per divertimento e per disprezzo è decisamente preponderante, come sempre del resto.

Quindi in termini di democrazia, dovremmo arrenderci all’evidenza di rappresentare una parte minoritaria del genere umano e coerentemente accettare la sconfitta, restando all’opposizione come di fatto chi difende la vita e l’anima degli animali è collocato in ogni era e in ciascuna nuova generazione. Perché “loro” sono di più, da sempre.

Il fatto è che in questa formula c’è un enorme vizio di fondo poiché la democrazia esiste e dà ordine alla coesistenza equilibrata e armonica di tutto l’universo quindi anche della Natura di questo pianeta e non riguarda la democrazia esclusiva all’interno della specie umana ma la democrazia del mondo vivente nella sua interezza è proprio qui sta l’inganno perverso, pretestuoso e prepotente di cui si servono le costituzioni dei popoli per giustificare l’imposizione del dominio per mezzo della prepotenza e non della democrazia, basata sulla formula “Quia sum fortior”.

Al cospetto dell’etica cosmica e naturale, noi difensori del mondo vivente, non siamo affatto numericamente sconfitti perché il mondo vivente è costituito da “soggetti” e non “oggetti” e il mondo vivente è con noi e dalla parte della fratellanza universale e della convivenza con uguali diritti esistenziali.

La democrazia è un principio naturale, per questo siamo vivi, perché le piante hanno reso possibile la colonizzazione del pianeta intero, delle sue acque, dell’atmosfera e delle terre emerse. E seppure il mondo vivente è ancora imperfetto e spesso crudele nei dettagli, risulta giusto e democratico nel grande scenario, nella ricerca e mantenimento degli equilibri che consentono a tutte le specie di sopravvivere e non alla sopraffazione di una specie sull’altra.

Poiché gli animali sanno, che se prendessero dalla vita più di quanto a loro serve per sopravvivere quotidianamente, spezzerebbero i principi della democrazia cosmica e i predatori cesserebbero di esistere quanto le loro prede. Quindi il mondo umano non detiene il potere per un processo democratico ma per una azione tirannica ipocritamente mistificate da regole inventate, artefatte come da sempre fanno i tiranni.

Nessuna legge, nessuna regola che conviene alla specie umana e la prediliga rispetto alle altre è stata scritta nel Cosmo, la realtà orrenda degli abusi e soprusi umani sugli esseri viventi sono le regole brutali dettate dalla della tirannia in base alla sua forza e non alla forza della Verità. /Segue/

Ennio Romano Forina

Dal Poema della Paura e dell’Amore

Splendida, dell’intelletto d’Amore
mistica luce!
Se tu fossi dea, invocherei il tuo aiuto
per infondere benefica ispirazione
in questo arido umano mondo
pieno soltanto della sua follia,
dove solo poche anime generose,
vaganti nei deserti dell’indifferenza,
ferite dall’invidia e dalla supponenza
ora si aggregano alle forze della Vita
per far scudo con i loro cuori
agli esseri viventi e alla loro libertà,
ma ancora assistono impotenti
nella furia che aumenta,
allo scempio umano che distrugge e uccide
senza rimorso e senza compassione.
Solo un’anima vera può sentire
di un’altra anima la presenza e l’energia
e con quell’anima saggiamente congiungersi.
Anime vere dunque, nella tua luce immerse
mentre le altre sempre insoddisfatte,
nel loro erratico vagare intorno
vogliono solo saziarsi di rapina e di possesso.
Non hanno mai davvero conosciuto
del tuo intelletto la visione,
ebbre di tutto quello che come una droga
non soddisfa ma rende soggiogati,
non nutre e non sazia mai 
nemmeno quella parte di mente
che è la fedele alleata della pancia.
Hanno paura di restare soli e non lo sanno,
ma invece di nutrirsi della compagnia
di tutti gli esseri viventi
se ne stanno insieme ad altre solitudini
tra la paura di essere uniti fra loro
e il terrore di essere disgiunti e alla deriva.
Odiano ciò che vorrebbero amare
e finiscono con l’amare
ciò che dovrebbero invece detestare,
disprezzando chi li ama
e inseguono chi non li desidera davvero,
in dislivelli di coscienze e barriere di diffidenze,
e per non saper riconoscere l’amore
si perdono inesorabilmente
in precipizi alternanti a impossibili salite,
nel loro andare incerto e senza direzione.
Ingenue menti, che confidano nelle nullità.
Mani tese invano, verso mani ritratte
che si tendono e annaspano
nel vuoto abisso delle incomprensioni.
La paura nuova è un involucro, una corazza
non la crisalide di una trasformazione
ma una bara, in cui sono estinte le più alte percezioni,
che non difende come quella antica,
ma incatena e lega agli artifici
negando l’essenza vera delle cose,
rende orfani e persi nello sperduto mondo
fatto di certezze vane e senza consistenza.
Nemmeno il ricordo orrendo della storia
che rinnova i suoi orrori senza fine,
come se mai fossero successi,
serve a dare alcuna direzione,
dicono di non aver bisogno di nulla
mentre annaspano, aggrappandosi ai relitti
dei vascelli delle presunzione,
milioni di volte naufragati
che senza timone, spinti dai venti dell’ego,
erano stati lasciati andare alla deriva,
perdendosi senza capire che i cuori
sanno dove approdare meglio delle menti,
loro invece vanno eternamente
alla ricerca di sostegno e di un riferimento
che li renda falsamente felici solo per sé stessi,
egoismo puro, questo è il fatale errore,
cercare senza sosta la felicità propria
mentre basterebbe seguire i veri palpiti dei cuori,
verso l’armonia, come tutto ciò che esiste,
eppure non lo sanno ancora,
non possono vedere dove si son smarrite,
ancora prima di iniziare il viaggio.
Come la volpe di una antica favola
disprezzava l’uva fuori della presa,
così l’umanità disprezza sé stessa,
perché non sa parlare alle sue parti,
e pensa che siano esse a non comprendere
parole che non hanno alcun valore di sostanza.
Umanità che si prende cura dell’oggetto
che non dà sensazioni mentre sopprime
le sensazioni vere che pulsano di vita.
Spianano territori immensi, boschi e piccoli giardini,
pensando che ciò che è sterile è sicuro,
si chiudono al sentimento che impaurisce
perché non si può sentire nulla
senza prima abbattere le inutili difese
contro una paura sconosciuta
che non è altro che la paura senza nome,
solo la paura di sé stessi.
So, di molte anime belle,
che tra le rovine dei sentimenti,
si schiudono come fiori anelanti alla luce dell’amore,
affiorano persino dai terreni ostili e spenti,
anche senza nutrimento provano a splendere
ma sono presto deluse, ferite e calpestate
e strappate a tutte le speranze.
Eppure non si stancano mai,
e ancora provano a spuntare come erbe ostinate
tra i detriti e le scorie degli oltraggi,
tra i ceppi e i sassi devastati dal passaggio
dei divertimenti delle mandrie umane.
L’amore che unisce due corpi
non è lo stesso che unisce due destini,
in un viaggio parallelo di anime cercanti,
in un gioco di attrazioni e conoscenza senza fine,
due corpi possono restare insieme
anche per sempre o per lungo tempo,
senza che le anime arrivino a toccarsi,
ma quello non è amore, è una convivenza,
essere uniti così è solo un’illusione,
perché un’anima possa un’altra anima sfiorare,
deve uscire dai labirinti della mente,
saper rifiutare le lusinghe che la ragione offre,
in cambio del tocco dell’essenza delle cose.
Amore non è un pacco di condizioni senza rischi
le attitudini umane falsate dalle convenienze,
affondate nel perfido egoismo,
nella paura di commettersi, di impegnarsi,
desiderando di avere ciò che non si ha
mentre si fugge da ciò che si può condividere,
amare è ben più che una connessione
o un mutuo scambio di favori,
amare è una fusione di libertà diverse,
che non perdono loro indipendenza
pur essendo unite in un viaggio senza fine
di flussi di energie che si allacciano
e si sciolgono in continuazione,
e l’una nell’altra riemerge rinnovata
generando inestinguibili ricchezze.
Tale è l’inconsistenza delle scelte,
la paura di scegliere e di essere scelti,
la paura di spendere sé stessi nelle relazioni,
di impoverirsi, nel legame e star senza legami,
eppure basterebbe donare amore e comprensione
come tutti gli animali sanno dare il loro amore,
la loro alleanza, il loro cuore
e invece noi come orchi orrendi li mangiamo,
noi, veri mostri, non come quelli immaginati e falsi
delle orrende menzogne che raccontiamo ai bimbi
che da noi imparano subito
a mentire a sé stessi ed alla vita.
Basterebbe il coraggio d’esser veri e aperti,
e saper tendere le mani,
senza paura di immergere lo sguardo
nello sguardo di un altro essere vivente
e capire che solo da quel vitale flusso di emozioni,
deriva la vera conoscenza
che vuol dire vera unione,
senza essere prigionieri
questo oggi a volte avviene
nella neutralità virtuale
dove non servono regole e barriere
che nella realtà sociale la diffidenza impone
ma non basta, è come dissetarsi
solo di acqua immaginata.
Siamo atomi, molecole, cellule di energie
che vogliono ad altre energie essere unite
verso gli stati armonici
che tutto l’universo in sé stesso cerca
e da sempre sa trovare
ma noi viviamo nella paura antica
che da molto tempo è divenuta angoscia
per il cattivo uso del raziocinio della mente
che ha fatto scempio di ogni verità
pur di avere la scusa
di uccidere la vita per predarla,
di tutte le sue ricchezze ed energie,
riempiendo le mani con il fango sterile
e gettando via i germogli preziosi della vita.
Nella paura del destino sconosciuto
nascono i germi della prepotenza.
Ma il destino vero resta ignoto
perché per sciocca convenienza
altri destini falsi sono stati costruiti
come andar nel buio verso un precipizio.
Non la paura dei pericoli concreti,
di cadere e di essere aggrediti,
necessaria che come il dolore, servono
per la sopravvivenza,
la paura distruttiva è quella esistenziale
che solo noi abbiamo e la chiamiamo angoscia.
Gli altri animali conoscono la benefica paura
di una giusta reazione ai pericoli
perché essi sanno che vivere è un dovere,
il tempo necessario a svolgere il compito
ma per sconfiggere e contenere
questa paura umana dell’essere
occorre profondamente riconoscere
i fenomeni vitali e con loro cercare l’armonia,
poesia e bellezza di ogni tipo dunque,
come quando da bimbi il nutrimento
più desiderato era la meraviglia.
Serve il riflesso di quel che siamo
oltre lo sguardo circoscritto e ottuso,
e carpire dal Cosmo la sicura ispirazione
solo quando usciamo dalle nebbie deformi della mente
ritroviamo lo stupore dell’incanto
delle percezioni ripulite dalle scorie e dai detriti
della ragione asservita all’egoismo insano
senza voler sempre imprigionare,
cambiare , costringere tutto ciò che ci circonda
alla nostra visione alterata che non rispetta
il senso e l’armonia del mondo vivente.
Serve stare attenti a non ferire mai
nessun anima vivente, nessun paesaggio,
nessun oceano splendente,
ma saper ritrovare anche in un filo d’erba,
in un sasso scolpito dal vento
e dallo scorrere di un fiume,
nelle chiome arboree volte
verso le onde dello spazio immenso,
nel fremito delle ali di un insetto,
il battito del cuore delle stelle.

Ennio Romano Forina

Dal Poema della paura e dell’Amore…

…Lei ti odierà se non l’amerai abbastanza
ma ti odierà lo stesso per amarla troppo.
Sarà gelosa per la tua indifferenza
ma ti disprezzerà se sarà sempre nei tuoi pensieri,
perché Lei vuole che tu l’ami come il Sole ama
inondando il giorno di luce impetuosa
ma poi lentamente attenua la sua forza
e i suoi raggi sono carezze lievi
prima di sparire oltre l’orizzonte.
Lei vuole esser così immensamente amata,
per poi dimenticarti di Lei
e tornare ad amarla ancora e ancora
in ogni nuovo giorno
come fosse sempre il primo di infiniti giorni.
Questo è l’amore vero;
abbracci di fuoco che abbandonano la presa,
mani avvinte lasciate scivolare via,
ma se non conosci tutte queste cose
tu non sai ancora cosa voglia dire
essere amanti veri e senza tempo…

Ennio Romano Forina

Angeli e Demoni

Ho scritto molte volte che il mondo degli umani
non è divisibile in buoni e cattivi,
ma mi riferivo ai popoli, alle aggregazioni umane,
e non ai singoli individui.
Tuttavia, contrariamente alla classica collocazione
di queste due fondamentali e opposte entità,
i demoni non abitano l’Inferno,
ma hanno invaso da tempo il Paradiso della Vita,
mentre gli Angeli, nella loro compassione,
condividono l’inferno che i demoni hanno costruito
per gli animali innocenti e indifesi dalla brutalità delle leggi
oppressi e rapinati della loro vita e libertà,
Poiché i demoni non hanno anima e non si accontentano
di rapinare il corpo del Paradiso della Vita,
tentano invano di appropriarsi anche della sua Anima
e della felicità dell’essere, che non può essere rapinata
come si rapinano i corpi.
Per questo continuano a uccidere e distruggere
il Paradiso della Vita
fino a che sarà del tutto devastato
e trasformato anch’esso in un Inferno,
il luogo di elezione in cui naturalmente, tutti i demoni
ambiscono prima o poi di ritornare .
Ennio Romano Forina

Filastrocca dell’Amore che Vuole Volere

Ti voglio strega e ti voglio fatina

nei tuoi incantesimi avvolgermi

ed essere preso e smarrito

per poi liberarmi ogni volta

e da nuove magie restare incantato,

voglio vederti libera correre via

e aspettare tranquillo che torni.

Perché ti voglio fiera e ribelle

per poterti inseguire per sempre

senza mai fermarci

tra il sole e le stelle.

Ti voglio elettrica e misteriosa,

voglio seguirti nelle tue stagioni

e in tutti i tuoi umori cangianti,

in ogni giorno e in tutte le notti,

voglio invadere i tuoi sogni

per esser sicuro che tu sorrida.

Ti voglio vulcano e temporale,

giorno di sole e vento maestrale.

Voglio farti arrabbiare,

sorprendere sempre,

ma mai lasciarti annoiare

senza parole e sorprese

e teneri gesti d’amore,

ti voglio proprio così, come sei,

voglio vedere i tuoi sciolti capelli

scorrere come steli di grano nel vento

e infilarmi nelle loro tempeste.

Come il tempo ti voglio mutevole

aspro e persino improvviso,

ti voglio spavalda e anche distante

affamata di abbracci caldi e infiniti

ma anche affettuosa e ti voglio amante

di baci, carezze e altri baci mai sazia

e ti voglio arrabbiata, ti voglio ostinata,

ti voglio ammiccante e sensuale

e voglio che tu mi seduca,

che mi sfidi e mi prendi in giro,

ti voglio monella e ti voglio solare

ti voglio vogliosa,

ti voglio fiera e bellicosa,

ma infine arrendevole e dolce.

Ti voglio vento e correnti marine

navigare nelle tue acque in burrasca

affondare nei tuoi vortici d’onde.

Ti voglio arruffata dispettosa e sfrenata

ti voglio lunatica, misteriosa,

ti voglio prigioniera e poi liberata

timida ma coraggiosa.

Ti voglio quando sei nostalgica e triste

e in solitudine ti lasci andare,

voglio sentire i tuoi caldi sospiri

scorrere sempre sul mio viso,

come una brezza marina,

come un fortunale improvviso

e come onde che cullano il sonno.

Ma chiunque tu sia, sei già tutto questo

e non voglio volerti diversa

non voglio altro da te,

che essere sempre e per sempre

soltanto tutto quello che sei.

“Poiché quel che l’Amore vero

soltanto può volere è il donare”.

Ennio Romano Forina

Dimenticare la Luna

Povera luna, nessuno ora leva più lo sguardo

all’artefice di scenari suggestivi e perfetti

tu che ispiravi tutti gli amori

e suggerivi a poeti e amanti i versi più belli

confortavi il viandante notturno

alleviavi le angosce più oscure

eri la Dea che a tutti sorridevi intrigante

pervadendo di placida magia il mondo insonne.

Tu, ospite splendente, anfitrione eccelsa

della tua degna dimora celeste,

principessa e vestale delle notti più limpide

con la tua arcana, festosa presenza

volteggiando pigra nel cielo notturno

fugavi tutte le angosce e i timori

avvolgendo di soffice luce i sonni più inquieti.

Ci insegnavi che esiste l’irraggiungibile,

che non si può e non si deve possedere tutto

che nessuna piramide ambiziosa

nessuna torre svettante nel cielo

poteva minimamente sfiorarti

e quindi restavi, venerata, sacra e intatta

umiliando le umane brame e le tiranne pretese.

Ora lo scrigno in cui custodivi i sogni degli amanti

e dei poeti di tutti i tempi è stato violato,

e i desideri sono dispersi, catturati da altri mondi

e forse nessuno, per molto tempo

sarà più in grado di rimpiazzare quei tesori

da te finora, segretamente serbati.

Ti scrutano ancora, ma non per amore

soltanto per sapere se vi siano gioielli in te da rapinare,

o se si possa immettere in te la stessa vita

che qui nella tua sorella Terra per ironia atroce

viene indegnamente soffocata,

se si possa far di te e altri sterili mondi

dei gioielli azzurri, mentre questo pianeta

ferito, depredato e offeso

sempre più a te fanno somigliare

come un arido sasso senza vita,

un misero detrito nello spazio

ma senza il tuo incanto

e senza il tuo diafano e magico pallore.

E se fossi fatta di platino e d’oro

anziché di inutile sabbia e roccia

saresti in breve tempo invasa e divorata

da miriadi di potenti macchine brutali,

comandate da voraci parassiti umani

pronti a succhiare le tue vene profonde

scavando solchi, buche e sanguinanti ferite

per divorar ricchezze e niente altro,

come per lo splendente verde azzurro globo

che sempre più si ricopre dello spento grigiore

di città mostruose, gangli letali di una rete immane

di cemento e asfalto che si propaga ovunque

come le metastasi incontenibili del cancro.

Ti guardano ora nella tua intimità svelata

come si osservano gli animali oppressi

nelle prigioni della follia e della vergogna

degli zoo, dei circhi e degli allevamenti

e anche tu sei già rinchiusa in una gabbia

di ottusa e falsa conoscenza,

senza più meraviglia, né domande

solo una bizzarra e negletta decorazione

appesa in cielo per il nostro diletto

superata dalle potenti luci umane

che violentano i misteriosi ritmi vitali della notte

uccidono te e tutte le altre stelle.

Ma non sei tu o Luna,

ad aver perso il fascino e l’incanto

siamo noi, ad aver spento

le nostre più profonde sensazioni

ebbri delle nostre brutali luci false

che non possono come la tua riflessa luce,

far battere un cuore con nessuna vera ispirazione

e non illuminano l’anima e la mente

come tutti i negletti suoni e luci

che anche per noi continuano a vibrare

dal Cosmo intero e dalle Stelle.

Ennio Romano Forina

Dove Nascono i Narcisi

Se gli umani volessero imparare dai gatti, molte unioni si salverebbero o non si formerebbero affatto.

I gatti stanno bene in compagnia perché sanno star bene con sé stessi.
Rappresentano l’esempio perfetto della socialità, perché anche amando la compagnia, non ne dipendono e non esigono niente pur ravvivandola di gioco, suggerendo interazione e gesti affettivi, ma senza pretenderli e non si offendono se non li ricevono, come invece quasi sempre facciamo noi. Le nostre attitudini viziose sono evidenti sin nella culla: togliete un gioco dagli artigli di un cucciolo di tigre e non reagirà, cercherà di trattenerlo, ma lo lascerà andare, senza protestare, senza risentimento o dispiacere. Fate lo stesso a un cucciolo umano e vi ricatterà per ore, con la sua rabbia e il suo pianto, cosìcchè voi lo assecondiate restituendogli il gioco e offrendone molti altri pur di farvi “perdonare”, e in questo modo avrete distrutto in lui la vera essenza dell’etica, inserendolo sulla strada certa del suo egoismo della sua prepotenza futura.
Ennio Romano Forina

La Ragione delle Cose

Per superficialità e per egoismo, per la ricerca del risultato e non del merito, per opportunismo e per servilismo, per pensiero debole e circoscritto, per conformismo, per ignoranza e per evitare di analizzare la storia, per inanità, per non voler riflettere profondamente, per presunzione e per preconcetti, per affidarsi agli stereotipi e ai miti anziché alle evidenze, per scegliere quello che conviene e non quello che è saggio, per preferire il disprezzo fazioso alla considerazione, per odio e amore viscerali e non per i sentimenti che provengono dall’anima, per non impegnarsi a costruire idee, ma accontentarsi e farsi guidare dalle opinioni, per avere sensibilità canalizzate e parziali, per non avere compassione in senso universale, per prepotenza, per cercare l’impossibile verità assoluta disprezzando e ignorando le parti evidenti di verità, per tutte queste ragioni i popoli hanno da sempre i governi e le realtà esistenziali che meritano.Ennio Romano Forina

A Cosa Servono i Rami degli Alberi /2 Le Colonne della Vita abbattute

Breve saggio di biologia vegetale etica.

Anche quest’anno, al centro del grande abbraccio del colonnato della piazza di S. Pietro, c’erano altre due colonne di forma e materie diverse, ma che avevano almeno due fattori in comune, ambedue strappate a un mondo lontano e ambedue senza vita, ma con la differenza che mentre una di queste colonne la vita non l’ha mai avuta, l’altra invece sì e ne aveva tanta.

Era una vita ricca di sensazioni, che offriva profumi inebrianti nell’aria circostante, arricchiva il suolo e nutriva di prezioso ossigeno l’aria, era un sicuro riparo e forniva cibo a molti altri esseri viventi specialmente nella stagione invernale. Passeri e altri uccelli sostavano fra i rami e alcuni l’avevano sicuramente anche scelta come dimora. Era una vita che contribuiva a purificare l’atmosfera di questo pianeta soffocato dai gas venefici provenienti dalle molteplici attività umane, sostanze che solo gli alberi sanno metabolizzare e trasformare in energia per gli organismi, nella loro immensa intelligenza, che è la ragione per cui questo pianeta è racchiuso in un involucro di preziosa atmosfera che rende possibile l’esistenza di tutto il mondo vivente.

Intelligenza, sì non è un caso che questo pianeta sia avvolto da un azzurro manto che lo protegge dai raggi cosmici senza che gli ingrati bipedi umani, sedicenti “evoluti” si rendano conto nemmeno adesso, di quanta gratitudine debbano all’intelligenza delle piante in generale e agli alberi in particolare, mentre la specie umana ancora oggi, nonostante il progresso tecnologico e scientifico continuano a sacrificare esseri viventi per celebrare le loro tradizioni insulse negli stessi modi barbari in cui i popoli antichi primitivi e incolti celebravano le loro.

E cosa facciamo di intelligente in questo paese? Non solo manteniamo in essere le nostre tradizioni brutali che implicano il sacrificio di un immane numero di esseri viventi, non basta; introduciamo anche le tradizioni truci e crudeli di altre culture in nome di una tolleranza e falsa fratellanza dei popoli, fatte scontare come sempre sugli animali innocenti che le leggi umane rendono quasi ovunque indifendibili.

I massacri tradizionali di altre culture si sovrappongono sempre di più ai nostri e per una distorta interpretazione del rispetto culturale noi le accettiamo tutte. Quindi per non offendere gli orientali, dovremmo lasciare che anche qui cani e gatti siano scuoiati e bolliti vivi? Che gli animali delle fattorie possano essere torturati anche con fiamme ossidriche per arricchire le carni con l’adrenalina generata dal terrore, dalla sofferenza della tortura, che secondo le loro culture farebbe miracoli alla loro vita sessuale o a qualche altra funzione organica?

Costruiremo anche noi arene per consentire lo spettacolo infame delle corride? Siamo nella civile, comune Europa, ci potrebbero chiedere anche questo dopo le misure standard delle cozze e delle zucchine. Ogni tanto qualche pubblico censore del political correct, salta fuori con la geniale osservazione che anche da noi si uccidono gli agnelli, i maiali, le mucche e persino i cavalli e dal suo pulpito ci insegna che non c’è differenza tra un maiale e un gatto, tra un cane e una mucca o una gallina, pensando di aver battuto la nostra compassione con questa emblematica espressione del pensiero corto, e dunque per costoro quale sarebbe la logica conseguenza? Come dire ad un accanito fumatore di non preoccuparsi, poiché si respirano ovunque così tante sostanze inquinanti che tanto vale che lui fumi tutte le sigarette che vuole. Sappiamo che un fumatore rischierebbe molte volte in più un cancro ai polmoni, ma aumentare in una società civile la quantità e la “qualità” dei massacri rituali offerti alle varie divinità e al “dio” universale del profitto, provocherebbe sopratutto il cancro dell’anima che è molto peggio. Dovremmo rendere lecito ucciderli tutti, mangiarli tutti e raddoppiare, triplicare i massacri permettendo i metodi peggiori, solo per essere rispettosi dei vari costumi e tradizioni, come l’imposizione di togliere i simboli di croci della storia di questa penisola che nel bene e nel male comunque è nostra cultura e ci appartiene?

Dunque, anche questa volta un albero in più, nel nome della fratellanza dei popoli e delle religioni è stato sacrificato, nel momento in cui scrivevo questo testo quel magnifico gigante era ancora immerso nella sua silenziosa sofferenza, nella sua agonia occultata dagli addobbi e dalle luci che accecano gli occhi estasiati di bimbi, ai quali si insegna la menzogna o niente, in modo che anch’essi da adulti, non saranno mai in grado di prendere le giuste decisioni, ma agiranno esattamente come i loro genitori e progenitori, ripetendo gli stessi errori della realtà ottusa e fittizia che abbiamo per noi e loro costruito. In più, oltre ai tanti abeti che vengono fatti nascere per essere uccisi, non per produrre gioia ma profitti, per una distorta concezione di felicità e sacralità. L’ “esecuzione” finale anche di questa nobile vita, sigillata nel fuoco che poi consumerà il suo corpo fatto a pezzi, nei vari forni, non è diversa dal rogo di un’altra piazza, in un altro tempo non lontano. Allora non si volevano ammettere le evidenze rilevate da una mente geniale ed evoluta, qui ed oggi si ignora l’evidenza di un essere vivente e senziente, sacrificato nel rogo di una tradizione peraltro aliena.

Le puerili e insulse dichiarazioni provenienti dai media, che giustificano allegramente l’uccisione dell’albero con la semina compensativa di altri alberi, (anch’essi in gran parte da sacrificare) aggiungono al danno e alle ferite le beffe, se anche non si riesce a capire che continuando a volere un albero vero ad ogni natale si causerà l’allevamento forzato di queste vittime predestinate al sacrificio. Noi parliamo di vite, loro parlano di prodotti e di legname “ecologico”, che vuol dire ecologico come se un padre assassino che volesse uccidere i propri figli dicesse: Tanto li ho fatti nascere io”. Non riconoscere il diritto di vivere di quest’albero come essere senziente, significa essere totalmente immersi nel buio della ragione, oltre a quello dell’anima.

Tuttavia, non abbiamo ancora finito di sacrificare animali ai variegati Olimpi e divinità, non ultima quella del profitto, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, assisteremo ad ulteriori sacrifici di questi giganti verdi, in quasi tutte le città del mondo, piccole o grandi che siano. E quest’altro ennesima prepotente rapina di una vita, estirpata da qualche parte delle montagne alpine per finire come tante altre nelle piazze di molte città italiane e persino in quella piazza che non avrebbe bisogno di introdurre una tradizione pagana, che nulla ha a che vedere con il significato profondo del vero Natale cristiano, condannandolo ad una vera e propria via crucis per un essere vivente che viene reciso brutalmente dalle sue radici, iniziando così una lenta agonia in tutte le sue “stazioni” fino a raggiungere il suo Golgota, dove l’agonia avrà fine senza che il sole si oscuri e il monito di una tempesta improvvisa cali sulle festanti folle, per ricordare che anche un abete è un figlio di quel dio in cui si crede e che comunque, vero o presunto che sia, di sicuro non richiederebbe un tale simile sacrificio inutile e perverso.

Un dio è un dio se crea non se distrugge, e perché mai avrebbe dato una tale meravigliosa e generosa vita a un essere per farlo marcire su un patibolo ammantato di mistificata gioia festiva, e ferito, con il suo sangue verde che trasuda dai tagli e dalle offese del trasporto, umiliato e soffocato dai decori luccicanti, diventa solo un triste simulacro morente coperto dai fuochi fatui delle luci che celano l’agonia del suo nobile corpo e di quelli che sono i suoi polmoni: le foglie, che durante tutto il trasporto e la collocazione in situ, hanno cercato disperatamente e invano di dialogare come prima con le radici senza trovare risposta, perse per sempre.

Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza, si continua a trattarle come se questo non importasse nulla, tanto non gridano come gridiamo noi, quando le spezziamo e le menomiamo. Non gridano? Nemmeno noi grideremmo senza corde vocali, soffriremmo dunque meno alle torture per non gridare come fanno gli ipocriti carnefici delle vivisezioni?

E lo stesso genere umano, che pretende da vari pulpiti di voler proteggere la Natura e l’ambiente che ritiene gli appartengano, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra. E persino i nuovi celebrati e ossequiati tribuni della salvezza climatica, usano ancora pervicacemente come grido di battaglia quel grido di morte che è la causa principale del disastro ambientale. “ Vogliamo che i governi salvino il NOSTRO pianeta, per salvare il NOSTRO futuro”. Non hai capito nulla, ragazzina del nord, proprio perché da sempre pensiamo che il pianeta e tutto ciò che in esso vive sia “nostro” che è ridotto così, mentre le cose cambierebbero se avessimo la volontà tutti di porre dei limiti alle nostre ambizioni. I governi sono l’espressione dei popoli, sono il frutto del terreno di coltura e non si cambia il frutto se non si cambia prima il terreno in cui la pianta cresce. Sono prima i popoli che non vogliono imparare dalle proprie scelte nefaste.

L’ipocrisia che nasconde il delitto lo giustifica con l’insulto finale del riutilizzo “ecologico” dei tronchi, vale a dire legna da ardere. Come ci riempie di conforto! Togliamo a un albero vivo il diritto di continuare a vivere, ma va bene, perché ne piantiamo altri 40. È esattamente il ragionamento che giustificava i sacrifici umani e di animali nella storia della civiltà umana, sacrificare la vita di alcuni, per garantirsi la benevolenza e i favori del dio di turno, Cambiato qualcosa? E qual’è il dio attuale così potente e munifico da giustificare uno o più sacrifici?

Io lo so e penso lo sappia anche chi ha avuto interesse a leggere fin qui.

L’albero che per ora si staglia al fianco dell’albero di pietra, è stato sacrificato non alla vera gioia festiva, ma all’altare dell’ignoranza, all’interpretazione arbitraria e distorta del concetto di felicità e sacralità. Non potremmo esistere senza le piante, non saremmo comparsi su questo pianeta se non fosse stato per i plancton vegetali, né mai dalle distese dei mari saremmo approdati sulla terraferma senza di loro. Le studiamo per carpirne i segreti, tutte le meravigliose invenzioni che hanno realizzato da miliardi di anni, le loro funzioni e le innumerevoli sostanze che esse hanno saputo sintetizzare per la loro sussistenza (senza aver frequentato corsi universitari e laboratori), per la loro diffusione e per l’interazione simbiotica con le altre forme di vita animale. Invece ancora adesso pensiamo agli alberi più che altro come delle “cose” mutevoli ma poco più che sassi e rocce che producono semi, – erroneamente perché quelli che chiamiamo semi sono embrioni – e frutti e che lasciano cadere le foglie in autunno come se seguissero processi automatici, che sbrigativamente e superficialmente definiamo “naturali”, dando a questo termine il più grossolano e superficiale significato e ancora oggi come sempre, nonostante le evidenze scientifiche, quando basterebbero anche solo quelle intuitive, se si fosse in grado di pensare, si crede che siano forme di vita inferiori e non pensanti e comunque suddite della vita umana.

Siamo immersi nella più profonda e ottusa ignoranza, senza riuscire minimamente a immaginare che cosa significhi per una pianta vivere e interagire non solo con l’ambiente circostante, ma con il cosmo, noi che ci reputiamo intelligenze superiori, noi che ci esponiamo ai raggi del sole seminudi sulla spiagge estive con i nostri pensieri corti, focalizzati sulle nostre banalità culturali, come far bella figura al ritorno delle vacanze con una bella abbronzatura, ma per il resto, pensiamo che il sole, fonte di luce o calore per noi non fa differenza, basta che dia luce. Noi, non i nostri organismi, che sono il più delle volte più intelligenti del nostro “superiore” cervello “sapiens,” cercano la luce del sole perché sanno decifrarla e impiegarla. Le piante fanno anche di meglio, sono altruiste, non pensano solo a loro, hanno costruito le condizioni perché la vita organica potesse colonizzare mare, terra e cielo. Non riusciamo a immaginare che le piante, oltre a “pensare” in modo del tutto autonomo, sono anche in grado di comunicare e di percepire molte più cose veramente essenziali di noi e di quante noi possiamo immaginare.

Molto, molto tempo prima che noi smettessimo di considerare il sole una divinità, a cui offrire sacrifici tanto sanguinari e crudeli quanto idioti, le piante sapevano già sfruttare la sua energia in zuccheri carburanti per la vita comune, con sistemi biochimici sofisticatissimi, tuttavia non abbiamo ancora finito di sacrificare animali alle improbabili e pervicaci divinità di molte culture umane, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, saremo spettatori dell’ulteriore sacrificio di uno di questi giganti verdi, spezzato, umiliato, soffocato dai decori luccicanti festivi, e condannato come tanti suoi simili più giovani ad una lenta agonia in cui il loro inascoltato gemito di morte si spegnerà fra le luci, le risate e gli abbracci delle festanti famiglie umane o delle loro truculenti cene e pranzi festivi. Queste splendide colonne di vita emanavano la vera gioia quando erano vive, nei luoghi in cui erano nate, fra le pendici montane, con il loro respiro, i loro colori i loro profumi ed poi ricoperte di luci fatue nascondono a malapena la decomposizione mentre sono lasciate ad avvizzire come un triste simulacro di falsa felicità. Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza , la conoscenza scientifica le evidenze di tutto lo scibile di cui disponiamo, della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza continuiamo a considerare le piante come in secoli e millenni di storia umana incolta del passato, e per questo il genere umano è doppiamente colpevole.

Senza contare che perseverare in queste forme culturali di uso indiscriminato delle forme di vita, significa insegnare ai piccoli della specie umana a disprezzarle, invece che ad amarle e non serve poi gridare “Natura, Natura” mentre la si distrugge nelle nostre stesse case, per la nostra proterva ignoranza. E lo stesso genere umano che pretende da vari pulpiti di voler proteggere l’ambiente che pensa di possedere, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra, nemmeno in quei comportamenti abituali, nella mania di tagliare i loro rami non appena siano sviluppati, privandole dei loro polmoni, e in tutti quei gesti apparentemente innocui, ma offensivi che ogni umano piccolo o grande, rivolge verso le piante in genere, come strappare i rami solo per noia e per impulso, rivelando di non aver assimilato affatto la cognizione che una pianta è un animale e che se produce rami e foglie non lo fa per il sollazzo dei bimbi ma per vivere la sua vita, e se non insegniamo nostri infanti di avere rispetto del ramoscello, dell’arbusto o del piccolo albero, non saremo mai capaci di fermare la distruzione delle foreste.

La gioia che esige il prezzo di una vita – quale essa sia – non potrà mai essere una vera gioia. Se si trovasse un arbusto su Marte o sulla Luna grideremmo al miracolo e lo chiameremmo “vita” e faremmo di tutto per proteggerlo, ma qui, sulla terra lo chiamiamo “cosa”, questo vuol dire anche che imparare e ritenere cognizioni senza capire il loro significato sostanziale equivale a non sapere nulla.

Ma gli eventi passano e passa anche l’illusione della gioia festiva, dei fuochi artificiali, degli addobbi e dei decori e quando tutte le luci della festa si spegneranno, più tardi e altrove, si accenderanno le luci dei piccoli roghi dei pezzi del gigante verde e dei tanti piccoli roghi di tanti altri piccoli di giganti verdi che avranno subito la stessa sorte in milioni di case, ovunque nel mondo, in un atroce farsa di sangue verde. Essere nati o fatti nascere solo per essere torturati e agonizzanti in due settimane di falsa allegria. Come si può pensare, se si ha la capacità di intendere, che un albero mutilato dalle radici, possa portare la vera gioia che manca negli spiriti nelle case umane abitate da esseri che non sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che non ha vita propria, potrebbe significare che i veri morti sono tutti coloro che, pur essendo consapevoli, continuano pervicacemente a celebrare una festa della vita che nasce intorno ad una vita che muore mentre ancora anela quella luce solare e quell’acqua piovana che aveva conosciuto nascendo e che gli aveva dato l’illusione del luminoso futuro che gli spettava di diritto. Natale significherebbe Nascita, non morte. Abbiamo pianto per gli incendi che hanno devastato grandi aree di ecosistemi, vale a dire vita vegetale e animale, abbiamo pianto per le tempeste e le trombe d’aria che hanno abbattuto alberi e causato devastazioni, piangiamo o fingiamo di piangere per le foreste tropicali che vengono metodicamente distrutte e piangiamo per i cambiamenti climatici, che sono sicuramente favoriti dall’ingombrante presenza della specie umana su questo pianeta, ma non piangiamo mai per il continuo martirio e massacro di alberi sacrificati alla celebrazione di tradizioni che andrebbero meglio decifrate e vissute per la loro sostanza più che per la forma. La mancanza di sensibilità impedisce la percezione corretta della realtà e induce a commettere errori ed infamie di cui non vogliamo renderci conto da sempre…ma una volta acquisita la consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni perché non agiamo in modo conforme, evitando scelte consapevoli del dolore e del danno che con esse causiamo ad altri esseri viventi? E di queste scelte, siamo “tutti” in un modo o nell’altro, stati o continuiamo ad essere, consapevolmente colpevoli. Fosse anche solo per convenienza, poiché abbiamo bisogno degli alberi letteralmente come dell’aria che respiriamo, invece abbattiamo giganti generosi di vita per trascinarli agonizzanti nella gogna delle piazze delle città tra la folla festante volutamente indifferente alla loro triste sorte e ingiusta fine. Quale senso di gioia può trasmettere una vita che si spegne lentamente tra gli edifici e il traffico o nei saloni delle nostre case? È solo il modo distorto e confuso in cui ci ostiniamo a respingere le evidenze, che ci porta non solo a perpetuare ma ad esaltare i nostri comportamenti più superficiali e deleteri se non perversi. Le piazze cittadine esprimerebbero più felicità con dei semplici addobbi di luci, utilizzando le nostre capacità di simulare artificialmente i simboli di vita, con dei semplici surrogati senza sacrifici crudeli e inutili…che sia rosso e si chiami sangue, o verde e si chiami linfa, il fluido che scorre vuol dire morte…gli aghi degli abeti morenti che cadono sono i rantoli della lunga agonia che sono condannati a subire nelle case umane.

Come ho detto altrove, la vita si difende e si rispetta partendo dalle sue forme più minute e apparentemente insignificanti. Se si vuole salvare la foresta, si deve rispettare il singolo albero e la singola pianta, poiché la vita vegetale sa meglio di noi distribuirsi e interagire con il resto dell’ambiente e non ha certo bisogno del nostro spesso improvvido e incompetente intervento, che di solito arreca più danni e condizioni di pericolo futuro che vantaggi, come fanno molte potature spesso sbagliate, adempio quelle di pini ad ombrello la cui chioma viene continuamente privata dei rami partendo dal basso in modo che l’albero capisce che deve sollevarla per evitare che il “predatore ” di rami mangi tutta la sua chioma e cresce in altezza come le sequoie dello Yellowstone che divennero gigantesche per fuggire alle fauci dei dinosauri che in quelle zone abbondavano. Ma crescendo in altezza il baricentri si sposta in alto rendendo l’albero più esposto ai colpi di vento e ovviamente più instabile anche essendo privato dei rami bassi come bilanciere simile a quelli usati dai trapezisti per mantenere l’equilibrio e infine, le radici sono proporzionali alla chioma perché interagiscono con la chioma pompano tanta acqua quanta ne serve alla chioma e devono fare uno sforzo maggiore per raggiungerla essendo elevata e più lontana, ma non è finita qui, nelle aree cittadine dove il terreno su cui questi alberi (pochi) ancora si trovano, è sempre ricoperto di asfalto o lastricati che impedisce alle radici di respirare e al terreno di arricchirsi delle sostanze rilasciate dalle foglie che cadono, quindi si sollevano per rompere la soffocante coltre di asfalto. Per tutta queste condizioni, “colpevolmente” causate dall’intervento umano; che sorpresa! Spesso i pini cadono in testa alle persone, con o senza la minima folata di vento e distruggono anche i nostri preziosi veicoli.

Quell’albero che è stato ammirato nel Natale appena passato, avrebbe invece dovuto restare fra i pendii di un monte o tra i suoi fratelli dei boschi, a dipingere le pianure di verde, a profumare l’aria delle valli, a offrirsi come dimora per gli uccelli o almeno in un parco cittadino, per attenuare lo squallore delle prigioni di cemento che chiamiamo case. Questo non doveva essere il suo destino, non era nato per questo, né per essere torturato dalla gloria degli orpelli luminescenti festivi che dispensano felicità illusoria come una droga ottica, da aggiungere alla droga delle abbuffate fatte per soddisfare orgasmi organolettici e non per nutrirsi. Tutte cose che non hanno vita, come quella vita che è, era nelle sue foglie e se fosse rimasto nella terra e nell’aria sarebbe stata vita donata a noi anche e che invece lentamente si spegne nello scempio di un bidone della spazzatura in cui non solo il suo corpo si disgrega, ma anche la nostra etica, la nostra coscienza, la sensibilità e finanche la nostra migliore ragione.

In natura, quest’albero sarebbe stato un gigante di sensazioni vitali, mentre nelle nostre case è solo un attaccapanni delle nostre più artefatte illusioni, ma preferiamo godere della loro morte che della loro vita, di quella piena vita che possono offrire per il solo fatto di esistere. Tale è l’insana sostanza della nostra mente e le limitate pulsazioni dei nostri cuori. Se la sacralità delle tradizioni pretende il sacrificio di esseri viventi non può esservi vera gioia né vero amore in esse, solo l’oblio del Giusto e della Compassione. Gli alberi che dovrebbero celebrare tradizioni di altre latitudini ci offrono solo lo spettacolo della loro agonia nelle case e nelle piazze e cosa c’è di più paradossale e folle che celebrare la gioia e il calore della vita uccidendo la vita stessa?

Ed è per questo che il cambiamento climatico è ormai inarrestabile, al pari della nostra inamovibile volontà di non cambiare la nostra mente.

Ennio Romano Forina Dicembre 2018 – Maggio 2020

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Un albero ucciso è morto. Cronaca del Natale 2017

Questa appendice è rivolta ai media, anche quelli internazionali e a buona parte del popolo di Roma che, si è divertito a dileggiare la morte di un albero con un sarcasmo tanto idiota quanto abbietto, da terza elementare. Usando l’appellativo di “Spelacchio” essi non hanno solo insultato la sofferenza e la fine ingiusta di un essere vivente, ma anche l’intelligenza e la sensibilità di chi invece sa vedere la morte, non solo quella dell’albero, ma anche la morte della intelligenza sensibile e del pensiero profondo.

Un essere vivente, un abete, muore anzitempo e ci si preoccupa sopratutto della brutta figura, della sua apparenza, mentre dai loculi pubblici dei “social”, spuntano come funghi tutte gli zombi insensibili, senza compassione né anima, facendo a gara per ricoprire con lazzi e sarcasmi vomitevoli e impietosi quella vita nell’ultima fase della sua agonia. Fingendo di scandalizzarsi, anche o solo per lo spreco di denaro impiegato per avere e per trasportare un cadavere “in fieri” e peggio ancora, ci si preoccupa che la sua agonia non sia durata abbastanza a lungo per far gioire il popolo vorace di “feste”.

Questo è il progresso etico, la consapevolezza del valore della vita esistente? Ripianteranno 10, 100, 10.000 alberi? E che differenza fa? Dove sono i princìpi dei cambiamenti, i segni di evoluzione della mente e dei comportamenti? Quest’albero era stato ucciso comunque. Popolo stolto, che irridi la morte altrui, se non sai sentire la morte degli altri, sei tu che non sei affatto vivo! – Era sacrificato per niente in ogni caso, anche se fosse riuscito a dare una illusione di vitalità mentre si decomponeva lentamente. Allora dobbiamo invidiare tutti gli altri cadaveri decorati sparsi nelle piazze e nelle case del mondo perché hanno solo impiegato più tempo a decomporsi? Questa per me non è festa, ma una dolorosa constatazione che niente è cambiato e niente cambierà finché la mente umana resterà sempre ottusa a raccontarsi le stesse vere storie di orrore travestite da false favole.

Possibile che questo stupido mondo umano, non sappia che la gioia e la morte non possono coesistere?

Alberi di Natale e bestie da macello; è la stessa cosa, il fatto è che non esistono bestie e alberi da macello. Esistono animali e alberi e VERITA’ da noi bestialmente macellati.

Ennio Romano Forina 2017/2020

Lettera Aperta Sulla Questione Animali

Il mondo degli umani non si divide in buoni e cattivi come spesso si pensa ma in individui che sono capaci di sentire e altri che non hanno questa facoltà. Facoltà che del resto, come per tutte le virtù, si può coltivare e far crescere o inibire.

Ma a volte, sono le paure e le angosce nascoste nel profondo di noi stessi che impediscono le giuste riflessioni e rendono sopportabili le azioni più orribili così come accettabili le categorie culturali artefatte e insulse.

Non c’e un popolo di questo pianeta che in qualche segmento di tempo della propria storia non abbia commesso crimini orribili dei quali nemmeno si vergogna, crimini verso altri popoli e all’interno della sua stessa società, ma tutti i popoli hanno da sempre compiuto e commettono continuativamente, crimini inenarrabili verso il mondo animale.

Conan Doyle fa dire al suo magnifico personaggio Holmes: “Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno mai, in nessuna occasione, osserva”, ma ancora di più, non c’è animale vivente che possa o voglia deformare e nascondere queste evidenze più dell’animale umano.

Sì, perché la specie umana è una specie animale, nonostante i vari tentativi di tutte le religioni e in tutti i contesti sociali, (anche quelli relativisti e laici) di collocarla in qualche improbabile olimpo abitato da semidei. Una specie eletta, concetto tristemente affine a quello della razza superiore, sola ad avere un destino principe, sola ad essere fornita di una prerogativa e di una garanzia speciale di sopravvivenza oltre il mondo visibile.

Da sempre gli “illuminati” cultori della scienza hanno provato a comprendere e decifrare i segreti degli organismi viventi osservandone l’aspetto, giudicandoli secondo parametri antropomorfici e partendo dal presupposto che essi sono comunque attori per istinto ma incapaci di pensare razionalmente e sentire emozionalmente. Questi presupposti sono ancora operanti in larga misura nel mondo scientifico ufficiale tanto quanto nelle coscienza diffusa di istituzioni e popolo e nella didattica dei media. Quanto più poi un animale si comporta in modo servile e vagamente simile a quello umano, tanto più viene gratificato con qualche blando attestato di intelligenza ma ancora oggi stereotipi e parallelismi falsi sono radicati nelle pigre coscienze collettive rivelando che ben poco progresso sia stato fatto nella comprensione della vita sulla terra. Il proto-medico romano Galeno praticava disinvoltamente la vivisezione degli animali per capire i meccanismi vitali e le funzioni dei vari organi senza porsi problemi di etica, e nei secoli a seguire, l’umanità ha continuato a giocherellare con gli esseri viventi senza considerazione e senza pietà, dimostrando di non possedere affatto la capacità tanto vantata di una superiore etica, o dimostrando ancora più tristemente di inibirla per convenienza.

Se le culture religiose fondatrici delle attuali congregazioni “spirituali” hanno fatto nulla o poco per la conoscenza e l’evoluzione del rapporto con le altre creature viventi (ignorando totalmente il fatto che, riferendosi a un unico creatore di tutti i mondi visibili e invisibili va da sé che quelli che noi chiamiamo animali in senso dispregiativo sono esseri generati e altrettanto preziosi, dallo nostro stesso Creatore), anche la scienza laica ha dimostrato largamente la stessa ottusa miopia riservando alla specie umana un primato abusivo e lasciando che la morale comune così plagiata facesse scempio e strage di tutto il resto senza alcuna riflessione.

L’ “Agnello” sulla croce, nell’ultimo sospiro di vita terrena, invocava il Creatore-Padre supplicando il perdono per i suoi assassini che non sapevano quello che stavano facendo, ma in realtà essi erano perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo come noi lo siamo di quello che accade negli allevamenti e nei mattatoi di tutto il mondo.

I tempi in cui la nebulosa ragione umana costruiva miti a sostegno delle proprie ambizioni predatorie e dominatrici non sono ancora finiti. Così la religione prima e la scienza poi, creano categorie mentali per sostenere la validità dell’uccisione e della tortura senza limiti per gli animali.

È cambiato qualcosa forse? In piccola parte, umani particolarmente dotati di una sensibile intelligenza e grazie anche alla diffusione globale della conoscenza della biosfera, si impegnano generosamente nella difesa dei diritti e della vita degli altri esseri viventi, ma la realtà tecnologica che muove e controlla la produzione d”energia” alimentare su questo pianeta ha generato una nuova deforme morale, una artefatta koinè etica alla quale tutte le culture si attengono comodamente, nonostante le differenze.

Altri, molti altri, nel passato e ancora di più nel presente, continuano tranquillamente a rapinare gli animali delle loro vite, nel modo brutale di sempre ma con molti più pretesti, facendoli protagonisti e oggetti dei loro giochi “sportivi” di morte, come dei loro conflitti. Ancora una ricerca scientifica obsoleta e fallace, che sperimenta su loro ogni tipo di sostanza tossica, li sottopone a torture di ogni genere e intensità, alle radiazioni più nocive, alla dissezione in vivo dei loro cervelli, tutto nella asettica realtà delle sale dei numerosi laboratori della vivisezione sparsi nel mondo che agiscono principalmente in nome del profitto, con ben poco controllo, (nonostante vi siano nuovi, più affidabili e promettenti metodi di ricerca grazie al progresso dell’informatica e della microbiologia molecolare), spesso ripetendo esperimenti già eseguiti all’infinito per pura didattica o peggio e i cui dati sono stati già elaborati e acquisiti, su organismi comunque molto diversi dai nostri.

Quale ipocrisia, sostenere la validità di questi arcaici e barbarici strumenti di conoscenza e allo stesso tempo promuovere qualche blando atteggiamento compassionevole verso alcune di queste vittime. Come se nei lager nazisti ci fossero stati degli incaricati per dare carezze e far giocare i bambini prima di asfissiarli nelle camere a gas. Negli allevamenti-lager di tutto il mondo si “lavorano” e vengono ammazzati maiali e polli a decine di migliaia, ogni giorno. Che tipo di cure e dolce morte si può pensare che questi esseri viventi possano ricevere da una industria della carne così feroce e ingorda? Quando si uccidono degli esseri viventi si è comunque assassini e lo siamo tutti in qualche misura, direttamente o indirettamente, solo che alcuni lo sono occasionalmente, per necessità o debolezza di intento o reale ignoranza, mentre altri sono volutamente e perversamente dei “serial killers”, spesso per motivi futili e mai, come in questo tempo, la parte più consistente della società umana è composta da questi ultimi.

Si dice spesso che questo è quanto accade in Natura e dunque non facciamo altro che seguire le regole naturali. È vero solo in parte e inoltre, non abbiamo noi sedicente specie evoluta, superato le “bestie” e stabilito comportamenti e principi esistenziali di più alto livello? L’amore altruista, la compassione e la pietà non sono forse prerogative della specie umana?  La Natura non stabilisce regole e non codifica leggi, altrimenti sarebbe una immensa, monotona noia viverci dentro ma fornisce molte e diverse risposte e soluzioni al problema della sopravvivenza degli organismi e se è vero che noi siamo così evoluti e intelligenti e così eticamente superiori dovremmo saper scegliere fra i vari, incruenti metodi che dalla Natura sono già realizzati e utilizzati come i vari tipi di simbiosi.

La specie umana non ha inventato lo scambio di merci, largamente praticato nelle relazioni animali, vegetali, soprattutto. Perché noi dovremmo comportarci da predatori quando i nostri corpi rivelano inequivocabilmente una vocazione diversa?  Perché eravamo da sempre dei raccoglitori di cibo abbiamo sviluppato in modo eccellente la tecnologia delle mani e questo ha anche favorito la costruzione di linguaggi più articolati e complessi e di primitivi sistemi di calcolo. Altri organismi si sono specializzati in modi  che consentono loro di essere quello che sono e di sopravvivere in virtù di quello che i loro strumenti possono procurargli.  Così essi hanno zanne e artigli, anziché denti e unghie, corrono veloci, volano o nuotano in miriadi di forme  e funzioni. La nostra struttura morfologica e organica non è quella di un predatore carnivoro, il nostro intestino è troppo lungo e le carni ingerite impiegano molto tempo tra le sue pieghe tortuose rilasciando pericolose sostanze al suo interno, l’apparato digerente fatica a digerire e metabolizzare la carne e deve subire l’azione deleteria e prolungata dei grassi insaturi e anche delle pericolose sostanze additive. Ogni serio nutrizionista avverte spesso dei rischi legati al consumo eccessivo di carne invitando a una complementazione alimentare costituita da dosi abbondanti verdure, frutta e semi.

La nostra dentatura è inadatta a lacerare la carne salvo un lieve sviluppo di canini, generato dall’ultima glaciazione che costrinse gli umani a cibarsi di animali morti o uccisi per mancanza di vegetali e a conciare le pelli con i denti per difendersi dal freddo, trasmettendo così ai discendenti le caratteristiche genetiche dei denti canini. Le nostre mani non sono adatte ad afferrare le prede vive, corriamo troppo lentamente anche per una semplice lucertola. Le nostre zanne e i nostri artigli ausiliari sono costituiti da sassi, frecce, coltelli e forchette e senza il fuoco per cucinare, sarebbe davvero difficile continuare ad essere carnivori.

Ma l’aspetto più sconcertante dell’attuale società umana è nel suo mai dismesso antropo-centrismo, che altro non è che l’estensione del pensiero tolemaico della Terra al centro dell’universo.

L’umanità attuale non può negare che la Terra sia un suddito del Sole come gli altri colleghi del sistema planetario e non viceversa, ma non ha mai smesso di riservare a se stessa la posizione centrale di dominio e predilezione rispetto alle altre forme viventi.

Pensatori molto antichi come Pitagora, Leonardo da Vinci e altri ancora, sembra avessero capito l’evidenza delle diverse forme di intelligenze naturali. Siamo ancora principalmente figli di un illuminismo miope, tecno-verso e relativista che rappresenta il più potente motore di questa immensa macchina tecnologica e finanziaria che domina il mondo regolandolo a sua discrezione ed è attiguo e conforme allo spiritualismo miope e antropocentrico di molte religioni.

È molto comodo e remunerativo continuare ad attenersi all’assioma dell’uomo “sacro” e dell’animale come risorsa per volere di Dio o dello Stato. Non si inventavano ragioni simili per giustificare l’utilizzo di schiavi nelle colonie es. nei latifondi americani? Almeno i popoli antichi come i romani,  non inventavano false motivazioni, chi perdeva la guerra diventava schiavo come regola del gioco, ma non si metteva in dubbio la loro identità, anzi, spesso  gli asserviti di altri paesi erano molto più colti e progrediti dei loro vincitori e diventavano tutori, insegnanti e consiglieri dei loro”padroni” mentre la società schiavista dell’era moderna falsificava le evidenze affermando che i negri erano subumani e dovevano sottostare alla schiavitù e alla ghettizzazione. Esattamente come noi ora pensiamo e agiamo nei confronti degli altri animali, e non ha valore, se ho sentito bene, il definire gli animali, quelli più simpatici, come risorsa affettiva e altri come risorsa alimentare, gli animali non sono una risorsa degli umani, sono esseri viventi generati da una natura che non prevede l’istituzione di classi sociali.  Comunque, senza un profondo e sincero rapporto affettivo, il contatto con gli animali non porta alcun vantaggio, e chi ha davvero la capacità di essere “toccato” dall’intelligenza e dalla sensibilità e dal ricambio di adamantina, sincera affettività che sopratutto loro sono in grado di dare, non può ignorare l’intelligenza e la sensibilità anche di tutti gli altri.

Quelli che giocano alla guerra e si sentono eroi spappolando uccellini con potentissime armi da fuoco, non capiscono che ad ogni colpo e animale fatto a pezzi, anche la loro possibilità di elevarsi a livelli superiori si perde in frammenti del nulla, e poiché non esiste pena più grande, dolorosa e insanabile del rimorso, nel caso in cui un giorno essi acquisissero coscienza degli inutili dolorosi massacri si renderebbero conto di essere gli unici fattori del loro personale inferno.

Dire che gli animali sono esseri viventi ma che in fondo non amano e non soffrono come noi rivela menti dal pensiero circoscritto, abilitate a valutare e gestire banalità e sentimenti rudimentali.  Così come le grandi religioni hanno assimilato senza obiezioni le usanze barbare e ottuse dei tempi precedenti continuando a scannare agnelli e cuccioli per tradizione e per far festa, anche adesso, che siamo così progrediti, il tessuto e le corporazioni scientifiche e commerciali depredano la vita oggettivizzandola e trasformandola in semplici “prodotti” così che consumatori superficiali e apparentemente inconsapevoli possono utilizzare come cibo i corpi  fatti a pezzi degli animali chiamandoli con altri nomi. Se non si deve seguire il processo intero del “prodotto” finale messo in vendita è più facile metabolizzarlo in modo diverso prima ancora di averlo masticato e digerito. Questo implica il fatto che la realtà degli ignobili allevamenti e delle brutali esecuzioni degli animali resti totalmente occulta e ignorata. La scusa è che la necessità di sfamare i popoli sia prioritaria ma su questa ragione si sovrappone la tanto ricercata gratificazione del senso del gusto che ha un alto valore di mercato e giustifica tutti gli eccessi e gli sprechi di cibo, la conseguenza è che in nome di ciò che è necessario si avvia una industria globale che supera enormemente il fabbisogno “necessario” e agisce solo in nome del profitto ad ogni costo, determinando un aumento esponenziale della attività predatoria sulle specie viventi e la realtà tragica degli allevamenti e mattatoi.

Per di più non penso che lo stato delle cose possa cambiare nel prossimo futuro né in quello più lontano per una nostra acquisizione di coscienza o senso di giustizia. Gli obiettivi e gli sforzi pur nobili delle migliori associazioni animaliste e delle leggi a tutela degli stati meno barbari è ben poca cosa rispetto alla dimensione del massacro che si attua ogni giorno, ogni secondo, sulle creature viventi.

Chi legge queste righe non le assimili alle categorie facilmente degli  “animalisti”,  perché chi coltiva la sensibilità cercando al tempo stesso la ragione delle cose, non appartiene a nessuna categoria. I falsi filosofi e i falsi scienziati si inseriscono nei recinti comodi delle aggregazioni e delle corporazioni, orientano le loro valutazioni secondo la parte politica nella quale si sono inseriti, diventano seguaci di correnti di pensiero che ignorano ciò che è al di fuori dei loro interessi. Ma agli animalisti sinceri, rivolgo un messaggio, l’informazione e la visione degli orrori commessi sugli animali è doverosa e indispensabile, ma purtroppo non serve a nulla. Salvare il panda o le balene dall’estinzione quando si continua allegramente a scannare agnelli e maialini per tradizione, è un abbozzo di generosa virtù ma non risolve il problema primario dell’olocausto animale.

E l’umanità, proprio perché dotata di una maggiore capacità di auto-riflessione soggettiva, avrebbe potuto capire da sempre che la predazione e l’uccisione di altri esseri viventi per la propria sopravvivenza è solo uno dei possibili metodi di sopravvivenza, mentre ce ne sono altri, efficientissimi e incruenti, evidenti e sostenibili. Invece la specie cosiddetta superiore ha scelto sopratutto di praticare quello più barbaro e primitivo contraddicendo se stessa e le proprie aspirazioni. Si tortura e uccide per sport, per vanità, per divertimento, per occupazione di aree, si uccide per disprezzo e per disgusto o per fastidio, si distruggono gratuitamente ecosistemi e territori abitati da altri, si uccide per andare più veloci.

  1. Il cibo, si dirà è necessario e il mondo è pieno di popolazioni affamate e anche nelle città e nelle campagne delle zone più ricche esiste la fame; questo è un altro problema del quale conosco tutte le risposte che allungherebbero di molto questa esposizione di fatti, ma anche ammettendo di non poter fare a meno per ragioni umanitarie di disporre degli animali in questi modi, allora non possiamo vantarci di essere quello che non siamo, attribuendo a noi stessi una sacralità non confermata dai fatti.

Nessuno può contestare che noi siamo immensamente più feroci e spietati di qualsiasi altro animale in natura, se solo volessimo instaurare condizioni diverse da quelle in atto nella generale lotta per la sopravvivenza, allora potremmo con orgoglio tirarci fuori dal crudele contesto naturale. Che lo si faccia in minima parte e solo per via di pochi soggetti non è sufficiente a collocarci, come specie, a livelli così elevati.

Per quanto mi riguarda, non penso che la mia vita nell’universo sia più importante di quella di un lombrico, anche se la difenderei a scapito del lombrico o di altri più feroci animali per il solo istinto di conservazione, ma mi dispiacerebbe comunque di dovermi tristemente attenere al terribile teorema “mors tua vita mea”.

Il predominio degli uomini durerà forse molto a lungo imponendo agli altri esseri viventi di continuare a nascere e morire nell’inferno che hanno costruito per loro, per questo, a differenza degli altri sinceri, appassionati relatori e difensori dei diritti degli altri esseri viventi, piuttosto che invocare la salvezza dall’estinzione perpetrando le loro sofferenze e questo ingiusto olocausto, io spero che gli animali scompaiano tutti, lasciando noi, vincitori e dominatori del nostro alla e persi in questo mondo,  nella squallida solitudine delle nostre anime deserte a tal punto che la nostra ultima destinazione potrebbe non essere il paradiso degli eletti che che da sempre  pensiamo di meritare, ma la follia.

Ennio Romano Forina

Lo Sguardo dell’Anima

Vi sono due modi di guardare le cose. Con lo sguardo della mente e con quello dell’anima. La vera differenza che esiste tra noi e il resto del mondo vivente è che gli animali tutti, compreso gli animali che noi spesso chiamiamo con spregio “vegetali”, osservano e interagiscono nella vita per mezzo dello sguardo dell’anima, mentre il genere umano privilegia da sempre quello della mente.
L’anima guarda e considera le cose secondo ciò che è bene nel grande scenario della Vita, la mente al contrario, vede solo quello che conviene nel particolare, per questo l’anima è per sua natura altruista e aperta alla conoscenza e impara e può crescere, mentre la mente è sempre egoista e preclude qualsiasi conoscenza che non serva a soddisfare i suoi bisogni individuali o di aggregazione, e i suoi egoismi e si ripiega su sé stessa, ripetendo quasi sempre gli stessi errori perché è troppo concentrata su quello che è utile e non su quello che è giusto e sano. La buona o la cattiva natura del genere umano e di ogni singolo individuo alla fine, dipende dalla scelta di affidarsi allo sguardo dell’anima o al contrario, a quello della mente. La guida della mente serve come è sempre servita per la sopravvivenza il benessere e per il progresso scientifico, ma se lo sguardo della mente prevale su quello dell’anima, la natura umana sarà senza difese da opporre alle infezioni delle forze egoistiche, ottuse e distruttive,      

Ennio Romano Forina

Vegan Poem / Parte II

Chi avrebbe detto che anche per noi

un giorno il sole potesse spegnere i suoi raggi?

E che un invisibile nemico si nascondesse ovunque

per colpirci come noi da sempre

colpiamo gli animali?

Abbiamo sporcato questo mondo

di asfalto, plastica, cemento e sangue,

un gioiello splendente verde e azzurro

ora è solo grigio e rosso, rosso di sangue

un immenso macello,

devastazioni e sconfinate foreste annichilite

e usiamo nomi falsi per nascondere le cose,

siamo sarcofagi viventi, cuori pietrificati, anime vuote

divoratori di corpi morti

appena prima della putrescenza

che le confezioni, i veli di plastica

e allettanti etichette di vivaci colori

rendono accetti, come tutte,

della mente umana le illusioni.

Zampe e cosce di corpi appesi

e animali squartati e fatti a pezzi,

che nei supermercati sembrano allettanti

ma se visti schiacciati sull’asfalto,

con le viscere schizzate dagli addomi

e le mirabili gemme luminose degli occhi

spente e vitree come giada infranta

farebbero nient’altro che ribrezzo,

perché la mente umana guarda,

senza voler vedere quello che è vero

ma solo quello che conviene.

Né la mistificata morte violenta

dell’animale fatto a pezzi nelle confezioni

e sulle tavole imbandite fa ribrezzo,

mentre nel corpo dell’animale ucciso in strada

la morte non si può evitare nella sua brutale essenza,

poiché la mente umana sa che la morte altrui

vuol dire anche la nostra

lo stesso può accadere a noi

e infatti accade spesso,

ma nella morte esposta degli animali uccisi

c’è una scaltra e perversa mistificazione,

diventa cibo, tutta un’altra cosa,

questa è la sola differenza per noi

anche se la morte è sempre morte

e la vita è sempre vita,

non esiste una morte minore di un’altra,

meno brutale, meno crudele e più giusta.

Ma la mente umana ha le vie di conoscenza

occluse da egoismi antichi e senza fine.

Avremmo potuto, dovuto esser diversi,

ne avevamo il potere e la ragione

ma abbiamo fallito nello scopo

di raggiungere una vera evoluzione.

E ora siamo in pochi, con le nostre parole

e le nostre urla aspre di dolore

contro questa realtà orrenda

e noi che amiamo la vita universale

siamo incolpati di essere violenti

proprio da quelli che violentano la vita,

giudicati per le invettive e gli insulti

che non saranno mai duri come l’insulto del loro piombo,

delle loro lame affilate

delle vili frecce vili e delle trappole malefiche

che schiantano ossa e zampe

di animali che già a fatica sopravvivono

nelle poche riserve assediate dalle strade,

dagli incendi e dai veleni,

senza più acqua, senza più rifugi,

trappole orrende nel pensiero e nella mente

che le ha costruite e li imprigionano

fra le ganasce immonde presi nel dolore atroce

senza poter sfuggire, restando increduli da tanta cattiveria

noi che ogni giorno ci crediamo superiori

per aver tolto il fango dalle nostre tane di cemento,

ma il fango sporca solo il corpo e si può lavare via

il sangue invece sporca l’anima per sempre.

Vadano a caccia di immagini di vita con filmati e foto

e noi cambieremo i nostri insulti in lodi.

Si chiama “caccia” per i cacciatori

ma cacciare evoca avventura, sembra quasi bello

loro credono in questo, che lo sia davvero

mentre sono solo predoni,

Come zombi, insensibili questi eroi del nulla,

che si rivestono di gloria e di avventura,

mimetizzati, per celare da sicari un assassinio

colpendo alle spalle o in un agguato,

come se andassero ad affrontar nemici

muniti delle stesse armi in un duello vero.

Nemmeno la vergogna della lotta impari li ferma,

la gloria dei duelli antichi nella loro idiozia,

almeno prevedeva armi leali e pari

questa invece è vile gloria, gloria del nulla

e se ne vantano persino senza pudore di esibir trofei

strappati con l’inganno e la prepotenza,

come se avere un’arma in mano

fosse davvero il segno del coraggio,

il coraggio viene solo dall’arma di un cuore

che ama e non uccide, quello è coraggio vero,

non la canna e il grilletto di un fucile.

E si appostano, nascosti nei cespugli e plagiano

altri animali ingenui come i cani,

sfruttando biecamente la loro innocenza

no, non sono cacciatori è una menzogna

non sono altro che predoni, uccisori,

macellai, è una mestiere non un insulto, vero?

é quel che fanno, dunque è questo il nome vero,

non si dovrebbe chiamare caccia, ma uccisione,

Il fucile e le pallottole sono entrate nella loro mente

sono le zanne predatrici di prede che non servono

ma essi non sono nemmeno predatori,

i predatori veri inseguono la preda per vivere un sol giorno

gli uccisori per passare il tempo e sfogare le loro frustrazioni

questa è la differenza, se anche fossimo noi costretti

dalla forma dei corpi ad esser predatori,

ma non lo siamo e chiunque afferma il contrario

sa senza pudore di mentire.

E le pellicce, di cui tante donne vanno fiere,

proprio loro, vittime da sempre di prepotenze infami

che subiscono la brutalità della predazione dell’uomo

e della prepotenza in mille modi perversi

posano, sorridenti coperte di cadaveri fatti a pezzi

a cui è stato con gli artifici della mistificazione

tolto l’olezzo della morte,

girano in involucri di pelli, senza i corpi degli animali

per coprire altri corpi senza anime.

E sorridono, con quel sorriso sinistro, senza gioia che disgusta,

come il volto e lo sguardo freddo e senza compassione

che ho notato di una star del cinema,

e mi chiedevo perché i suoi occhi erano vitrei e morti

perché conosco lo sguardo freddo di chi muore,

il suo era lo stesso, poi sento che dichiara con vantato orgoglio

di sgozzare agnelli nella sua fattoria con le sue mani

e ho ottenuto insieme la risposta chiara

e la conferma ancora un’altra volta

che dallo sguardo si rivela un’anima se c’è,

solo in quel caso.

Vile, è un insulto? Gli uccisori, i predoni si offendono?

Come possiamo dire allora: duello impari?

Ma se non è nemmeno un duello,

quelli che vengono massacrati per divertimento

sono anime e vite che vivono tranquille,

uccise in agguati e a tradimento,

perché sanno esser felici di essere, fanno famiglie,

si uniscono senza mai tradirsi,

costruiscono il nido o trovano una tana,

fanno le loro prole e ne hanno cura,

come fa qualsiasi altra madre,

ma gli uccisori spezzano l’incanto,

che non sanno provare nelle loro spente e aride famiglie

altrimenti non avrebbero bisogno

di andare a distruggere le vite e le famiglie altrui,

per sentirsi eroi sazi di sangue e della loro gioia.

Sono i Caini, che non sopportano

di Abele la gioia di vivere nel sole e produrre nuova vita

e persino offendono quella libertà di vivere,

per libertà intendono solo la loro,

la libertà di vivere degli altri non importa

e chiamano libertà accettare d’essere uccisi dalla prepotenza,

quello vuol dire esser liberi?

Ma se loro sono liberi e gli altri sono schiavi

chi decide chi debba esser libero e chi schiavo?

Una guerra di secessione umana?

La storia umana è costellata di stragi

decise dai più forti che dicevano sempre

di avere un dio dalla loro parte

e che i deboli e gli sconfitti erano fatti in fondo

per questo, il loro destino era di esser schiavi dei più forti

e dicono di essere per la pace e di amare la natura

che è fatta di vita e l’amano uccidendola

come l’amante che non sa amare uccide

perché in lui o lei non c’è ombra di amore

ma solo invidia dell’amore altrui.

E saremmo noi i violenti?

Io la chiamo prepotenza bruta mi dispiace,

il linguaggio lo so usar bene da sempre

il significato preciso delle parole è micidiale,

perché non ammette scuse e distorsioni

chi usa la violenza, diceva un grande illuminato,

sappia che quella stessa violenza sarà a lui restituita

e la vera violenza verrà anche per loro

sicura nell’ultimo attimo di vita,

cosa si porteranno dietro dunque allora?

Li ucciderà una semplice domanda,

ancora prima della morte stessa

perché si muore tutti prima o poi,

ma il biglietto che serve a continuare il viaggio

può comprarlo solo l’anima che

nelle sue segrete tasche è d’amore piena,

e si chiederanno:

“ Ma cosa ho fatto io in quest’arco di tempo?

Ora che sono giunto al termine delle mie nefaste imprese

e un’altra canna di fucile che non sbaglia mai un colpo

ora punta su me, pronta a sparare e colpirmi senza scampo?

Porterò la pelle del leone ucciso a marcire nella tomba?

La testa del cervo e le sue corna?

Il profitto della tortura immane degli allevamenti?

Hanno mostrato trofei ignobili, pezzi di corpi ai loro amici

che hanno fatto solo finta di ammirare

il loro improbabile coraggio,

semmai invidia, per i trenta denari spesi

concessi ai satrapi della ragion di stato,

che dovrebbero invece salvare e custodire

la preziose forme di vita ereditate

per avere la licenza di spegnere

i cuori pulsanti di selvaggi e esseri viventi

solo per divertimento, un malefico colpo e una nobile
vita è spenta nel sangue e nella polvere.

Per sentirsi onnipotenti nel distruggere null’altro .

Spesso portano i loro cuccioli umani

pensando che l’impressione crudele

valga per essere ammirati e amati

non sono nemmeno sicuri della stima dei loro figli,

mogli, amanti amici,

vogliono farsi ammirare sembrare grandi ai loro occhi.

Miserabili cuori vuoti, anime marce,

non ci sarà nessuna ammirazione, nessun vanto,

nessun orgoglio, solo un arido cuore per i vostri figli

che così non sapranno mai dare carezze, ma solo offese,

quando i potenti fucili prenderanno il posto di un’anima.

I criminali di ogni tipo e luogo che hanno famiglie

e conquistano ricchezze

non capiscono che quelle ricchezze non serviranno a nulla

se condannano i loro amati figli e la discendenza

a vivere in un mondo peggiore dell’inferno

dove ognuno impone la sua forza e non si ferma solo agli animali

un inferno che loro stessi fanno diventare vero

dove altri demoni come loro nel delirio dell’onnipotenza

si faranno vanto di levare ai loro figli la pelle

e di versare il loro sangue

nella perenne umana lotta di competizione,

che sia fatta con le clave, con missili e armi di ogni tipo o sorta

o con il semplice potere del denaro

il culto della prepotenza farà

del loro presunto paradiso in terra

l’inferno, e la loro certa dannazione.

Appendono nelle loro ricche abitazioni

i pezzi e le pelli di cadaveri

salvati con artefici dalla putrefazione

ma la putrefazione dell’azione resta in loro

quella non si può trattare

uccidere è questo; fa putrefare l’anima

e l’olezzo di un’anima putrefatta

è molto più nauseante, orrendo e persistente

di quello di un corpo, quello viene digerito

e presto trasformato in altra vita,

l’anima no, puzza per sempre.

Che strano in questa lingua

non esiste un termine preciso per definire

chi non combatte ad armi pari

vile non è la stessa cosa, vile è colui che scappa

non chi tende un agguato

come si dovrebbe chiamare allora “carneficiatore”?

mi sembra che non funzioni,

certo, la viltà è implicita nel colpire alle spalle e di nascosto,

poiché chi si nasconde mentre uccide

a distanza è sempre vile,

si può nascondere dietro la canna di un fucile

con arco e frecce o una balestra è viltà lo stesso,

quindi non serve una parola nuova, “vile” va bene.

E quindi loro si lamentano dei nostri insulti

mentre insultano a morte i nostri sentimenti

e ci costringono ad assistere

senza poter far nulla, inermi all’atroce sofferenza

per la vita che amiamo davanti ai nostri occhi

distrutta, umiliata, squarciata,

e si vantano persino di questa loro libertà,

di privare brutalmente noi dei nostri fratelli

e noi non dovremmo nemmeno piangerli e stare zitti?

Ma se non usiamo le parole

come lo fermiamo il loro piombo?

Con le preghiere agli dei che voi dite sempre

sono dalla vostra parte, la parte umana?.

Sapendo che fanno sanguinare i nostri cuori

che feriscono insieme a tutti quelli degli animali uccisi.

Noi invece del piombo usiamo le parole

che gridano forte di dolore

nella nostra libertà siamo fratelli degli esseri viventi

ma i predatori sentono il diritto di togliere

a noi il diritto di essere fratelli e sorelle

a quelli a cui loro vogliono

spezzar le ossa e togliere le viscere e la pelle

e dobbiamo accettare questo come un ipocrita

esercizio di libertà, mentre è un sopruso?

C’è qualcosa che non quadra.

Lo stesso vale per chi toglie la libertà e la vita

e tortura nella prigionia infame

altri esseri viventi per decorare la propria pelle

e gli abiti di sofferenza e morte,

donne vane, deboli pensanti, cuori di stoffa,

che indossano sorridendo orgogliose le pellicce donate

riflettano sul fatto che se un uomo

per farsi amare regala una pelliccia,

vuol dire che non sente e non ha veri sentimenti

e se non ha compassione per il cuore dell’essere vivente

a cui indifferente ha strappato la vita

poi non l’avrà nemmeno per loro

quando la bellezza sarà sbiadita

e una pelliccia addosso di certo non le farà

restare belle anzi, accentuerà la differenza.

Quante donne venali, che superata la bellezza antica,

si vestono invano con gli orpelli della morte,

ma quando non saranno più belle come prima,

non sarà certo il pelo folto della sofferenza

a restituir loro il fascino perduto,

saranno solo goffe, ridicole, squallide e pietose,

mentre sarebbero sempre luminose e belle,

indossando l’immortale bellezza della compassione,

dell’anima ricca di sentimenti ed emozioni

quella bellezza non si sciupa mai,

e allora sì, degne d’essere amate senza fine

dagli uomini migliori in ogni loro età,

non dai bastardi che le tratteranno

con uguale indifferenza con cui hanno ignorato

il dolore della tortura e della morte,

la pelliccia varrà più del loro viso senz’anima

e del loro sguardo perso e folle

persa l’illusione che quello fosse amore

ma non ama mai chi non sente compassione

è solo falso amore se include il costo del disprezzo

per la vita di un essere vivente,

quando per loro sarà opportuno

le metteranno nella spazzatura dei ricordi

per cercare altra carne senz’anima più fresca

a cui regalare un’altra pelle di dolore intrisa.

Ed ora un diverso cacciatore irride

alle potenti armi che abbiamo costruito,

ci insegna che le ambiziose torri dell’orgoglio umano,

che le potenti armi e la nostra prepotenza,

non servono a nulla contro l’intelligenza della vita,

a cui dovremmo essere grati invece

di rapinarla di altra vita insoddisfatti,

perché non sappiamo vivere la nostra.

L’intelligenza che ha consegnato gli strumenti

per costruire nuove realtà buone per tutti,

ma non per essere tiranni, dominare

e opprimere e sopprimere libertà e vite a piacer nostro,

forse ora ne verremo fuori senza imparare nulla

la pandemia passerà, come una lezione inascoltata,

la memoria corta degli umani li porterà a divorare

tutto ciò a cui hanno dovuto per poco tempo rinunciare

e il circolo vizioso si chiuderà fuori del pericolo per noi

ma pesando ancora più sugli animali,

nel veleno delle stesse coscienze ancora addormentate.

Ma il circolo vizioso è una via folle e senza sbocco,

alla fine c’è solo un precipizio e la dissoluzione

l’anima è come un drone, che elevandosi al di sopra

della follia umana, vede chiaramente

ciò che la vista corta impedisce di vedere

quello che è in fondo alla direzione scelta

ma per vedere questo occorre

un’anima in grado di volare.

Insieme alle nuvole nel cielo

veleggiano anime vaporose di cangianti piume

bagnandosi di sole e fresca brezza

come punte di frecce composte da cuori palpitanti

ma non è il vento a spingerle come le nuvole sospese

che scivolano senza fatica nei fluidi sentieri aerei,

a far navigare decise queste ali piumate nella tersa aria

è la loro gioia di esser vive e avere una direzione,

trasmigrare, sfuggendo l’asprezza degli inverni

per nutrirsi e diventare forti

per la rinascita in una nuova stagione,

anime che volano alte con un cuore

che serba la memoria delle altezze

e negli occhi orizzonti lontani ma sicuri,

esse volano sì, ma con grande fatica,

le loro ali sfidano il peso e la distanza,

solo i loro generosi cuori danno a queste ali

l’incredibile forza che serve per solcare i cieli,

esse non sono come nuvole impalpabili e leggere,

devono contare solo su se stesse

e sul loro indomabile volere

e sulla scia dei turbini di altre ali sorelle

volando insieme in un vascello fatto d’aria

per compiere l’aspra e faticosa traversata

spinte da quell’unica energia d’amore

che unisce tutti gli esseri viventi.

Ma al suolo, nascosti fra infide rocce,

si celano due occhi di rosso sangue pieni

e insieme ad essi, altri due neri occhi vuoti

che contengono null’altro che la morte.

I primi due sono occhi umani,

che erano fatti un tempo per provare meraviglia,

invece sono così pieni di vuoto e torbidi pensieri

che da essi l’anima, nauseata, è già scappata via

cacciata dai dèmoni della predazione

per il sadico sapore dell’onnipotenza,

gli altri due neri e torvi occhi invece,

sono i fori delle canne del fucile

puntati per lacerare e offendere quel cielo,

al cui interno altri demoni predoni alloggiano

pronti ad uscir fuori veloci e a dispensare morte.

Ecco, questo è il tradimento del dono a noi concesso;

un’evoluzione oltre la crudeltà della sopravvivenza

e degli equilibri resi dalla predazione,

noi siamo diventati invece più crudeli

della crudeltà stessa e del suo nome

e senza una ragione vera,

se non l’illusione di colmare il deserto dell’amore

l’alcova vuota di un’anima ormai morta,

la droga del piacere di distruggere la vita.

La crudeltà che si unisce al profitto e al divertimento

si chiama solo sadismo e perversione

è questo dunque il vero volto umano

di quella che mentendo, solo per noi chiamiamo:

superiore evoluzione.

Ennio Romano Forina

Stati Liberi di Armonia Dinamica

Proof Harmony.jpgLa matematica non genera armonia e non può spiegare l’armonia, ma è l’armonia delle vibrazioni cosmiche che genera la matematica. Quando, nel loro divenire le vibrazioni cosmiche in cerca continua di armonia la definiscono in uno stato, quello stato può essere interpretato e descritto dalla matematica, ma non creato dalla stessa. Quindi la matematica che si usa per qualsiasi conquista tecnologica organica e umana non fa altro che “assecondare” le energie cosmiche, che sono sempre e continuamente tese a generare stati di armonia e di bellezza. Ennio Romano ForinaArmonia e matematica.jpg

Violenze Culturali

di Ennio Romano Forina

La mitologia non è una sezione della storia umana, ma il fatto che sia un artificio mentale non vuol dire che sia basata solo e prevalentemente sulla fantasia e non esclude che possa influenzare in modo concreto l’immaginario collettivo, l’educazione e il carattere degli individui che possono assimilare senza riflettere i preconcetti che anche dalla mitologia derivano e trasformarli poi in culture e comportamenti, come del resto accade anche da altre fonti di apprendimento. E non c’è dubbio che anche gli eventi umani possano subire l’influenza dei miti che spesso sono stati evocati nella storia come pretesti per giustificare nella gran parte dei casi, azioni distruttive e conflitti. Come ho scritto altrove “Gli dei sono sempre dalla parte di chi li ha inventati”.

In questo modo i miti irreali possono facilmente diventare simboli reali, che confluiscono nella cultura e in qualche modo contribuiscono a scrivere la stessa storia per molto, molto tempo a seguire anche se non ce ne accorgiamo. Spesso, senza analizzarli nel divenire della loro struttura illusoria e nemmeno nei motivi che li hanno fatti attecchire nell’immaginario collettivo e infine utilizzare come stereotipi per stabilire false identificazioni di comodo del bene e del male. Uno di questi miti, – da sempre emblematicamente accettato nel suo drammatico sviluppo ed esito, senza una seria riflessione sugli elementi che lo compongono – è quello affascinante della Gorgone Medusa, così tanto celebrato nei secoli sempre in una specifica rappresentazione minacciosa, “negativa,” sia nell’arte che nella letteratura storica e persino nei manufatti artigianali, arti orafe e più recentemente persino come marchio di imprese.

Attitudini e comportamenti singoli o collettivi e forme di pensiero che diventano costume e morale, spesso vengono legittimati sulla base di considerazioni superficiali e circoscritte nei ristretti ambiti di categorie mentali prestabilite. Osserviamo ora che tra i vari atti di prepotenza e rapina, l’appropriazione arbitraria del corpo di un’altra persona che viene definita con il termine di “stupro,” specifica precisamente l’atto della violazione – con la forza – del territorio: “corpo” di un individuo, da parte di uno o più soggetti normalmente di sesso maschile, ai danni di un altro soggetto, normalmente di sesso femminile più debole e incapace di difendersi.

La violenza della prepotenza sessuale è deleteria sia in senso etico che in senso antropologico perché non solo offende e ferisce in modo indelebile chi la subisce, ma colpisce anche tutta la comunità umana insinuando la paura e il sospetto in una specie di reazione a catena, laddove si dovrebbero invece coltivare la fiducia, la solidarietà e il rispetto nei rapporti fra individui, poiché quando un elemento di questi subisce un trauma, trasferirà inevitabilmente ai suoi simili una parte del danno subìto sotto forme diverse e spesso anche inconsce e indirette.

Chi invece propone atti gentili e altruistici fa esattamente l’opposto, contribuendo a migliorare generalmente il carattere delle interazioni fra le persone e trasmettendo un senso di fraternità e fiducia in un mondo possibile migliore. Ma ancora di più, a confondere le giuste valutazioni di questi fenomeni specifici della specie umana è il fatto che la coscienza collettiva ingloba e incapsula facilmente in sé, antichi luoghi comuni, siano essi veri o fantasiosi e li “legittima” in superficiali asserzioni che alla fine portano la parte peggiore di ogni popolo ad agire con prepotenza distruttiva e criminale, e quando questo succede si vanno a cercare definizioni e analogie del tutto improprie per definire questi episodi che distorcendo e nascondendo le vere cause originali non fanno altro che inibire la ricerca delle reali motivazioni di questi come di altri atti malevoli. Allora una fraseologia standard fatta di luoghi comuni, improvvisamente scaturisce dai media e dalla dalla mente e bocca dei cittadini viene riflessa e disseminata come una eco e così supinamente accettata senza alcuna riflessione sulla sua effettiva validità così che puntuale si genera il grido collettivo che definisce i violentatori umani come “animali o bestie!”

Ma davvero, per quanti sforzi faccia, non mi riesce di trovare nell’universo vivente esempi di animali di sesso maschile che stuprano una femmina, né in gruppo né da soli. Quindi al di là della scontata condanna verbale o della reazione più o meno forte caso per caso a episodi di violenza sul corpo e nell’anima delle donne, non si va mai oltre, alla ricerca delle possibili, reali cause generatrici. La violenza sulle donne, implica una serie di considerazioni di carattere non solo etico ma anche biologico, perché distorce la ragion d’essere della sessualità, e poiché sappiamo che, in quasi tutto l’universo animale esistente, l’elemento dominante è quello femminile e che sono infatti le femmine di quasi tutte le specie che decidono quando e con chi accoppiarsi, secondo la loro istintiva consapevolezza dei ritmi biologici più opportuni per garantire il successo della procreazione.

Gli uomini nascono solo in parte più o meno buoni o cattivi, secondo il loro corredo genetico ma con la possibilità sin dai primi mesi di vita, di scegliere e di cambiare comunque anche le loro tendenze negative che senza una guida costante e giusti punti di riferimento, possono affiorare ovunque nel tempo e nelle loro menti determinando i loro stessi destini. Essi vengono al mondo con inclinazioni diverse, che possono modificarsi nel bene e nel male secondo i sentieri che scelgono di percorrere, le scelte, le selezioni e le acquisizioni derivanti dall’assorbimento di insegnamenti e di categorie mentali comuni che provengono dall’ambiente in cui crescono, dagli esempi, dalle esperienze, sia positive che negative, da una quantità di stimoli e sensazioni nei quali un giovane carattere deve navigare spesso come in un mare in tempesta cercando in esso la giusta rotta per non perdersi o naufragare.

Allora è opportuno fare il percorso a ritroso per cercare nell’eredità culturale comune, quegli elementi deformanti potenzialmente deleteri che se non vengono analizzati nella sostanza, possono favorire e fornire alibi ai comportamenti perversi. Anche i concetti contenuti nella mitologia antropomorfica e nei miti delle religioni,  così come quelli contenuti nelle favole o nella letteratura, possono influenzare enormemente la psicologia collettiva, convogliando i comportamenti e persino le leggi, verso cattivi indirizzi.

Ho cercato invano nelle varie rappresentazioni artistiche del mito della Gorgone Medusa, nella scrittura e soprattutto nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, qualche elemento di compassione e considerazione o di minima solidarietà per questa ipotetica – ma verosimile – povera e giovane vita distrutta dal potere maschile, dall’arbitrio del potente dio Poseidone e dagli altri perversi personaggi coinvolti. Che il dramma sia un racconto di pura fantasia non toglie nulla alla sua realistica attinenza con la vita reale. È sufficiente sostituire i personaggi fantasiosi del mito con soggetti reali per ottenere una miriade di vicende analoghe che accadono da sempre e non hanno mai cessato di accadere.

Dunque il mito narra che questa fanciulla, colpevole unicamente della sua bellezza, avrebbe avuto la disgrazia di essere stata notata da uno degli dei più potenti: Poseidone, (maschio, naturalmente) e che, oltre ad essere preda e vittima di violenza è costretta a subire anche l’irragionevole vendetta della potentissima dea Atena gelosa dell’interesse di Poseidone per la fanciulla ( che per essere la dea dell’intelligenza per antonomasia, in questo come in altri casi non ne aveva certo dimostrata molta ), questa sarebbe una delle versioni più accreditate, va da sé che in molti casi donne che nei miti e nella realtà sono tramutate in mostri ce ne sono molte. Dunque Atena, invidiosa della bellezza della mortale fanciulla per essere stata oggetto delle attenzioni del Dio, in preda ad una furiosa gelosia la punisce trasformandola  in una creatura mostruosa e letale, costringendola a sua volta a commettere azioni distruttive verso chi le si avvicina e condannandola a diventare la prigione orribile di se stessa. Così un essere innocente viene trasformato nel mito in un mostro distruttivo che pietrifica gli uomini con il solo sguardo. Questo fino a quando entra in scena un eroe mercenario, Perseo, ( icona fittizia di eroismo maschile ), che armato da altre divine invenzioni Olimpiche, viene assunto come sicario da un tiranno criminale per ucciderla.

Perseo, il giovanotto nominato per l’impresa, viene dotato di superpoteri, non è chiaro per quali torbide ragioni, senza i quali non avrebbe evidentemente in sé né la forza, né il coraggio di affrontare il “mostro”.

Ma l’aspetto sconcertante e inaccettabile di questo racconto fantastico, è la sua influenza culturale nella letteratura e in tutta la rappresentazione artistica, perché mentre la figura di Perseo viene esaltata come quella di uno dei supereroi della Marvel, il giustiziere bello, trionfante e positivo, che libera il mondo dall’incubo di questo essere orribile, guarda caso, una femmina, colei che è la “vera” vittima viene definitivamente relegata ai posteri a guisa di icona distruttiva, terrificante e negativa.
Questo bellimbusto sicario e vile assassino, che non prova un minimo senso di pietà per la sorte subita dalla ragazza riceve tutti gli onori nel suo tempo e da tutta la cultura dei posteri e a lui nei secoli si dedicano statue e dipinti che lo raffigurano come un soggetto rappresentativo del coraggio  meritevole di sempiterna gloria maschile. E questo non va molto a vanto della sensibilità anche di grandi artisti del rinascimento che così infatti hanno interpretato il mito.

Medusa incredibilmente, viene sempre raffigurata col volto e l’espressione di una creatura feroce anche quando le si concede una fisionomia “umana” ha sempre la connotazione di un essere malvagio e terrificante. Persino il sensibilissimo Caravaggio, in un suo dipinto dedicato alla Gorgone non fa rilevare nemmeno un tratto di compassione o di nostalgico rimpianto per la giovane vita distrutta così incolpevolmente.
In alcune raffigurazioni d’arte moderna al massimo, Medusa diventa una sensuale e tragica ammaliatrice, circondata dai corpi pietrificati delle sue vittime, ma neanche in questi casi si riesce a percepire un minimo senso di dolore e di coinvolgimento sentimentale per la terribile condizione subita e non voluta, non scelta.

Nel costume e nella cultura, Medusa diventa così il simbolo universale dell’orrido femminile, del potere distruttivo della donna, che non si può più nemmeno concupire e violentare nel suo aspetto mostruoso, non importa quale sia la causa, e per neutralizzare questa inquietante presenza non c’è altro modo che tagliarle la testa e trasformare il trofeo in un simbolo iconico da apporre ai confini delle proprietà, a guardia delle porte domestiche inospitali, così come sullo scudo di Atena, per terrorizzare nemici e concorrenti, per allontanare gli estranei e i visitatori sgraditi.

Un mito così confezionato e preservato, viene assorbito nella coscienza collettiva e diventa cultura accettata per nulla inoffensiva, che in qualche modo può influire sui comportamenti e sulle attitudini di generazioni di giovani che spesso agiscono proprio in conseguenza di questi stereotipi falsi e superficiali. Quante Meduse di ogni grado di bellezza vediamo oggi come sempre, violentate, private della libertà e della indipendenza del loro territorio anima e corpi insieme, delle loro menti, dei loro affetti, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, sacrificate all’egoismo distruttivo dei più forti per via di educazioni distorte, mistificanti o contorte e di parametri etici deformi dei quali spesso, sono responsabili anche gli stessi genitori dei giovani, che crescono pensando di dover avere tutto, di potersi permettere ogni libertà, non avendo essi la capacità di una riflessione etica profonda, ereditata o acquisita ad indirizzare le loro azioni.

Per analogia anche le usanze di alcuni popoli, in nome di un ridicolo “onore” maschile e del costume, distruggono la bellezza delle donne che rifiutano il corteggiamento con l’insulto delle parole e dell’acido e devastandone i volti, e così come fece Atena, le tramutano in mostri. È emblematico dell’egoismo supremo che distrugge la bellezza che non può avere, ma ancora di più è rivelatore della mortale incapacità di sentire che pervade le miserabili menti affogate in questi istinti che non sono “animali” come sempre si ripete, ma prettamente umani e deformi come la specie umana è. Ma a volte la cultura ufficiale non è da meno se non si preoccupa, nei luoghi preposti all’istruzione e nella iconografia, laddove è necessario, di analizzare meglio le azioni negative ed i riflessi culturali che spesso le hanno motivate analizzandoli per fornire le risposte etiche derivanti dalle giuste e approfondite riflessioni, anche capovolgendo le conclusioni che sono state acquisite storicamente per influire in modo saggio e veritiero sull’apprendimento dei giovani.

La violenza su una donna è uno dei tanti aspetti di una realtà specifica che si può manifestare a diversi gradi e livelli, in modo occasionale o continuativo, ma che proviene tutta da una condizione e un’attitudine mentale sostanzialmente identiche: – la non percezione e il mancato rispetto della libertà e indennità di ogni altra esistenza che non sia la propria -.

Restituiamo dunque alla fanciulla innocente, che sia inventata o vera, la sua primitiva, giovanile bellezza del corpo e dell’anima che paradossalmente l’ha condannata e rendiamole giustizia, elevandola a simbolo di tutte le femminee creature torturate e uccise nella storia e tutt’oggi – per la loro bellezza, per il colore dei capelli, per le loro inclinazioni, per la loro intelligenza per il loro diritto alla libertà e all’auto determinazione per il loro semplice e naturale diritto di mostrare la loro femminile essenza come e quanto desiderino farlo – a causa dell’ignoranza, della demenza e dei pregiudizi di molti nel mondo, ottusi cuori e teste maschili contenenti poco altro che mucillagine organica.

Per quello che mi riguarda, le Meduse che raffiguro nei miei dipinti, avranno sempre il volto primigenio e le sembianze di un fiera e dolce bellezza e mi auguro che possano conservare anche lo sguardo che pietrifica, ma rivolto ai loro vili carnefici e stupratori, di ogni tempo e luogo e cultura.

Ennio Romano ForinaMEDUSA-DEL.jpg

Il Retaggio dell’ Hydra

La specie umana è una specie alla deriva, che agisce da sempre in base alle necessità, all’impulso del dominio delle forze naturali, ma senza una vera direzione, avendo perso nell’uso e nell’abuso delle tecnologie il contatto intimo con la realtà vivente, vale a dire con quella intelligenza della vita che noi chiamiamo “Natura”. Dunque, ogni volta che nella storia umana, nascevano fenomeni che riuscivano a dare delle direzioni anche innovative da menti illuminate o da visionari e che avevano una diffusa presa sui popoli in cerca di riferimenti, riuscendo anche a colmare i loro vuoti esistenziali, e dare direttive di vita comune progredite, questi fenomeni hanno richiamato da sempre l’attenzione dei grandi furfanti e manipolatori che se ne sono impossessati per utilizzarli, distorcendoli a loro vantaggio, per aumentare il loro potere e ricchezza e di conseguenza opprimere e controllare maggiormente, spesso stravolgendo i significati e le idee originali di base e inserendo in esse delle motivazioni fantasiose quali, ad esempio nelle religioni, la validazione delle stesse attraverso i miracoli.
Come se le idee innovative e positive da sole non bastassero come guida e indicazione di direzione e di comportamenti più evoluti ma fossero servite delle conferme “premianti” per convalidare le idee che, da sole non hanno mai avuto presa sui popoli senza un concreto tornaconto. Benessere. Vita eterna, o ambedue, meglio.
È successo con le idee religiose, il cristianesimo nelle sue varie declinazioni storiche ne è un esempio eclatante ed emblematico, considerando quante volte sia stato totalmente ignorato il senso rivoluzionario del nuovo testamento di non giudicare, non uccidere nemmeno i nemici ma anzi amarli ancora di più e perdonare le offese.
È successo con le idee filosofiche, con le ideologie e le rivoluzioni, ci sono sempre stati in ogni generazione i potenti e i furbi che hanno prevaricato e si sono appropriati a loro uso di qualsiasi cosa si innestasse nell’immaginario collettivo più che nella coscienza dello stesso. È successo anche nell’uso sproporzionato delle automobili che da mezzo utile e vitale per gli spostamenti ha rivelato di rappresentare di fatto la
metastasi di un processo tumorale che ha già devastato la natura e gli equilibri naturali e continua a farlo in modo inarrestabile. Anche i mezzi di comunicazione sono rapidamente diventati mezzi di persuasione e di condizionamento, quindi di potere, ed è successo e succede persino con le mode, con lo sport e in ultimo con le nuove tecnologie sempre distorcendo opportunamente le ragioni e il significato originale di questi fenomeni di utilizzo di massa.

Oggi quindi, com’era prevedibile sta succedendo con il fenomeno dell’informatica che fornisce strumenti di cui nessuno può fare a meno quindi altamente appetibili da chi vuole definire la realtà come da sempre il genere umano fa secondo i propri egoistici interessi e secondo il proprio punto di vista mettendo le mani e trasformando tutto quello che tocca “umanizzandolo” e al contempo rendendolo sterile, purché a somiglianza del dominatore e del suo cattivo gusto. Purtroppo basta vedere i giardini con le piante lobotomizzate e amputate delle loro mirabili forme naturali per costringerle in schemi rigidi di forme geometriche senza senso, solo perché a noi piace farlo e perché possiamo farlo.
Ma è così in tutte le cose. Come il Re Mida del mito, noi abbiamo la pretesa e la presunzione di trasformare in oro tutto quello che tocchiamo, mentre al contrario lo uccidiamo.
Ma sappiamo che tutto ciò che ha un valore per i molti superficiali e ingenui, diventa una fonte di ricchezza per i pochi furbi, quindi richiama l’avidità di potere da chi ha interesse ad esasperarne l’uso, fino a rendere ciascuno di noi un iper-controllato dai sistemi quasi invisibili ma potentissimi, collocati negli olimpi inarrivabili dove si celano le potenti divinità conflittuali, capricciose, invidiose e volubili, proprio come quelle mitologiche che si divertono a manipolare arbitrariamente le vite e i destini dei comuni mortali e delle forme viventi.

Inibire le poche aspirazioni libere e sfruttare a fondo le attitudini umane viziose e consumistiche che sono come riempitivi di esistenze essenzialmente vuote.
Oggi sta succedendo anche con questa pandemia, quale ne siano le cause, il fattore è sempre umanamente perverso, sia che si tratti di laboratori che di allevamenti infami e uccisioni barbare degli animali, sicuramente due verità parallele e sinergiche fra loro.
Ma c’è un solo modo per mettere un argine a queste perverse e nefaste attitudini di pochi, serve convincere i molti ad abbandonare le stesse attitudini perverse e nefaste, altrimenti nulla potrà mai evolvere e progredire, essendo la società umana stessa, il terreno di coltura della parte più cattiva e malevole sempre dominante. Ed è inutile sperare che tutto possa cambiare mandando a casa i Tizi e i Cai del momento se non si cambiano le basi e le fondamenta di questa realtà; cioè i popoli, poiché gli usurpatori e manipolatori sono come l’Hydra, il mostro che non si poteva vincere perché per ogni testa tagliata ne ricrescevano due e attualmente non c’é in vista nessun Eracle che possa, con l’aiuto di qualcuno, sconfiggere definitivamente il mostro. Solo la evoluta e saggia consapevolezza di un popolo intero potrebbe compiere questo miracolo.

Ennio Romano Forina

A un piccolo splendido fiore

Non so se hai mai pensato
che tra i tanti fiori vistosi e sensuali
di colori smaglianti e profumi inebrianti
l’umile e timida Margherita invece
somiglia così tanto al Sole a cui si volge
dialogando con i suoi raggi
durante tutto il giorno
e dai quali trae il suo nutrimento?

Un emisfero di vivido giallo al centro
e tutt’intorno raggi di splendente e bianca luce
che come il sole in cielo risplendono nei prati.
Nessun bianco eguaglia il bianco
dei petali di una Margherita
quando non è ferita o calpestata e subisce
oltraggi per esporsi indifesa nei passaggi
ma anche allora la Margherita si rialza
e fieramente riprende la sua forza
dalla potente energia del suo cosmico Tutore.

Se tu fossi un fiore Lisa, anima bella,
non potresti essere che una Margherita,
semplice, essenziale, nella tua candida,
eterea e d’anima pura delicata veste,
che soltanto si nutre di luce solare.

Io non colgo mai i fiori,
semmai li accarezzo gentilmente
e nel contatto fra la loro e la mia energia
sento ancor di più quella bellezza in me
che sarebbe spenta e morta se fossero recisi
e agonizzanti in uno stupido vaso,
li lascio essere e splendere nella loro luce,
specialmente una vulnerabile margherita
che è la più generosa, disprezzata e offesa
e a volte mi sdraio su un prato insieme a loro
per imparare anch’io dal Sole
come le Margherite da sempre sanno fare,
a vivere, a resistere e ad amare.

Ennio Romano Forina

FEDE E CORAGGIO

Lisa, cuore di margherita,
povero piccolo splendido fiore,
non so quali oscure minacce
come nubi cariche di pioggia prepotente,
stiano coprendo la luce del tuo cosmico tutore,
ma so per certo, che al di là di queste
i suoi raggi per te splendono sempre
e torneranno presto a restituirti tutto
il calore e l’energia che ti serve per lottare.
Ora sei avvolta nei tuoi petali richiusi
e senza la luce forse sei pervasa di paura,
ma guarda oltre le nubi con fiducia e forza
e presto le vedrai dissolversi e sparire
e sentirai la tua anima amante e dolce
riprendere sicuro il tuo molto lungo ancora
cammino nella vita.
Ne sono più che certo, credi, e questo sarà vero,
poiché tu hai l’ambito dono della fede
che attinge da ineffabili e misteriosi lidi
del Cosmo intero tutta l’energia,
qualunque sia il nome che ad essa viene dato
quel che conta e che solo l’Amore sia
la sostanza vera di qualunque fede.

Le anime come te servono a riflettere più luce
in questo perduto e folle mondo degli umani,
così sai, come le margherite, quel che devi fare:
Vivere, Resistere ed Amare.

Ennio Romano Forina

Quando

Quando ammiriamo un paesaggio quale è,

invece di cercare di cambiarlo

e siamo capaci di apprezzare lo svolgersi

di vita in ogni stagione,

quando abbiamo il palpito del cuore

pieno d’amore anche senza un amante,

quando con meraviglia guardiamo il firmamento,

e salutiamo le albe sorridendo,

quando affidiamo ai tramonti i nostri sogni,

e alla dolce e placida Luna i nostri desideri.

Quando accarezziamo invece di colpire,

quando conosciamo invece di ignorare,

quando sappiamo leggere l’anima in altri sguardi,

invece di volgere il nostro

per guardare solo un’immagine riflessa

nello specchio dell’insano egoismo,

quando ci chiediamo continuamente

se il nostro pensare e agire sia meno che perfetto

e non sia di danno alcuno fuori di noi.

ma non sia nato dall’attesa di un premio

né dal timore di una punizione,

ma venga da sé stesso generato per amore.

Quando la paura dell’ignoto

non ci fa sbagliare direzione.
Quando le nostre parole sono vere

e i pensieri cristallini e puri,

quando le nostre mani stringono fortemente

altre mani ma senza trattenere,

quando restiamo invece di fuggire,

quando non cerchiamo di prendere

la forza che ci manca dagli altri,

ma diventiamo forti noi

solo per donarla senza condizioni.

Quando la compassione è il terreno sicuro

in cui muoviamo tutti i nostri passi

senza affondare nelle sabbie mobili

e nel fango insensibile dell’indifferenza.

Quando abbracciamo invece di abbandonare,

quando sappiamo distinguere la direzione,

quando sappiamo che un gioiello

si può comprare e portare via,

ma lasciamo stare il fiore che se colto muore.

Allora il legame con l’armonia del Cosmo si unisce

all’energia pura dell’Amore Universale

e qualunque cosa accada noi siamo eternamente

in quell’amore avvinti e rigenerati.

Solo allora forse spegneremo le fiamme

che bruciano da sempre

negli inferni della mente umana.

Ennio Romano Forina

Sono il Senso delle Cose

Sono la Madre, nata dalla Madre Acqua sono la primigenia sono l’indefinibile sono l’Assoluto. Non nata da nessuno. Da un raggio di Sole trasformato in Acqua per Amore, null’altro. In me scorre l’energia che tutto muove. Sono l’orizzonte irraggiungibile e le lande che percorri. Sono dove mi puoi trovare, ma non cercare di legarmi, di confinarmi, di spiegarmi. Sono il senso delle cose. Rispettami, amami, e basta.
Ennio Romano Forina Primigenia2.jpg

L’Anima Svenduta

Tutti i fondamentalismi, le inquisizioni e le oppressioni moralistiche e religiose, non sono la conseguenza di spiritualità distorte, la spiritualità vera è antitetica a qualsiasi forma di oppressione, basandosi appunto sulla prevalenza dell’anima e non del corpo, e quindi non vi è nulla di spirituale nell’opprimere al contrario, esse sono il risultato della parte “razionale” della mente umana, destabilizzante del cervello antico, emotivo e sensibile, che si è servita astutamente delle angosce esistenziali e delle aspirazioni utopistiche di elezione di questa specie, che nel suo percorso evolutivo ha perso direzione e contatto con la vera essenza della vita, anche se cerca di ritrovarla continuamente senza nemmeno rendersene conto.
Tutte le formule artificiali leganti sono religiose, come le ideologie, che deificano idee e personaggi nel momento in cui servono a imporre il potere e il controllo dei pochi sui molti, e infatti in tutte le epoche sono così state utilizzate.

Ciò è potuto succedere perché il genere umano ha progressivamente svenduto la sua anima al potere razionale della mente, che garantisce la sicurezza e il controllo immediato e dominante sul mondo vivente, ma l’abuso di questo potere lo ha trascinato in un vortice rovinoso di follia di onnipotenza, che invece di armonia, realizza caos e devastazione e lo precipita sempre più nel gorgo della barbarie.Questo non è pessimismo, ma il riflesso di quanto realmente accade, la società umana è in perenne conflitto con se stessa e ordisce trame che mirano sempre alla stessa antica perversione, la brama del dominio, a tutti i livelli, il dominio delle nazioni, quanto quello delle fazioni e dei singoli individui.

Nulla di benefico potrà mai generarsi da tutto questo, l’illusione di un mondo relativamente pacifico e industrioso è alimentata solo dalla disponibilità di quello che la perversa e malevole mente umana chiama “risorse”. Cioè la vita degli esseri viventi e di tutti gli equilibri stabiliti da rapinare a piene mani illimitatamente.

E questa non è evoluzione ma barbarie pura o inferno se volete.

Ennio Romano Forina

L’Anima Svenduta

Tutti i fondamentalismi, le inquisizioni e le oppressioni moralistiche e religiose, non sono la conseguenza di spiritualità distorte, la spiritualità vera è antitetica a qualsiasi forma di oppressione, basandosi appunto sulla prevalenza dell’anima e non del corpo, e quindi non vi è nulla di spirituale nell’opprimere al contrario, esse sono il risultato della parte “razionale” della mente umana, destabilizzante del cervello antico, sede delle emozioni e della sensibilità, che si è servita astutamente delle angosce esistenziali e delle aspirazioni utopistiche di elezione di questa specie, che nel suo percorso evolutivo ha perso direzione e contatto con la vera essenza della vita, anche se cerca di ritrovarla continuamente senza nemmeno rendersene conto.

Tutte le formule artificiali leganti sono religiose, come le ideologie, che deificano idee e personaggi nel momento in cui servono a imporre il potere e il controllo dei pochi sui molti, e infatti in tutte le epoche sono così state utilizzate.

Ciò è potuto succedere perché il genere umano ha progressivamente svenduto la sua anima al potere razionale della mente, che garantisce la sicurezza e il controllo immediato e dominante sul mondo vivente, ma l’abuso di questo potere lo ha trascinato in un vortice rovinoso di follia di onnipotenza, che invece di armonia, realizza caos e devastazione e lo precipita sempre più nel gorgo della barbarie.

Questo non è pessimismo, ma il riflesso di quanto realmente accade, la società umana è in perenne conflitto con se stessa e ordisce trame che mirano sempre alla stessa antica perversione, la brama del dominio, a tutti i livelli, il dominio delle nazioni, quanto quello delle fazioni e dei singoli individui.

Nulla di benefico potrà mai generarsi da tutto questo, l’illusione di un mondo relativamente pacifico e industrioso è alimentata solo dalla disponibilità di quello che la perversa e malevole mente umana chiama “risorse”. Cioè la vita degli esseri viventi e di tutti gli equilibri stabiliti da rapinare a piene mani illimitatamente.

E questa non è evoluzione ma barbarie pura o inferno se volete.

Ennio Romano Forina

Onde di Pensieri d’Amore Waves of Love Thoughts

Non ti ho amata solo per la tua bellezza,

ma per lo sguardo e il timido sorriso

di una donna con l’anima di bimba,

sempre tradita da cuori indifferenti e vuoti.

E se la mia mente e il cuore

restano ancora in te perdutamente immersi,

non è per seguire un’illusione vana

ma perché tu mi senta lo stesso accanto a te

a tenerti per mano se ti perdi.

Non so più come parlarti

ora che sei invisibile e distante

ma so come chiamarti,

come sempre.

Amore.

E non potrei, nemmeno adesso chiamarti

in nessun altro modo

o non sarebbe stato vero

che ti chiamassi Amore prima.

So che stai percorrendo sentieri ancora sconosciuti

che sembrano indicare mete sicure,

eppure la tua anima esita a lasciare la mia mano

lo so, lo sento, perché io resto dove sono

e tu sai che questo amore

è ancora la più vera, unica forse, certezza

in vita tua mai avuta.

Amare un volto, un corpo, ci vuol poco,

ma amare un’anima è tutta un’altra cosa

e sono ancora qui, solo per esserci per te,

quando nella tempesta tu ne avrai bisogno

pensando di essere giunta nella tua nuova isola

che forse non sarà quell’isola

in cui solo io e te siamo approdati,

forse sarà un altro castello, da cui vorrai fuggire,

Tu, Rapunzel, di nuovo come allora?

Non so, devo per te sperare che così non sia,

ma conosco te e conosco dell’uomo la follia.

Allora sarò di nuovo il faro che ti guida

al rifugio sicuro e ti riporta all’isola vera

che è ancora lì e aspetta il tuo approdare.

Aspetta te che sei della preziosa acqua un segno

e senti della Luna la marea,

che ogni notte solleva le onde dei tuoi sogni.

Sono rimasto a lungo sospeso sul molo del tempo

come chi davanti al vasto mare

scruta l’orizzonte degli eventi,

per sapere solo se almeno fossi arrivata

indenne alla tua meta,

vagando tra le tante anime, incomplete, perse e false

che si sfiorano senza mai toccarsi veramente,

pronte a carpire degli altri le vitali energie,

senza nulla voler o poter dare

ma cercando solo compenso ai loro vuoti.

Solo le stelle sanno

perché tra tanti sguardi d’anime

indifferenti, vaghi e spenti

i nostri due si erano accesi

sigillando le nostre aure insieme,

all’incrocio di uno spazio e di un tempo diversi

e per un istante hanno brillato nel cielo

come astri, consumati da un unico fuoco.

Non ci sarebbe il moto delle onde,

se il vento non le amasse per giocare

e solo al vento ora ho affidato questo amore.

Ricorda allora, quando sarai

sorpresa dalla marina dispettosa brezza,

che scorrendo sul tuo viso

solleverà anche dei tuoi capelli l’onde,

che quello è il tocco delle mie carezze.

Ci sono parole che sono solo rumori

e non hanno nulla da dire

altre invece sono musiche rare,

nelle limpide notti

rischiarate dalla silenziosa Luna,

dove si costruiscono i sogni

e non risuonano mai invece nella nebbia

che genera solo mostri e le illusioni.

“È successo tutto tra noi”.

Sono tue queste parole, forse il capitolo finale

di una storia perfetta nella sua imperfezione,

realizzata anche se irrealizzabile.

L’irraggiungibile distanza stessa

poteva dalle nostre anime essere valicata

o non sarebbe successo nulla,

ecco perché in questo dramma mirabile d’amore,

soltanto tra me e te scritto e immaginato,

eravamo più veri di molte realtà senza spessore.

Nel sogno, turbinavano parole come un vortice di sensi

e anche se un sogno era un sogno

quelle parole erano vere,

o cosa è meglio il contrario?

Vivere una realtà vera fatta di parole false e deboli?

Le nostre sgorgavano impetuose,

inarrestabili lo sai,

come limpida acqua dalla fonte

eravamo in esse immersi fino a naufragare.

Ora so, come sapevo, ero sicuro

che il solo modo di riaverti era di perderti,

so che mentre ti allontanavi

sentivi ancora la mia voce

e sentivi stringere le mie alle tue mani

che sfuggivano via come l’edera tenace

strappata da un’altra pianta più forte

e sentivi i miei sguardi seguirti

mentre svanivi nella nebbia fitta

delle tue paure,

ma non potevi fare a meno

di voltarti indietro pur da lontano

ed è vero, leggevi le mie note e non rispondevi

ma nemmeno le rifiutavi,

che vuol dire questo?

Nemmeno ti chiedevo di restare

non l’ho mai chiesto rispettando

la tua decisione di star per conto tuo

anche sapendo che non era vero,

dicevo solo che prima o poi saresti ritornata.

Che tornerai lo so, ne sono certo

forse non ora, ci vorrà del tempo, ma tornerai,

forse le lunghe chiome color fuoco

saranno raccolte, argentee e spente

ma non potrai fare a meno di tornare,

anche se ora dopo un aprile 

e un nuovo aprile passati invano,

non saprei nemmeno più come parlarti,

ma potresti esser tu a voler lenire

dell’anima e del cuore le ferite

che sono anche le tue quando staccandoti,

parti di esse sono rimaste in te

e non sei riuscita a liberarti a scuoterle via,

ne sono certo.

Ricorderai la sciarpa promessa,

messa via, riposta, ormai senza più

l’essenza della tua femminea pelle,

o forse regalata a un altro, nell’indecisione,

per liberarti del pensiero di me,

un ricordo solo imbarazzante, una promessa vana,

una ferita profondamente inflitta

e lo sai bene,

per tutte le mie promesse mantenute,

era quella l’unica da te e l’hai mancata.

Ma non importa, le ferite sono davvero tante

nelle tue parole nel tempo del distacco,

nel voler nella tua mente distruggere il mio viso e nome

e quello che per te e in te io ero stato,

quando hai spalancato la tua porta

e abbattuto le barriere e nel tuo cuore

e anima ero entrato senza esitazione

inesorabilmente, varcando il confine della tua paura

ma sai che non potevi nulla nel tuo cuore,

la mente inganna, ciò che soltanto il cuore e l’anima

sanno vedere.

Forse ora non sono io che ancora penso a te,

ma è il tuo pensiero che mi cerca,

attraverso l’incanto spezzato e le ferite,

non avrebbe più senso l’attesa vana di un ritorno,

eppure sono ancora qui per te e aspetto.

Non ci siamo mai incontrati,

non ti ho mai stretta nell’incanto di un abbraccio,

tu non hai voluto,

avevi troppa paura di non poter più liberarti

dalle braccia del mio potente amore,

eppure ti ho riconosciuta e tu hai riconosciuto me,

ma poi ti sei smarrita in un carosello

di luci e giochi pieni di speranze diverse,

sapevi subito che non ti avrei mai fatto male

ma volevi vedere me come fossi il gioco

troppo impegnativo e rischioso e lo hai lasciato,

anche se io ero il tuo gioco preferito,

come una bimba abbandona l’orsacchiotto

che così tanto ha abbracciato,

cullato e accolto nei suoi sogni,

e poi con occhi lucidi di stelle, cerca giochi diversi,

ma la magia dell’orsacchiotto resta,

anche se dimenticata, nella scatola

dei vecchi giochi col mio nome,

troppo piccola per contenere questo amore.

Si può soffrire per aver perso il tocco di una mano

che non si è mai realmente stretta?

Puoi nasconderti ora nei tuoi segreti altrove,

ma conosci il mio impeto e la convinzione

solo il pensiero di te, solo le mie parole

che amavi così tanto leggere e sentire nel tuo cuore,

forse lo ridestano a volte sono certo,

che puoi sentirlo anche adesso nella valle del tuo seno,

in quel  triangolo della vita dove da me

volevi così tanto essere riempita,

e so che ancora lo vorresti anche se a te lo neghi

a te e al mondo, perché l’hai avuto e lo senti tuo

e ti appartiene, so che lo vuoi sempre

come l’hai voluto,

e non sarà facile per te trovare un altro tale potente amore

tutto a te donato, in ogni giorno, in ogni singolo momento,

verso il tuo mondo alieno.

Come vedi quella fiamma era così accesa

che ancora non si è spenta nonostante tutto.

Tu dicevi: “In fondo sono solo parole”, e non credevi

che fosse un vero fuoco che non si spegne mai.

Eppure non ti cerco,

mi distraggo, ho mille e mille cose da fare,

piani, progetti, idee, scritti e versi di luna sempre pieni,

poesia e arte, non mi fermo mai lo sai.

Ma ti sento sempre,

forse non sono io che ti penso e ti sento,

mi sta sempre addosso

questa sensazione di non essere mai solo

né libero, liberato da te.

Ma ora sono io ad essere distante,

sei dalla mia mente uscita per la prima volta

e forse non sai dove cercarmi più,

per paura di lasciarmi ancora entrare in te,

ogni tanto un tuo stupido inutile cuore giallo

appariva come un fiore solitario

nel silenzio delle parole,

che non serviva a nulla anzi acuiva il dolore,

era come un insulto, una briciola d’amore

anzi, una insormontabile barriera,

poi non mi hai scritto più, non mi hai risposto,

nemmeno con le parole fredde e vuote di prima,

contenute in spazi ben precisi, ora nemmeno quelle,

non metti più alcun segno

a tutte le mie parole scritte e lanciate nella rete.

Ma il ricordo dell’impeto d’amore che ti schiacciava

al muro e strappava i tuoi vestiti

che ti teneva a freno come un’indomita puledra

e le mie mani ostaggio dei tuoi capelli selvaggi

catturate e perse nella tela del ragno

e l’impeto dei nostri corpi nelle menti impresso,

quello non puoi scordarlo ne son certo,

anche se adesso lo provi con un altro.

Ero una distrazione? Non credo,

avevi capito che io ero chi poteva darti

quel vero amore che da sempre il tuo cuore aveva amato

e più e più volte lo hai detto, sono le tue parole ancora,

che davvero ero io l’uomo dei tuoi sogni

senza confronti con nessuno,

che veniva da un inverosimile futuro

o da un’altra impossibile galassia,

da un dislivello di tempo che tu vedevi

come un abisso di anni luce in cui cadere,

così ti sei tirata indietro, allontanata,

come una cometa s’allontana per molto tempo

dal suo fuoco, ma sa che sempre al fuoco resta legata,

e deve prima o poi tornare indietro.

Ma questo amore ormai l’hai conosciuto,

ed ora amore mio dovrai per sempre averne conto,

per ogni altro amore che non sia abbastanza

e non sia tale per fuoco e convinzione,

come un uragano,

come un vulcano,

niente di meno o non sarai contenta,

dovrai voltarti indietro,

a pensare a quel fuoco che stringevi fra le mani,

che era entrato in te così potente da lontano,

che ne sono certo, lo sento

me lo dicono le stelle e me lo dice la luna, tua sorella,

che non ha smesso di bruciare nel tuo cuore.

 

Ma forse sbaglio e tutto questo non è vero,

sono solo folate di vento nella mente,

forse il volto di Luna a cui ho dedicato

così tanti versi di vero Amore intrisi,

non sei tu e non esiste.

Forse eri solo della Primavera un sogno,

un semplice incanto, della dispettosa Luna.

Ennio Romano Forina    Da un Aprile a un Aprile

Waves of Love’s Thoughts Onde di Pensieri d’Amore

Onde Di Pensieri D’Amore
Waves Of Love’s Thoughts
 

Non ti ho amata solo per la tua bellezza,

 

ma per lo sguardo e il timido sorriso

 

di una donna con l’anima di bimba,

 

sempre tradita da cuori indifferenti e vuoti.

 

E se la mia mente e il cuore

 

restano sempre in te perdutamente immersi

 

non è per seguire un’illusione vana

 

ma perché tu mi senta lo stesso accanto a te

 

a tenerti per mano se ti perdi.

 

Non so più come parlarti

 

ora che sei invisibile e distante

 

ma so come chiamarti,

 

come sempre.

 

Amore.

 

E non potrei, nemmeno adesso chiamarti

 

in nessun altro modo

 

o non sarebbe stato vero

 

che ti chiamassi Amore prima.

 

So che stai percorrendo sentieri ancora sconosciuti

 

che sembrano indicar mete sicure

 

eppure la tua anima esita a lasciare la mia mano

 

lo so, lo sento, perché io resto dove sono

 

e tu sai che questo amore

 

è ancora la più vera, unica certezza

 

in vita tua mai avuta.

 

Amare un volto, un corpo ci vuol poco,

 

ma amare un’anima è tutta un’altra cosa

 

e sono ancora qui, solo per esserci per te,

 

quando nella tempesta tu ne avrai bisogno

 

pensando di essere giunta nella tua nuova isola

 

che non sarà quell’isola sperduta

 

in cui io e te siamo approdati,

 

forse sarà un castello, da cui vorrai fuggire ancora,

 

Rapunzel, come allora?

 

Non so, devo per te sperare che così non sia,

 

ma conosco te e conosco dell’uomo la follia.

 

Allora sarò di nuovo il faro che ti guida

 

al tuo sicuro rifugio

 

e ti riporta all’isola vera che è ancora lì

 

dove sono io e aspetta il tuo approdare.

 

Aspetta te che sei della preziosa acqua un segno

 

e senti della Luna la marea,

 

che ogni notte solleva le onde dei tuoi sogni.

 

Sono stato a lungo sospeso sul molo di questo tempo

 

come chi davanti al vasto mare

 

scruta l’orizzonte degli eventi,

 

soltanto per sapere se almeno sei arrivata

 

indenne alla tua meta.

 

Vagando tra le tante anime, incomplete, perse e false

 

che si sfiorano senza mai toccarsi veramente,

 

pronte a carpire degli altri le vitali energie

 

senza nulla voler o poter dare

 

ma cercando solo compenso ai loro vuoti.

 

Solo le stelle sanno

 

perché tra tanti sguardi d’anime

 

indifferenti, vaghi e spenti

 

i nostri due si erano accesi

 

sigillando le nostre aure insieme,

 

in uno spazio e di un tempo diversi

 

e per un istante hanno brillato nel cielo

 

come astri, consumati da un unico fuoco.

 

Non ci sarebbe il moto delle onde,

 

se il vento non le amasse per giocare

 

e al vento ho affidato questo amore.

 

Ricorda, allora quando sarai

 

sorpresa dalla marina dispettosa brezza,

 

che scorrendo sul tuo viso

 

vorrà sollevare anche dei tuoi capelli l’onde,

 

che quello è il tocco delle mie carezze.

 

Ci sono parole che sono solo rumori

 

e non hanno nulla da dire

 

altre invece sono musiche rare,

 

nelle limpide notti

 

rischiarate dalla silenziosa Luna,

 

dove si costruiscono i sogni

 

e non risuonano mai invece nella nebbia

 

che genera solo mostri e le illusioni.

 

“È successo tutto tra noi”.

 

sono tue queste parole, forse il capitolo finale

 

di una storia perfetta nella sua imperfezione,

 

realizzata anche se irrealizzabile.

 

L’irraggiungibile distanza stessa

 

poteva solo dalle nostre anime essere valicata

 

o non sarebbe successo nulla,

 

ecco perché in questo dramma mirabile d’amore,

 

soltanto tra me e te scritto e immaginato,

 

eravamo più veri di molte realtà senza spessore.

 

Nel sogno, turbinavano parole come un vortice di sensi

 

e anche se un sogno era un sogno

 

quelle parole erano vere,

 

o cosa è meglio il contrario?

 

Vivere una realtà vera fatta di parole false e deboli?

 

Le nostre sgorgavano impetuose,

 

inarrestabili lo sai,

 

come limpida acqua dalla fonte

 

eravamo in esse immersi fino a naufragare.

 

Ora so, come sapevo, ero sicuro

 

che il solo modo di riaverti era di perderti,

 

so che mentre ti allontanavi

 

sentivi ancora la mia voce

 

e sentivi stringere le mie alle tue mani

 

intrecciare le dita come l’edera

 

si aggancia a un’altra pianta più forte

 

e sentivi i miei sguardi seguirti

 

mentre svanivi nella nebbia fitta

 

delle tue paure,

 

ma non potevi fare a meno

 

di voltarti indietro pur da lontano

 

ed è vero, leggevi le mie note e non rispondevi

 

ma nemmeno le rifiutavi,

 

che vuol dire questo?

 

Che tornerai lo so, ne sono certo

 

forse non ora, ci vorrà del tempo, ma tornerai,

 

forse le lunghe chiome color fuoco

 

saranno raccolte, argentee e spente

 

ma non potrai fare a meno di tornare,

 

sarai tu a voler lenire

 

dell’anima e del cuore le mie ferite

 

che sono anche le tue

 

quando staccandoti, parti di esse sono rimaste in te

 

e non sei riuscita a liberarti a scuoterle via ne sono certo.

 

Ricorderai la sciarpa

 

messa via, riposta, ormai senza più

 

l’essenza della tua femminea pelle,

 

o forse regalata a un altro, nell’indecisione

 

per liberarti del pensiero di me,

 

un ricordo solo imbarazzante, una promessa vana,

 

una ferita profondamente inflitta

 

e lo sai bene, per tutte le mie promesse mantenute

 

era quella l’unica da te e l’hai mancata.

 

Ma non importa, le ferite sono davvero tante

 

nelle tue parole nel tempo del distacco,

 

nel voler nella tua mente distruggere il mio viso e nome

 

e quello che per te e in te io ero stato,

 

quando hai spalancato la tua porta

 

e abbattuto le barriere e nel tuo cuore e anima

ero penetrato senza esitazione

 

inesorabilmente, varcando il confine della tua paura

 

ma sai che non potevi nulla nel tuo cuore,

 

la mente inganna, ciò che cuore e anima sanno vedere.

 

Forse ora non sono io che ancora penso a te,

 

ma è il tuo pensiero che mi cerca,

 

attraverso l’incanto spezzato e le ferite,

 

non avrebbe più senso l’attesa vana di un ritorno,

 

eppure sono ancora qui per te e aspetto.

 

Non ci siamo mai incontrati,

 

non ti ho mai stretta nell’incanto di un abbraccio,

 

tu non hai voluto,

 

avevi troppa paura di non poter più liberarti

 

dalle braccia del mio potente amore,

 

eppure ti ho riconosciuta e tu hai riconosciuto me,

 

ma poi ti sei smarrita in un carosello

 

di luci e giochi pieni di promesse diverse,

 

sapevi subito che non ti avrei mai fatto male

 

ma volevi vedere me come fossi il gioco

 

troppo impegnativo e rischioso e lo hai lasciato,

 

anche se io ero il tuo gioco preferito,

 

come una bimba abbandona l’orsacchiotto

 

che così tanto ha abbracciato,

 

cullato e accolto nei suoi sogni,

 

e poi con occhi lucidi di stelle, cerca giochi diversi,

 

ma la magia dell’orsacchiotto resta,

 

anche se dimenticata, nella scatola

 

dei vecchi giochi col mio nome,

 

troppo piccola per contenere questo amore.

 

Si può soffrire per aver perso il tocco di una mano

 

che non si è mai realmente stretta?

 

Puoi nasconderti ora nei tuoi segreti altrove,

 

ma conosci il mio impeto e la convinzione

 

solo il pensiero di te, solo le mie parole

 

che amavi così tanto leggere e sentire nel tuo cuore,

 

forse lo ridestano sono certo,

 

che puoi sentirlo anche adesso nella valle del tuo seno,

 

nel triangolo della vita dove da me

 

volevi tanto essere riempita,

 

e so che ancora lo vorresti anche se a te lo neghi

 

a te e al mondo, perché l’hai avuto e lo senti tuo

 

e ti appartiene, so che lo vuoi sempre

 

come l’hai voluto,

 

non troverai un tale potente amore

 

tutto a te donato e in ogni giorno

 

verso il tuo mondo alieno.

 

Come vedi quella fiamma era così accesa

 

che ancora non si è spenta nonostante tutto.

 

Tu dicevi: “In fondo sono solo parole”, e non credevi

 

che fosse un vero fuoco che non spegne mai.

 

Eppure non ti cerco,

 

mi distraggo, ho mille e mille cose da fare,

 

piani, progetti, idee, scritti e versi di luna sempre pieni,

 

poesia e arte, non mi fermo mai lo sai.

 

Ma ti sento sempre,

 

non sono io che ti penso e ti sento,

 

mi sta sempre addosso

 

questa sensazione di non essere mai solo

 

né libero, liberato da te.

 

Ma ora sono io ad essere distante,

 

sei dalla mia mente uscita per la prima volta

 

e forse non sai dove cercarmi più,

 

per paura di lasciarmi ancora entrare in te,

 

ogni tanto un tuo stupido inutile cuore giallo

 

nel silenzio delle parole,

 

che non serviva a nulla anzi acuiva il dolore,

 

era come un insulto, una briciola d’amore

 

anzi, una insormontabile barriera,

 

poi non mi hai scritto più , non mi hai risposto,

 

nemmeno con le parole fredde e vuote di prima,

 

contenute in spazi ben precisi, ora nemmeno quelle,

 

non metti più alcun segno

 

a tutte le mie parole scritte e lanciate nella rete.

 

Ma il ricordo dell’impeto d’amore che ti schiacciava

 

al muro e strappava i tuoi vestiti come volevi tu

 

che ti teneva a freno come un’indomita puledra
 

e l’impeto dei nostri corpi nelle menti impresso,

 

quello non puoi scordarlo ne sono certo,

 

anche se adesso lo provi con un altro,

 

presto forse vedrai che non è lo stesso fuoco.

 

Ero una distrazione? Non credo,

 

avevi capito che io ero chi poteva darti

 

quel vero amore che da sempre il tuo cuore aveva amato

 

e più e più volte lo hai detto

 

che ero io davvero l’uomo dei tuoi sogni

 

che veniva da un inverosimile futuro

 

o da un’altra lontana costellazione,

 

da un dislivello di tempo che tu vedevi

 

come un abisso di anni luce in cui cadere,

 

così ti sei tirata indietro, allontanata

 

come una cometa s’allontana per molto tempo

 

dal suo fuoco ma sa che al fuoco resta legata,

 

e deve prima o poi tornare indietro.

 

Ma questo amore tu l’hai conosciuto,

 

ed ora amore mio dovrai per sempre averne conto,

 

per ogni altro amore che non sia abbastanza

 

e non sia tale per fuoco e convinzione,

 

come un uragano,

 

come un vulcano,

 

niente di meno o non sarai contenta,

 

dovrai voltarti indietro,

 

a pensare a quel fuoco che stringevi fra le mani,

 

che era entrato in te così potente da lontano,

 

che ne sono certo, lo sento

 

me lo dicono le stelle e me lo dice la luna, tua sorella,

 

che non ha smesso di bruciare nel tuo cuore.
 

Ma forse sbaglio e tutto questo non è vero,

 

sono solo folate di vento nella mente,

 

forse alla fine, il volto di Luna a cui ho dedicato

 

così tanti versi di vero Amore intrisi,

 

non sei tu e non esiste.

 

Ennio Romano Forina – Da un Aprile a un Aprile

Elogio della Segregazione

Non dovremmo lamentarci troppo
per non poter girare a nostro piacimento
senza le distrazioni e le lusinghe,
di una fittizia libertà nell’agorà comune della vita,
esser costretti a chiudere i cancelli della libertà di agire
può servire ad aprire quelli della mente o dell’anima
che molti hanno da tempo serrati dietro le loro spalle
senza più ricordare dove siano le chiavi per aprirli.
Siamo puniti come dei discoli bambini
che non hanno ricevuto insegnamenti
dai loro genitori e dalla scuola
a loro spesso viene detto che possono far tutto
nelle leggi senza farsi mai male
ma non dicono di non far male ad altri
quando con le loro azioni e scelte
feriscono i loro simili, la vita e gli animali,
senza pensare mai che la vita è unica
quando una parte viene ferita e disprezzata
anche TUTTA la vita è offesa e danneggiata.
Hanno da sempre tutti i permessi e le licenze
di disporre del mondo come fosse un loro giocattolo
per dar piacere non per imparare
in modo tale che da adulti trattano come un gioco
anche chi dovrebbero amare
e quando a loro il gioco viene tolto
diventano pazzi di furore
e distruggono il gioco che non sapevano far funzionare.
Voi madri e padri ai vostri figli non dovete dar tutto
ma insegnare rispetto e compassione.
Gli altri animali vivono la vita, noi la consumiamo
loro l’arricchiscono, noi la sperperiamo.
Ho cercato invano e ovunque i veri luoghi
senza confini e restrizioni della libertà
e gli unici che ho trovato erano nella mia anima.
Restare a casa per me non è una restrizione
il mio mondo è la mente il mio cuore la casa
l’anima è il mio giardino
l’immaginazione il mio laboratorio,
i miei strumenti sono penne e tastiere,
i carboncini matite e i colori
le distese bianche di tele e cartoncino
i miei orizzonti inesplorati
in cui proietto i pensieri che riflettono tutte
le realtà che percepisco
e come i colori le fondo insieme con i sogni.
Vedo ampie porzioni di cielo da una parte all’altra
di questo mio rifugio,
ad est i raggi del sole mattutino
superano scintillando le chiome arboree
per riscaldare la mia colazione e i gatti che pigramente
assorbono energia da quel calore e luce
leggendo messaggi ineffabili
negli odori trasportati dalle turbinose brezze.
Ad ovest, quando scende oltre la collina
di viola, e rossastro invade cielo e nubi.
Venere gareggia spesso con la Luna e Giove
in un concerto di bellezza,
poco a destra vedo il grande e il piccolo carro
che mi guida alla stella del nord lungo il suo asse,
anche se la luce umana offende e spegne il cielo
e lo preclude allo sguardo dell’anima.
Ci sono ancora alberi tutt’ intorno
che attenuano l’oltraggio dell’asfalto e del cemento,
i miei gatti si affacciano al balcone e annusano odori
e sensazioni che non potrei conoscere
se non fossero loro a raccontarli a me,
essi ricevono messaggi a noi preclusi
ma per loro tramite posso anche io sentire, intuire
le ineffabili essenze e i messaggi della vera vita.
Ma stando dentro come del resto sono solito fare
provo un dolore nel ricordo di presenze perdute
quando lei era qui e per molto tempo allora
si udiva insieme il verso ritmico dei cuculi
e a notte, persino gli usignoli si esibivano
in melodiosi canti sempre diversi.
Mi manca sempre quel sorriso
e ora non sento più quei sublimi notturni canti,
né il gorgoglio del ruscello di limpida acqua
e i due filari di pioppi che si ergevano splendidi
ai lati del solco dove la vita si riproduceva
come per magia nel fluire argenteo scintillante al sole
le loro foglie vibravano nel vento
come un’orchestra di crespe onde marine
sinfonie di moltitudini di suoni.
Ora, davanti alle finestre c’è lo scempio umano
di palazzi circondati da cadaveri di costruzioni,
scheletri e scorie di cemento abbandonate da anni
fatte per finta e per profitto
che hanno lasciato, detriti infami
e ferite profonde nel terreno avvilito e fatto schiavo.
L’acqua del ruscello è stata rapinata dalle ville
e gli alberi estirpati, insetti e lucciole scomparsi.
Ma ora vedo nuove costruzioni e ampi parcheggi
sono queste le nostre vere prigioni.
Stare in casa, forse per una volta genera riflessione
siamo molto più prigionieri credendo di esser liberi
andando intorno in modo erratico
come le api che devono volare di fiore in fiore
per raccogliere il nutrimento,
facciamo anche noi le stesse cose
ma le api, le farfalle e gli insetti, gli uccelli e tutti gli animali
sono nel mondo vero, che abbiamo rapinato,
liberi nel fremito di vita universale
mentre il nostro andare sempre insoddisfatti
alla ricerca di compensazioni
dei vuoti e delle angosce
è un andare invano, dentro un mondo falso
che ci spinge sempre più nelle prigioni che noi stessi
abbiamo costruito intorno alle nostre esistenze
con l’acciaio più duro che soffoca
tutte le sensazioni ormai spente.
Vorrei chiedere agli usignoli e alle lucciole di tornare
ma loro conoscono ormai questa genia folle,
stanno alla larga dal velenoso deserto umano
in quel che è rimasto della selvaggia vita
e quando anche quello finirà dietro il manto falso
delle nostre illusioni, falsità e ipocrisie,
i mostruosi totem dell’immaginazione,
pensando di costruire un paradiso in terra
ci renderemo conto che quel che abbiamo davvero realizzato era un inferno.
C’è un Universo intero in un semplice angolo di prato,
uguale a quello che con un solo sguardo al cielo notturno
possiamo abbracciare di milioni di anni luce di distanze,
di sterminate stelle irraggiungibili ma vere,
mentre scrivo nel crepuscolo, vedo Venere
in alto che splende di una intensa luce.
Le stelle brillano anche per noi ovunque siamo.
Basta ascoltare il canto degli uccelli.
Basta saper vedere.
Basta alzare lo sguardo.

Ennio Romano Forina

I Nascondigli della Tua Anima

Prova LORI.jpeg

 

Ed è solo un altro gioco a nascondino

quando sulla porta della mia anima appari

e stai come una puledra selvaggia

fremente e scalpitante

che vuole solo fuggire al galoppo sfrenato

più veloce della fine di un sorriso,

come vedo nella mente l’altro mistico incanto

sparire dai tuoi selvaggi occhi scintillanti.

”Ecco, ora mi vedi, ora non mi vedi più,

solo un momento prima di volgerti via

e correre a infilarti nei nascondigli della tua anima.

Ma nel gioco senza fine che diverte tutti i bimbi

quelli che cercano e quelli che si nascondono

non possono essere sempre gli stessi

devono scambiarsi i ruoli,

è nelle regole del gioco, come nella vita,

nessuno può nascondersi sempre

e nessuno può cercare per sempre,

anche se sembra che in questo nostro strano gioco

io sono sono stato il cercatore senza fine

e tu quella che senza fine si nasconde,

nelle segrete stanze della tua anima

con tutti i sentimenti imprigionati

ma non ho io la chiave

per aprire tutte le tue serrate porte.

Il nascondino è un gioco di libertà e di volontà

ti insegna a perdere ciò che ti è più caro

e ti sfida anche a ritrovarlo

così ora è il tuo turno di assecondare me

se ancora resto qui a scriverti

queste parole che ti cercano tenaci

nei recessi rifugi della tua cercante anima.

 

Ennio Romano Forina

Amore Fase 2

Broken Hearts.jpgLa maggior parte delle unioni si basano su impulsi biologici finalizzati alla procreazione.
Sono molto potenti e imperativi ma di breve durata. Vengono scambiati per amore e considerati come un punto di arrivo, un raggiungimento completato che non prevede passi ulteriori di conoscenza. Ma la stabilità e la continuazione di questi rapporti è illusoria perché una volta assolta la funzione che ha generato la coppia ci si accorge di trovarsi con un/una perfetta sconosciuta/o. E questo accade anche senza che avvenga alcuna procreazione, ma si riferisce a un tempo biologico specifico. Di solito questo accade nella fascia di età dai 25 – 40 anni, il tempo in cui la frattura diventa inevitabile. Ma spesso, anche oltre questa soglia di età si pensa solo di aver incontrato la persona sbagliata e non di aver “scelto” nel modo sbagliato. Quindi si tende a ripetere l’errore di affidarsi ancora all’impulso biologico, di pancia, continuando a scegliere le persone sbagliate.
Al contrario, serve scegliere secondo criteri diversi che includono oltre agli impulsi vitali dell’organismo quelli della mente e dell’anima che sembrano meno potenti e meno desiderabili ma in realtà sono la vera energia formidabile e durevole che rende possibile un reale “entanglement” quantistico, quasi una fusione, di due anime e anche di due corpi e di due futuri insieme.
Ennio Romano Forina

Quella che sei

In una Notte di Versi Pieni di Luna

Mi sono seduto nella notte profonda
e la Luna piena veleggiando dal cielo,
si è seduta al mio fianco
perché le ho chiesto di parlarle di te.
E lei mi ha risposto, prima di tornare
a danzar con le stelle: “So già tutto di te…
solo il pensiero di chi ama davvero
può superare lo spazio e raggiungere me”.
“Non devi far altro che seguire il tuo cuore,
non devi far altro che essere quello che sei.”

Ti voglio strega e ti voglio fatina
legarmi ai tuoi incanti
per poi scioglierli ogni volta
e in nuove magie essere avvolto
voglio vederti correre via
per aspettare che torni
Ti voglio fiera e ribelle
per inseguirti sempre
Ti voglio elettrica e misteriosa
voglio essere nelle tue stagioni
e in tutti i tuoi contrari umori
in ogni giorno e in tutte le notti
voglio proteggere i tuoi sogni
rassicurarti e farti ridere
farti arrabbiare, sorprendere sempre
ma mai annoiare
per le mie parole e gesti d’amore
ti voglio così come sei
voglio vedere i tuoi capelli
come il vento fluttuare
e tuffarmi nelle loro tempeste.
Come il tempo ti voglio
mutevole, improvviso importuno persino
ti voglio spavalda e distante
affamata di abbracci caldi e infiniti
ma anche affettuosa e ti voglio amante
di carezze e baci mai sazia
ma ti voglio anche arrabbiata, ti voglio ribelle
ti voglio ammiccante e sensuale
voglio che tu mi seduca,
che mi prendi in giro
ti voglio monella e ti voglio solare
ti voglio vogliosa,
ti voglio fiera e bellicosa
ma poi arrendevole e dolce
ti voglio vento e correnti marine
navigare nelle tue acque in burrasca
affondare nei tuoi vortici d’onde
ti voglio arruffata e sfrenata
ti voglio lunatica, misteriosa
ti voglio prigioniera e liberata
timida e coraggiosa
ti voglio quando sei triste e ti lasci andare
voglio sentire i tuoi sospiri gridare
scorrere sempre sul mio viso
come una brezza marina
e come un fortunale improvviso
e come onde che cullano il sonno.
Ma sei già tutto questo
e non voglio volerti diversa
non voglio altro da te
che essere sempre
quella che in ogni attimo sei.

Ennio Romano Forina 2018

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Andrea

Andrea era seduto sul bordo di quel relitto di barca lasciato di fronte al mare inclinato e con una parte della fiancata sfondata mezza riempita di sabbia e altre scorie portate dalla marea. La spiaggia era deserta, troppo freddo ancora, tanto più che l’epidemia e le disposizioni di contenimento avrebbero comunque impedito gli afflussi di persone, nemmeno per prendere il sole, ma Andrea era riuscito a uscire di casa con la sua brava mascherina e con i pattini e a raggiungere rapidamente la sabbia dove nessuno poteva notarlo. Un paio di settimane prima aveva fatto un brutta caduta fratturandosi un polso ma riusciva lo stesso a pattinare abilmente ma non come prima e  adesso era costretto a stare ancora più inattivo per via del braccio ingessato che teneva appeso e stretto da una fascia al collo.

Ma non era la frattura del polso che pesava sul cuore di Andrea, era la ferita aperta nel suo cuore, poiché un anno prima la tragedia aveva colpito la sua famiglia inaspettatamente, come spesso accade alla maggior parte di persone, eventi drammatici e ineluttabili possono accadere improvvisamente spazzando via la luce e l’allegria in un attimo, allora si comprende la vulnerabilità dell’essere ma allora è anche il momento di trovare le formidabili risorse latenti dell’essere. La morte stupisce, perché non se ne comprende il senso, perché arriva quando non dovrebbe e si vorrebbe che non arrivasse mai, specialmente quando è troppo presto. Ma come può un ragazzo di 15 anni affrontare la realtà dura della morte perdendo il genitore che dovrebbe insegnargli a metabolizzarla a non averne paura?

A non considerarla la fine di tutto o come una punizione ingiusta? Normalmente tutti i giovani non si rendono conto della morte, a 20 anni sentono il bisogno di provare e testare il loro coraggio, le loro capacità fisiche, affrontando prove e sfide insieme ai propri compagni. L’ho fatto anch’io, come tutti, arrampicandomi sulle rocce, passando sotto le gallerie dei treni, salendo sugli alberi, facendo discese vertiginose in bicicletta, nuotando nelle pericolose acque di un lago, che ogni tanto inghiottiva qualche incauta giovane vita che contava troppo sul suo fisico e per un semplice malore annegava.

La volontà di provare il proprio coraggio e la prestanza e quindi, di pavoneggiarsi di fronte alle ragazze è sempre stata abilmente sfruttata dagli scaltri tiranni di tutti i tempi, che rapinavano la vita dei giovani con la lusinga di gloria e patacche luccicanti su divise di smaglianti colori e inutili bottoni dorati in cambio di farsi scannare sui campi di battaglia per niente.  E la maggior parte si faceva convincere sempre. Se non morivano perdevano braccia, gambe, mani occhi e diventavano relitti, proprio come la barca su cui Andrea ora stava sospeso come sospeso in un limbo, cercando inconsciamente risposte che nessuno in ciò che restava della famiglia era riuscito a dare, nemmeno i suoi amici, dal magico schermo dello smart phone non venivano risposte né dagli amici virtuali né tantomeno dagli smart programmi  che hanno la pretesa di sapere e anticipare quello che pensiamo. Nessuno era riuscito a lenire in lui il dolore acuto di quella perdita. Perché? Quale punizione si era meritata la sua famiglia fino allora tranquilla nella normalità come quella di tante famiglie? Perché suo padre gli era stato tolto?

Aveva provato a esprimere quel dolore all’esterno, a liberare la sua mente dall’oscurità che era scesa di colpo in lui e non lo abbandonava da un anno.

Aveva provato ad esternarlo, agli amici e in famiglia, ma non aveva ottenuto risposte soddisfacenti e alla fine e l’angoscia di non trovare ragioni e giustificazioni a quella ingiusta perdita, il dolore era rimbalzato indietro avvolgendolo e imprigionandolo in una cappa di grigiore e desolazione che impediva di tornare ad essere il ragazzo pieno di energia e sogni di prima, ed era proprio questo il punto cruciale della sua impotenza nel liberarsi da quel tormento accettandolo, perché nella sua mente giovane e ferita, l’accettazione della morte del suo amato padre con il quale aveva anche a volte fatto un po’ troppo il ribelle, voleva quasi dire che lui ne era in parte responsabile, in un tortuoso vortice di pensieri che si ripiegavano su sé stessi inconsciamente.

Se ne avesse compreso il senso, l’avrebbe accettata mentre rifiutandola la frustrazione derivante assumeva i contorni di incerti e confusi di una colpa che non poteva attribuire ad altri se non al destino ma non potendo prendersela né con gli altri né col destino, Andrea aveva cominciato a prendersela con sé stesso.

Ora il suo sguardo si posava sulle piccole ferite che aveva inflitto al suo braccio, forse sperando che la sofferenza che aveva nella sua anima e nella sua mente offuscata dal dolore, potessero uscire al di fuori di lui attraverso quei tagli e disperdersi fino a svanire, ma in realtà lui stava chiedendo aiuto, chiedendo che qualcuno potesse guidarlo fuori da quel labirinto di dolore prendendolo per mano.

Io, lo scrittore, sono come un detective, raccolgo indizi per conoscere le ragioni di un delitto o delle offese, penso che Andrea non potesse essere consapevole di questa indagine che lui da solo non poteva fare, ma la sua anima lo richiedeva gridando, per quello se ne stava lì accasciato nell’aria umida salmastra che si colorava della luce del tramonto, fissando le onde mentre il disco solare si apprestava a riposare coprendosi con le coltri di rosse onde lontane all’orizzonte.

A un tratto, un uomo si avvicinò a lui, aveva notato questa presenza da lontano, un uomo con una specie di rastrello in mano e un sacco, con il rastrello smuoveva la sabbia e ogni tanto raccoglieva qualcosa e la inseriva nel sacco, un uomo dalla pelle segnata dal sole, né giovane, né vecchio, né alto né basso, che ora si fermò davanti a lui guardandolo come se stesse rimproverandolo con occhi del colore di giada.

L’uomo sorrise appena ad Andrea e poi fece una smorfia di disappunto vedendo le ferite sul suo braccio. Poi scuotendo il capo lentamente disse: “ No, no, questo non serve, non devi farlo non ti aiuterà”.  Andrea restò colpito dalle sue parole e dal tono calmo soffice della voce, che lo avevano appena scosso dal suo torpore sensoriale, costringendolo a guardare il volto dell’uomo che continuava a guardare le ferite passando da queste agli occhi, mentre si sedeva accanto ad Andrea appoggiando il rastrello e il sacchetto sul bordo della barca.

Quindi con tono rassicurante: “Aspetta, disse so io cosa ti serve, metti via il cell e ascoltami bene, ora ti faccio vedere due cose:” così dicendo mise una mano dentro il sacco e raccolse una grossa conchiglia vuota e lucida e un sasso perfettamente levigato dal movimento delle correnti marine dal fiume che lo aveva portato lì. E Andrea a lui: “Ma tu chi sei? cosa fai con quel rastrello?”  “Io sono un pulitore, lo vedi, elimino le scorie i rifiuti che inquinano la spiaggia, vado su tutte le spiagge e impedisco che queste scorie soffochino la vita nel mare e il mare stesso, è il mio compito, ma a volte mi capita di ripulire la mente delle persone dalle scorie che soffocano i loro pensieri come questi rifiuti uccidono la vita nel mare”.

“È un compito che ho dovuto assumere, quando serve, e qualcuno mi chiama intervengo, solo che non uso il rastrello”. Detto questo prese il sasso nella mano porgendolo ad Andrea che sconcertato da quelle parole lo guardò con curiosità  ma senza scomporsi molto, non capiva che importanza potesse avere quel sasso.

L’uomo fece  richiudere la mano di Andrea sul sasso e con parole molto serie come quelle che aveva spesso udite da suo padre per esortarlo a stare attento ai pericoli, a non correre rischi, l’uomo strinse la sua mano intorno a quella di Andrea sul sasso e iniziò a parlargli: “Ascolta ragazzo, ora devi fare come ti dico io, la tua mente è piena di paura e sei smarrito, ma tu non puoi sapere, perché hai paura, perché temi quello che non sai, che non conosci, che esiste solo in te, sono i rifiuti di pensieri sbagliati, che inquinano e impediscono a quelli giusti di farsi strada in te, ora ti dico che per qualche minuto devi abbandonare la tua mente e sentire quello che il sasso vuole dirti. Concentrati sul sasso e non pensare ad altro, non pensare a nulla. La tua realtà adesso è solo quel piccolo, ma immenso universo che è dentro la materia del sasso. Andrea provò a slegare il flusso dei suoi pensieri seguendo l’invito e a immergersi nella sensazione che quel sasso iniziava a dare alle percezioni della sua mano, mentre l’uomo piano sussurrava. “A poco a poco sentirai che quel sasso non è solo una pietra, ma pura energia condensata e se la tua mano riuscirà a percepire quella energia, la stessa entrerà in te purificandola come il rastrello scava nella sabbia e la  libera dai rifiuti. Non devi pensare all’energia, devi solo aprirti ad essa, lasciarla entrare in te, così la tua mente sarà in grado di liberarsi delle sue ombre e scaricandole sul sasso che a sua volta le eliminerà. Il sasso raccoglierà le tue ombre come il mio sacco raccoglie i rifiuti.

Restarono così per molti minuti sospesi, mentre la mano di Andrea si stringeva sempre più forte al sasso  come se fosse un appiglio sicuro scalando una montagna o una provvidenziale fune gettata a un naufrago in balia delle onde. Andrea iniziava a sentire qualcosa avvenire in lui, una sensazione di chiarezza come quando viaggiando, si diradano i vapori densi di una nebbia, e la strada appare. Stava sentendosi bene, quel lasso di tempo di poche decine di minuti aveva spezzato il  vortice del cattivo incantesimo che lui stesso aveva fatto.

Sì, qualcosa stava cambiando in lui. L’uomo allora gli disse di rilasciare il sasso lo prese e lanciandolo tra le onde disse : “Ecco! Quel sasso si è portato via tutti tuoi fantasmi e il mare li disperderà, è stato modellato dall’immensa energia del mare. Detto ciò l’uomo prese in mano la conchiglia vuota: “Vedi, un tempo qui dentro c’era un essere vivente, ora è vuota, ma la vita che era dentro non è morta, si è solo spostata è ritornata alla sua origine, è stata accolta nel grembo e nella culla della vita da cui è partita. Nessuno di noi se ne va per sempre, si cambia soltanto dimensione, ma si rimane avvinti nell’energia di amore che non cambia mai. Tuo padre ti ama, ma dove si trova ora non può’ parlarti con le stesse parole di prima, così deve essere altrimenti tu non saresti nemmeno nato, non ci sarebbe nessuna vita senza il divenire e la trasformazione da uno stato all’altro ma l’amore resta sempre stanne sicuro, e se tu ami tuo padre lascialo stare dove sta, fallo stare tranquillo, se ti fai male lui soffrirà davvero, lui vuole che tu sia forte e proceda nel sentiero futuro che ti appartiene e quindi che tu sia tranquillo. Lui già ti sta parlando come prima, ma in altri modi, sei tu che non lo ascolti.

Quindi, ora lascia stare la tua mente che serve ad altre cose, non pensare a tuo padre con la mente, apri lo sguardo e le orecchie dell’anima e del cuore e sentirai la sua voce, te l’assicuro, io l’ho so.

Andrea era scosso ma sentiva come se un macigno che pesava sul suo capo fosse stato tolto, ora per quanto l’oscurità stesse avanzando rapidamente tra i colori del blu profondo indaco e arancio del sole che si accomiatava dietro l’orizzonte e un vento teso lo spruzzava di schiuma salmastra, vide le onde che danzavano allegre davanti a lui e alzando gli occhi il cielo che si accendeva di ridenti timide stelle. Mentre contemplava queste cose non si accorse nemmeno che l’uomo non era più accanto a lui, sembrava improvvisamente sparito, si volse di scatto indietro e vide un lampo di ali colpite da un fascio di luce solare, sembrava un gabbiano che si levava in volo svanendo nel nulla, ma in quel turbine di vento bianco una piuma roteando intorno si posò sulla sua mano ancora aperta, la guardò stupito mentre nel cuore sentiva una voce senza suono.

Ennio Romano Forina Marzo 2020

La Promessa del Mirto

Racconto celebrativo per il 17 Marzo, 1861 – 2020ITALIA-LASTENNIO-august 2019 .jpg
La Repubblica Italiana.
 
Si era appena ripreso, riverso a terra, dopo essere stato ferito da un colpo di moschetto, si era nascosto nei fitti arbusti, mentre il sole lentamente illuminava la cupola d’aria sul monte Gianicolo. Da lì poteva vedere solo una piccola parte dei tetti e i ruderi della splendida Roma antica che si estendeva ferita oltre il pendio della collina.
I cannoni francesi avevano tuonato inesorabili tutto il giorno prima e il fumo delle esplosioni aveva coperto gli odori dell’estate appena iniziata, dei fiori sbocciati e degli alberi rigogliosi di foglie.
Grida e crepitio di colpi avevano pervaso l’aria, ricordava di aver visto scaturire le baionette attraverso nuvole dense di polvere poi improvviso, un colpo tremendo nella schiena e cadendo, vedere il fucile fumante del nemico, relatore del messaggio di morte.
Questa è la guerra, una missiva di morte a un nome, una famiglia e a un indirizzo sconosciuti.
 
Poco più che ventenne, lasciati gli studi letterari si era unito ai garibaldini che si opponevano alle truppe francesi sul Gianicolo per difendere la Repubblica Romana per quanto non lo esaltasse la violenza della guerra.
Adesso gli tornava in mente quando non molto tempo prima in quegli stessi luoghi, aveva riflettuto sui destini sconosciuti di tante persone sensibili e geniali che non avevano mai potuto affidare il loro contributo illuminato all’umanità perché le loro esistenze erano state spezzate prima che le loro doti si fossero sviluppate ed espresse. Quante probabili idee virtuose, opere d’arte o scoperte erano state prematuramente escluse dalla storia. Trafitte da una spada, dilaniate da una granata, impiccate, messe al rogo, imprigionate o fucilate. Quante occasioni sprecate di civiltà e giustizia a dimostrazione del fatto che i delitti puniscono anche chi li commette e persino i loro discendenti, che per questo sono destinati a vivere in un mondo peggiore.
Ma in questa nuova alba, il fumo della battaglia si stava dissolvendo risvegliando gli odori della vita e con essi il ricordo bruciante di un’estate diversa.
Ora dal suo rifugio, nella calma di una tregua, poteva sentire di nuovo gli inebrianti vapori dei fiori del mirto che si avvolgevano come un impalpabile abito nuziale intorno a una graziosa fanciulla dai lunghi capelli rossi di cui era innamorato. Insieme percorrevano spesso i sentieri del Gianicolo, vagheggiando di altri possibili mondi più giusti e liberi e del suo proposito sempre più forte di seguire Garibaldi, mentre lei con timore pensava alle feroci repressioni dei moti rivoluzionari .
Un giorno, mentre erano sdraiati nell’erba fitta, tenendosi strette le mani contemplavano le nuvole evolversi nel cielo ventoso, a un tratto videro un ciuffo di pelo bianco e due piccoli occhi spuntare tra i sassi e i cespugli. Era un gattino, tutto bianco, perso e impaurito che miagolava verso loro.
Lei lo raggiunse e lo sollevò a sé, tenendolo stretto al seno, quindi dopo averlo rassicurato si misero alla ricerca della tana materna. Girando tutto intorno per molti minuti, all’improvviso, non molto lontano trovarono una piccola famiglia di gatti sotto un tronco d’albero ornato dai cespugli di mirto e finalmente una mamma gatta accolse felice il suo piccolo smarrito.
Che si tuffò subito nel suo seno fra i suoi fratelli a succhiare il prezioso latte.
 
Per i due innamorati quella piccola famiglia era diventato un motivo in più per tornare lungo i sentieri del Gianicolo per portare del cibo e giocare con i cuccioli per alcune settimane fin quando un giorno sul finire dell’estate non li videro più, ma l’aver contribuito alla loro crescita e sopravvivenza aveva arricchito entrambi in molti modi, consacrando fra loro un legame profondo più di un matrimonio. Fu lei poi a osservare che i gatti apprezzati da chi aveva conosciuto la loro magica capacità affettiva rappresentavano in modo eccellente l’idea di libertà e indipendenza a cui ambedue aspiravano di una patria senza oppressori e senza tirannie né esterne né interne.
 
Un gatto non domina e non vuole essere dominato, restituisce amore senza essere servo, sta bene con gli altri perché sa stare da solo. Il suo spirito indipendente non è accettato da chi cerca servi e non amici e al pari dei popoli oppressi anche loro, i gatti, perseguitati nelle varie epoche, sono stati emblematici testimoni della libertà negata.
 
I ricordi persistevano, la ferita lo aveva quasi lacerato, anche se ora il sangue non scorreva più, non era in grado di muoversi ma i suoi pensieri ora potevano scorrere ancora più liberi e profondi, superando le ferite e la paura.
 
– I pensieri. Sono come le nuvole, impalpabili e multiformi entità, modellate dal flusso dei venti. La sostanza di cui sono fatte è la stessa, ma le loro forme sono mutevoli si mescolano ad altre, fino a disperdersi e apparentemente sparire immergendosi nell’oceano d’aria o accumulandosi in minacciose e gigantesche masse oscure. Ma a differenza delle nuvole i pensieri possono essere inseguiti, raggiunti e con il vento della ragione si può dar loro le forme più gradevoli e innocue, nella calma ed assolata aria del tempo migliore e impedire loro di formare tempeste. –
 
Quella porzione di mondo che poteva ancora scorgere ruotava intorno a lui come il perno dell’universo e mentre il suo corpo si spegneva sentiva che tutto intorno le piante, l’aria, la terra che lo sorreggeva e persino i sassi, stranamente esprimevano più vita di sempre.
Quel giorno non gli apparteneva più, non avrebbe partecipato a un’altra battaglia né potuto esultare per una improbabile vittoria e mentre il sole ascendeva al suo trono zenitale sentiva che tutto quello che fino a quel punto era stato importante stava dissolvendosi insieme alla nebbia della notte appena trascorsa nel doloroso torpore.
 
Poco oltre il suo giaciglio d’erba c’era il corpo di un giovane nemico con la mano stretta al ramo di un cespuglio, quasi per aggrapparsi alla pianta della vita.
Quale follia perversa aveva forgiato anche il suo destino? Come tante altre generazioni perdute nei campi avversi della storia!
L’ Italia, che sognava unita abitata da genti pacifiche, libere e operose stava diventando irreale e nel delirio si sentiva scivolare sempre più verso una dimensione libera dalle angosce e dai conflitti. Ma chi avrebbe ricordato il suo come quello di altri sacrifici e ad essi cercato di congiungersi valicando lo spazio del tempo? Tutti gli anni futuri regalati a un nuovo mondo forse egoista e ingrato, ai tanti, immemori e distratti, destinati per questo a tornar servi.
La Libertà di certo, non viene mai in dono.
 
Forse avrebbe combattuto ancora se fosse sopravvissuto, ma allo stesso tempo rivedeva con nostalgia i boschi del Gianicolo tra l’erba alta e i fiori, con la fanciulla amata che lo attraeva in sé, come una galassia ingoia i suoi soli e allo scorrere di quel torrente di emozioni che non sarebbe mai arrivato al suo appuntamento con il grande fiume della vita.
 
A un tratto mentre era immerso nella sofferenza atroce dei pensieri che dolevano più della ferita, un tocco lieve percorse la sua fronte e accanto a sé vide un bellissimo gatto bianco che lo guardava intensamente con i suoi occhi di giada come se stesse perforando la sua anima.
Sembrava consapevole delle sue pene e annusando l’aria sembrava dire: “Noi gatti abbiamo colori diversi ma non ha importanza, le nostre lotte dure sono vitalità, i vostri conflitti invece hanno sempre il sapore della morte. Vi sentite tutti dei re, ma in voi regna la disperazione della solitudine poiché avete perso il contatto con l’essenza della vita. Noi abbiamo paura dei pericoli, voi della vita. Noi lottiamo per sopravvivere, voi vorreste vivere in eterno. Noi “viviamo” un territorio senza possederlo, voi lo possedete senza viverlo. E senza farlo vivere agli altri”.
 
Il gatto ora si era adagiato sul suo petto, lo vedeva contemplare l’universo e con lo sguardo indicare certezze. Sollevò la mano per posarla su quel corpo scintillante nel sole e un vivido ricordo affiorò improvviso prepotente nella sua mente.
Ma sì! Era il cucciolo, riportato alla madre da due innamorati felici in un giorno lontano di primavera, la stessa creatura incontrata e persa, ma non dimenticata, nei percorsi di vite diverse. Il gattino smarrito di un tempo aveva ritrovato chi lo aveva soccorso e nutrito e che a sua volta avrebbe scortato lui ora nel breve tratto verso la sua ultima tana.
A un tratto anche la sua angoscia sembrò sparire del tutto nello spazio di quegli occhi in cui si formavano galassie. “Non preoccuparti…niente è stato perso, ” sembrava dire “…quello per cui hai lottato è la Vittoria stessa!”
E il suo corpo bianco riempiva tutto il cielo.
E fu allora, che tra i rami dei cespugli, se fosse vero o un sogno, anche la sua amata apparve e con un grido spezzato si piegò su di lui bagnandogli il volto coi capelli, mentre il fruscio delle sue vesti sulle foglie del mirto si spargeva intorno come le note del canto che rievocava la promessa che il profumo del Mirto a primavera ad ambedue aveva fatto.
 
Lacrime calde e soffici
Scivolarono sulle sue labbra
Mentre il vortice di pensieri
Avvolgeva la coscienza nel sonno.
La sentì accanto.
Le gote umide di pianto
La fanciulla vaga e snella
Conosciuta e amata un anno prima.
E quel che vide infine
Era per lui ben più che una promessa.
Stava lì di fronte, alta nel sole,
Orgogliosa e fiera come un vessillo al vento
Col rosso dei capelli
La verde gonna
E il bianco gatto in seno.
 
Ennio Forina