Emergenze e Libertà

Sempre nella storia, tutte le tirannie
hanno abilmente saputo usare e spargere
il veleno dei miti e della paura,
per confondere le menti ed imporsi sui popoli,
e con la scusa di contrastare un pericolo minore,
finivano spesso col generare il male peggiore:
il dispotismo e la fine dei principi della libertà.

Ennio Romano Forina

Pensiero Debole e Visione Corta.

JUNE, 7 – 2013 by ENNIO FORINA da: ” Note Di Un Viaggiatore Della Mente”.

“Qualcuno dice di non avere ha più il tempo, altri la possibilità, o la volontà, o la capacità e nemmeno il desiderio di riflettere, accettando le cose come sono. Ma la maggior parte di persone non ha tutte queste cose insieme ed è per questo che il genere umano sta procedendo ancora una volta verso il baratro, forse il peggiore di sempre, perché senza la riflessione profonda non vi è saggezza,…e senza la saggezza esiste solo la devastazione della barbarie”.

Il Tocco Fatale di Mida

Erano, ricordo, tutti alla ricerca del caso zero, ma molto meno interessati alla “causa” zero, come se non fosse importante risalire all’origine dalle condizioni che hanno favorito lo sviluppo di questo nuovo ceppo virale, in grado di compiere il salto fatale da specie a specie. Questo è il problema maggiore della società umana globale: il pensiero debole e la visione corta, o nessuna visione del tutto. 

Eppure, adesso ci danno i consigli migliori, ora che l’epidemia è in pieno corso e bisogna chiedere un finanziamento. per comprare un paio di bottigliette di disinfettante e due mascherine, ma tant’è un pochino di sana e moderata prudenza non sarebbe stata superflua sapendo che in questo pianetino, piccolo, piccolo e così sovraffollato nel Cosmo, tutto viaggia e si trasferisce da un continente all’altro, trasportato dai venti, dalle correnti marine dalle nubi e infine sopratutto da noi.  

Abbiamo visto la “nuvoletta” radioattiva di Chernobyl invadere tutta l’Europa e oltre, era una minaccia invisibile, non potevamo accorgercene, ma il bagno di radiazioni ce lo siamo fatti tutti, alcuni anche nel grembo delle loro madri, anche lì c’era un evidente rischio potenziale, una causa “zero” del disastro nucleare che rappresenta ancora e per molti anni a venire una minaccia, tuttavia ignorata dalla maggior parte delle nazioni, visto che le centrali nucleari si continuano a costruire e le scorie non si sa bene dove finiscano. 

In Asia, mi sembra ci siano molte centrali nucleari e quante ce ne sono nel mondo intero? Visto che ne basta una fuori controllo per inguaiare mezzo mondo per secoli? Fino a che non succederà ancora. Fino alla prossima volta.

Ma ora finalmente, abbiamo degli input seri, ponderati ed efficaci, prima no, non si poteva allarmare, era meglio non parlarne. Eppure io sono convinto che se ci fossimo allarmati un po’ prima, non ci saremmo allarmati così tanto adesso. Tra l’altro nell’altalena dei “stiamo sereni, ma preoccupiamoci” sublime ossimoro della classe “dirigibile”  italiana sempre trascinata nei vortici dei venti dei sondaggi e preoccupata di compiacere più che di essere di beneficio, si evidenziano le più assurde contraddizioni e incertezze, evitare gli assembramenti, la folla, lavarsi spesso le mani con detergenti disinfettanti e uno stato di buona salute, avere il sistema immunitario efficiente, tutte cose valide anche per le influenze stagionali, ma in ritardo, si sarebbe dovuto dare più enfasi a queste informazioni utilissime, anche senza l’immanente arrivo di una nuova epidemia, ma prima dell’inizio della solita influenza stagionale che tra l’altro include varianti di virus già conosciuti, invece si consigliano solo i vaccini, sempre e solo i vaccini. 

Si cerca sempre la soluzione più improbabile e costosa, chissà perché. Quando accadde il fenomeno della “mucca pazza” che pazza non era, ma era la pretesa demenziale di alimentare degli erbivori con proteine animali di scarto, e dopo poco tempo venne messo a punto un vaccino ovviamente sperimentato su altri animali innocenti sacrificati ai profitti dell’industria, per neutralizzare la malattia che derivava dal consumare le carni dei poveri bovini. Un vaccino? Non sarebbe stato più intelligente ammettere la pazzia umana e non quella della mucca e tornare ad alimentare i grandi erbivori con i vecchi e sicuri foraggi d’erba e magari lasciarli pascolare all’aperto, nel loro ambiente, e senza provocare anche i nostri organismi a reazioni imprevedibili? 

E non sarebbe meglio ora impiegare le migliori risorse mentali anche per indagare sulla causa, sull’origine di questa variazione, dato che negli ultimi decenni ci siamo trovati in varie occasioni di fronte all’insorgenza di nuovi pericolosissimi virus, volenti e capaci di adattarsi per invadere le cellule di organismi diversi da quelli per loro soliti? Consideriamo alcuni fattori certi: i virus sono esseri viventi, e che ci piaccia o no, sono anche molto intelligenti e in grado di sfruttare le situazioni per loro più vantaggiose. 

Il virus del raffreddore è antico e ci colpisce da tempo immemore, perciò è diventato “benevolo”, poiché in effetti qualsiasi virus non ha nessun interesse a uccidere il proprio ospite, ma cerca solo un terreno fertile di cellule vive per potersi replicare il più possibile, come del resto fanno tutte le forme viventi, noi compresi. E non è verosimile che per la loro intelligenza, preferiscano cellule sane di organismi sani piuttosto che replicarsi nelle cellule spente di organismi malati e fortemente depressi come presumibilmente sono le cellule degli animali che soffrono pene indicibili negli allevamenti intensivi di tutto il mondo? Sfruttando la loro capacità di modificarsi e adattarsi così come fanno i batteri.

Il virus da raffreddore può dare disagi più o meno seri, in relazione alle condizioni immunitarie del soggetto. I virus passano da un organismo all’altro veicolandosi nell’aria con le microscopiche goccioline emesse respirando, parlando, e sono così capaci di risorse che io penso sia evidente che starnutire non sia affatto un sistema che l’organismo raffreddato usa per liberarsi dai virus, ma una reazione che il virus stesso provoca per infettare altri organismi più efficacemente facendosi “sparare” all’esterno  il più lontano possibile.  

Ciò detto, vorrei precisare che sono abituato a svolgere le mie ricerche secondo processi di indagine intuitivi, mettendo insieme le varie informazioni ed evidenze per poi sintetizzarle in un sistema logico e mi chiedo, se a noi per contenere la diffusione e il contagio di una epidemia indicano di lavare spesso e bene le mani, disinfettare, evitare assembramenti, coprirsi il naso e la bocca quando si starnutisce o si hanno colpi di tosse, se si deve restare ad una certa distanza di sicurezza da altre persone e mantenere in gran forma il nostro sistema immunitario, questo vuol dire che, in assenza di queste condizioni, un virus vecchio o nuovo che sia farebbe la bella vita e tutti i suoi comodi anche nell’animale umano, ma queste non sono le condizioni degli allevamenti intensivi e nella maggior parte degli allevamenti di tutto il mondo, per cibo e pelli, per miliardi di persone che ogni giorno si nutrono di ogni tipo di animali, che da quanto si evidenzia da filmati elargiti generosamente nel web – che ha il pregio di rendere note certe orrende realtà -, vengono mangiati anche crudi e persino vivi. 

So che continuerò a denunciare questa orrenda realtà fino a che questa realtà esiste; polli, suini, bovini, pecore, capre, cani, gatti, oche, pipistrelli, serpenti, topi, insetti e qualunque cosa palpiti di vita, tutti mischiati insieme da vivi e da morti negli allevamenti industriali e nelle fattorie piuttosto che nei cortili domestici  addensati, stipati e pressati dalla nascita alla morte, in condizioni igieniche orrende e trasportati in camion, legati e avvolti strettamente in reti come sacchi di patate anche se le patate godono di maggiore spazio dei cani, gatti che si vedono nei video online, dove sono schiacciati fra loro fino a essere scaricati nei mercati dove vengono indifferentemente, suppongo a richiesta venduti vivi, uccisi sul posto o scuoiati vivi,bolliti vivi a fuoco lento, nei mercati stessi o nei cortili familiari, ma davvero tutti gli scienziati non si rendono conto del pericolo insito negli allevamenti di miliardi di animali tenuti nelle condizioni più favorevoli allo sviluppo di infezioni massive e mutazioni opportunistiche? E i politici, i media, pensano che a questi poveri animali si lavino le zampe e vengano disinfettati e possano godere di buona salute e che i loro fiati e umori separati e che se “starnutiscono” o vomitino il loro sangue, possano mettere la zampa davanti alla bocca, ai becchi per evitare di contagiare gli altri, che sono ammassati sopra e sotto di loro? E se un virus presente in un pipistrello vede l’opportunità, che modificandosi un pochino, come i virus sanno ben fare, per trovare altre territori di replicazione, pensano che vogliano rinunciare a simili occasioni?

Virus, batteri e insetti, hanno largamente dimostrato di non essere semplici e stupidi meccanismi biologici di replicazione, esistono da miliardi di anni e non sono affatto nella lista degli esseri viventi in estinzione, abbiamo imparato a difenderci in qualche misura ,ma vincerli è una illusione e tra l’altro sarebbe anche sbagliato e pericoloso, come è sbagliato e pericoloso modificare i vegetali, creando immense monocolture, clonando gli animali o facendo geneticamente aumentare i loro corpi e tutti gli altri esperimenti e stregonerie che ci piace fare e non per conoscere la vita ma per capire come la si possa sfruttare più di quanto non la stiamo già sfruttando. 

Gli OGM sono un pericolo altrettanto grande del cambiamento climatico. Le bombe nucleari ci hanno finora salvati da una terza guerra mondiale, ma gli OGM, i disinfestanti, le monocolture, potrebbero distruggerci senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Ma anche in questo caso il problema è sempre lo stesso, l’avidità del profitto, alleata e complice del delirio di onnipotenza. L’Oro rosso, il sangue degli animali… l’Oro verde, la linfa degli animali vegetali, che possiamo trasformare nell’antico, omnipotente Oro giallo, che non si mangia e non dà vita, ma che ci dà il potere. 

I popoli umani globali sono da sempre in conflitto tra loro, si fanno guerre piccole e grandi, guerre combattute con le clave delle armi e guerre con la clava del denaro, si fanno rivoluzioni per e contro qualcuno e non per delle idee benefiche in senso universale. Si gioca al surrogato della guerra, chiamandolo sport e divertimento, ma in fondo è competizione, una forma di conflittualità mitigata, incruenta ma la sostanza del prevalere, è la stessa della guerra vera. L’impulso barbaro del conflitto pervade l’intera umanità da sempre e si placa solo dopo che ha provocato grandi disastri e massacri, ma per poco tempo, è un circolo vizioso che si ripete,  ma su due cose tutti i popoli della terra e della storia in culture diverse, sono stati e sono da sempre in accordo, fare la guerra e trattare gli altri animali come schiavi e oggetti senza diritti e in misura e modi diversi sono stati sempre d’accordo anche nel sottomettere le donne alle culture e alle varie mitologie inventate apposta per giustificare in pratica il dominio e l’arbitrio del più forte sul più debole. 

Uno stesso destino ha quindi accomunato le specie animali nell’oppressione subita e il genere femminile, proprio perché sia gli animali che le donne, rappresentano la sostanza e l’essenza del mondo vivente. Ho da tempo pensato che la vera ragione per cui l’uomo, cioè il maschio umano, odia e vuole possedere e controllare le donne, non sia solo per soddisfare i suoi impulsi sessuali quando fa comodo, se non in parte, ma per invidia, poiché sia le femmine umane che gli animali, non si annoiano mai, sostanzialmente la loro natura creativamente immersa nell’essenza dei principi vitali, rende le donne e gli animali esseri che sono semplicemente felici di esistere, e questo genera invidia nell’uomo che in fondo sente di non avere questa certezza e pienezza dell’essere dato che ai maschi è stata assegnata una posizione complementare e non sostanziale nel processo creativo e generativo, come del resto lo sono tutti i maschi nel mondo animale, che spesso, dopo aver fornito il loro bagaglio genetico alle femmine vengono tranquillamente eliminati o escono di scena. 

Un uomo non può essere creativo come la donna e non può essere felice come gli animali, perché si è distanziato dalla funzione perfetta che le donne sentono nella loro essere madri, mentre gli animali, maschi e femmine, vivono insieme senza artefici di un cervello razionale opportunista e subiscono da sempre la rapina e l’oppressione della schiavitù. 

Il Re Mida, aveva ottenuto per gratitudine dal dio Dioniso, il dono di trasformare in oro tutto ciò che toccava e questa è infatti, l’ambizione primaria di una umanità governata in grande prevalenza da uomini che per gelosia, invidia e noia, riempiono i loro vuoti esistenziali rapinando la vita degli animali e schiavizzando e imprigionando le donne in modi più o meno evidenti, più o meno oppressivi. Con questo io non scagiono le donne dal vizio umano del delirio di onnipotenza e dalla crudeltà e indifferenza a loro volta verso gli animali, esempi ne possiamo fare molti, donne cacciatrici e impellicciate che sorridono dei pezzi di cadaveri che indossano come trofei e che non esaltano la loro bellezza e semmai le rendono goffe e ridicole belle e meno belle che siano, ma è pur vero che l’amore e l’impulso materno innato le rende più naturalmente sensibili e amorevoli in senso universale, in quanto l’amore materno è un sentimento universale e non potrebbe essere altro. 

Anche nelle società più illuminate da varie rivoluzioni, che hanno dovuto ammettere una condizione di apparente parità tra uomini e donne, resta sempre un sottofondo di predominio maschile, mentre altrove esiste, si attua ed è legge, una vera e propria oppressione e sottomissione del genere femminile. 

Sembrerebbe che questa divagazione sulle specie e sui generi, non sia attinente al tema iniziale di questa riflessione, invece lo è, perché ogni nostra azione e credo, alla fine ha sempre un senso e un riflesso universali. Se siamo buoni per scelta, lo saremo sempre e per tutti, se siamo cattivi e crudeli lo saremo sempre e per tutti, chi uccide un animale con quell’atto supera un confine preciso, il confine fra compassione e una diversa dimensione, passando quel confine, dove la compassione finisce comincia la sua capacità e volontà di assassinare, quindi l’inferno. 

Se sceglie e vuole possedere, una donna, un animale, delle ricchezze, nella sua mente la “funzione” primaria sarà quella di voler possedere qualsiasi cosa. Ecco perché io penso che il tocco di re Mida è la metafora della specie umana. Il potente re che non si accontentava di ciò che aveva ma voleva tutto, usando il potere di trasformare in oro tutto quanto toccava; noi facciamo lo stesso, vogliamo sempre di più quello che non ci serve, non è cambiato niente nei millenni. Non ci accontentiamo mai, come il Mida ingordo pretendiamo e ci illudiamo di trasformare in oro tutto quello che ci circonda mentre in realtà, uccidiamo quello che vogliamo possedere, come re Mida uccide la sua propria figlia toccandola. Solo che la nostra capacità di trasformare gli elementi e di crearne di nuovi non viene da un dio, viene dalla creatività della vita, che ci ha fornito questi micidiali e onnipotenti attrezzi: le mani di cui abbiamo largamente abusato. 

 Per questo diciamo di voler salvare questo “nostro” giocattolo prezioso che non ci appartiene affatto; per la nostra  noia, il nostro vuoto e per invidia, non sopportando la felicità che il mondo vivente esprime, mentre noi, siamo così miseramente infelici, che nel tentativo di costruire un nostro paradiso artificiale in Terra distruggiamo quello vero e al suo posto realizziamo il vero inferno.

Ipocrisia! Salvare il mondo per continuare a rapinarlo di vita all’infinito e non per amore. Ma il giocattolo della vita disprezzata, umiliata e uccisa è delicato, non è come i diamanti, non è per sempre, e non è mai stato un dono. Gli uomini vedono tutto come ricchezze da possedere e da divorare, hanno trasformato le donne in “oro” e le hanno uccise nelle loro esistenze e spesso nelle loro vite, uccidono gli animali per la stessa ragione e uccidono la Vita nella Natura, ma alla fine la Vita non può amare chi non sa amarla e non la rispetta e prima o poi reclama ciò che appartiene al Suo grande Disegno .

Ennio Romano Forina – Gennaio 2020

Splendida, dell’intelletto d’Amore mistica luce,
se tu fossi dea invocherei il tuo aiuto
per infondere benefica ispirazione
in questo arido umano mondo
pieno soltanto della sua follia,
dove solo poche anime generose,
vaganti nei deserti dell’indifferenza,
ferite dall’invidia e dalla supponenza
ora si aggregano alle forze della Vita
per far scudo con i loro cuori
agli esseri viventi e alla loro libertà,
ma ancora assistono impotenti
nella furia che aumenta,
allo scempio umano che distrugge e uccide
senza rimorso e senza compassione.
Solo un’anima vera può sentire
di un’altra anima la presenza e l’energia
e con quell’anima saggiamente congiungersi.
Anime vere dunque, nella tua luce immerse
mentre le altre sempre insoddisfatte,
nel loro erratico vagare intorno
vogliono solo saziarsi di rapina e di possesso.
Non hanno mai davvero conosciuto
del tuo intelletto la visione,
ebbre di tutto quello che come una droga
non soddisfa ma rende soggiogati,
non nutre e non sazia mai
nemmeno quella parte di mente

che è la fedele alleata della pancia.

Hanno paura di restare soli e non lo sanno,

ma invece di nutrirsi della compagnia

di tutti gli esseri viventi

se ne stanno insieme ad altre solitudini

tra la paura di essere uniti fra loro

e il terrore di essere disgiunti e alla deriva.

Odiano ciò che vorrebbero amare

e finiscono con l’amare

ciò che dovrebbero invece detestare,

disprezzando chi tuttavia li ama

e inseguono chi non li desidera davvero,

in dislivelli di coscienze e barriere di diffidenze,

e per non saper riconoscere l’amore

si perdono inesorabilmente

in precipizi alternanti a impossibili salite,

nel loro andare incerto e senza direzione.

Ingenue menti, che confidano nelle nullità.

Mani tese invano, verso mani ritratte

che si tendono e annaspano

nel vuoto abisso delle incomprensioni.

La paura nuova è un involucro, una corazza

non la crisalide di una trasformazione

ma una bara, in cui sono estinte le più alte percezioni,

che non difende come quella antica,

ma incatena e lega agli artifici

negando l’essenza vera delle cose,

rende orfani e persi nello sperduto mondo

fatto di certezze vane e senza consistenza.

Nemmeno il ricordo orrendo della storia

che rinnova i suoi orrori senza fine,

come se mai fossero successi,

serve a dare alcuna direzione,

dicono di non aver bisogno di nulla

mentre annaspano, aggrappandosi ai relitti

dei vascelli delle presunzione,

milioni di volte naufragati

che senza timone, spinti dai venti dell’ego,

erano stati lasciati andare alla deriva,

perdendosi senza capire che i cuori

sanno dove approdare meglio delle menti,

loro invece vanno eternamente

alla ricerca di sostegno e di un riferimento

che li renda falsamente felici solo per sé stessi,

egoismo puro, questo è il fatale errore,

cercare senza sosta la felicità propria

mentre basterebbe seguire i veri palpiti dei cuori,

verso l’armonia, come tutto ciò che esiste,

eppure non lo sanno ancora,

non possono vedere dove si son smarrite,

ancora prima di iniziare il viaggio.

Come la volpe di una antica favola

disprezzava l’uva fuori della presa,

così l’umanità disprezza sé stessa,

perché non sa parlare alle sue parti,

e pensa che siano esse a non comprendere

parole che non hanno alcun valore di sostanza.

Umanità che si prende cura dell’oggetto

che non dà sensazioni mentre sopprime

le sensazioni vere che pulsano di vita.

Spianano territori immensi, boschi e piccoli giardini,

pensando che ciò che è sterile è sicuro,

si chiudono al sentimento che impaurisce

perché non si può sentire nulla

senza prima abbattere le inutili difese

contro una paura sconosciuta

che non è altro che la paura senza nome,

solo la paura di sé stessi.

So, di molte anime belle,

che tra le rovine dei sentimenti,

si schiudono come fiori anelanti alla luce dell’amore,

affiorano persino dai terreni ostili e spenti,

anche senza nutrimento provano a splendere

ma sono presto deluse, ferite e calpestate

e strappate a tutte le speranze.

Eppure non si stancano mai,

e ancora provano a spuntare come erbe ostinate

tra i detriti e le scorie degli oltraggi,

tra i ceppi e i sassi devastati dal passaggio

dei divertimenti delle mandrie umane.

L’amore che unisce due corpi

non è lo stesso che unisce due destini,

in un viaggio parallelo di anime cercanti,

in un gioco di attrazioni e conoscenza senza fine,

due corpi possono restare insieme

anche per sempre o per lungo tempo,

senza che le anime arrivino a toccarsi,

ma quello non è amore, è una convivenza,

essere uniti così è solo un’illusione,

perché un’anima possa un’altra anima sfiorare,

deve uscire dai labirinti della mente,

saper rifiutare le lusinghe che la ragione offre,

in cambio del tocco dell’essenza delle cose.

Amore non è un pacco di condizioni senza rischi

le attitudini umane falsate dalle convenienze,

affondate nel perfido egoismo,

nella paura di commettersi, di impegnarsi,

desiderando di avere ciò che non si ha

mentre si fugge da ciò che si può condividere,

amare è ben più che una connessione

o un mutuo scambio di favori,

amare è una fusione di libertà diverse,

che non perdono loro indipendenza

pur essendo unite in un viaggio senza fine

di flussi di energie che si allacciano

e si sciolgono in continuazione,

e l’una nell’altra riemergono rinnovate

generando inestinguibili ricchezze.

Tale è l’inconsistenza delle scelte,

la paura di scegliere e di essere scelti,

la paura di spendere sé stessi nelle relazioni,

di impoverirsi, nel legame e star senza legami,

eppure basterebbe donare amore e comprensione

come tutti gli animali sanno dare il loro amore,

la loro alleanza, il loro cuore

e invece noi come orchi orrendi li mangiamo,

noi, veri mostri, non come quelli immaginati e falsi

delle orrende menzogne che raccontiamo ai bimbi

che da noi imparano subito

a mentire a sé stessi ed alla vita.

Basterebbe il coraggio d’esser veri e aperti,

e saper tendere le mani,

senza paura di immergere lo sguardo

nello sguardo di un altro essere vivente

e capire che solo da quel vitale flusso di emozioni,

deriva la vera conoscenza

che vuol dire vera unione,

senza essere prigionieri

questo oggi a volte avviene

nella neutralità virtuale

dove non servono regole e barriere

che nella realtà sociale la diffidenza impone

ma non basta, è come dissetarsi

solo di acqua immaginata.

Siamo atomi, molecole, cellule di energie

che vogliono ad altre energie essere unite

verso gli stati armonici

che tutto l’universo in sé stesso cerca

e da sempre sa trovare

ma noi viviamo nella paura antica

che da molto tempo è divenuta angoscia

per il cattivo uso del raziocinio della mente

che ha fatto scempio di ogni verità

pur di avere la scusa

di uccidere la vita per predarla,

di tutte le sue ricchezze ed energie,

riempiendo le mani con il fango sterile

e gettando via i germogli preziosi della vita.

Nella paura del proprio destino ignoto

nascono i germi della prepotenza.

Ma il destino vero resta ignoto

perché per sciocca convenienza

altri destini falsi sono stati costruiti

è come andar nel buio verso un precipizio.

Non la paura dei pericoli concreti,

di cadere e di essere aggrediti,

necessaria che come il dolore, servono

per la sopravvivenza,

la paura distruttiva è quella esistenziale

che solo noi abbiamo e la chiamiamo angoscia.

Gli altri animali conoscono la benefica paura

di una giusta reazione ai pericoli

perché essi sanno che vivere è un dovere,

il tempo necessario a svolgere il compito

ma per sconfiggere e contenere

questa paura umana dell’essere

occorre profondamente riconoscere

i fenomeni vitali e con loro cercare l’armonia,

poesia e bellezza di ogni tipo dunque,

come quando da bimbi il nutrimento

più desiderato era la meraviglia.

Serve il riflesso di quel che siamo

oltre lo sguardo circoscritto e ottuso,

e carpire dal Cosmo la sicura ispirazione

solo quando usciamo dalle nebbie deformi della mente

ritroviamo lo stupore dell’incanto

delle percezioni ripulite dalle scorie e dai detriti

della ragione asservita all’egoismo insano

senza voler sempre imprigionare,

cambiare , costringere tutto ciò che ci circonda

alla nostra visione alterata che non rispetta

il senso e l’armonia del mondo vivente.

Serve stare attenti solo a non ferire mai

nessun anima vivente, nessun paesaggio,

nessun oceano splendente,

ma saper ritrovare anche in un filo d’erba,

in un sasso scolpito dal vento

e dallo scorrere di un fiume,

nelle chiome arboree volte

verso le onde dello spazio immenso,

nel fremito delle ali di un insetto,

il battito del cuore e quello delle stelle.

Ennio Romano Forina

Nella Ragione e nel Mito della Felicità

Infine, perché dovremmo pensare al concetto di felicità come se fosse uno stato assoluto e perfetto di beatitudine? Cosa vogliamo che sia, il Paradiso, il Nirvana, luoghi privi di dolore, ma anche privi di libertà, di desiderio e quindi di creatività, oppure luoghi in cui siano soddisfatti tutti i piaceri di solito riservati al genere maschile – che strano -mentre al genere femminile sarebbe demandato unicamente il compito di “fornire” questi piaceri.
Certo, l’idea della felicità è fortemente inquinata e distorta da tutte le religioni le cui dottrine e dettami erano generalmente scritte da menti e mani maschili e purtroppo, di recente, anche dai sacerdoti della ricerca scientifica di ambo i generi, se pensiamo che costoro in tutto il mondo stanno studiando e realizzando pillole che fornirebbero quelle dosi di felicità finalizzate a mantenere in vita artificialmente, esistenze e coesistenze, senza energia vitale e senza amore, vale a dire matrimoni e qualsiasi tipologia di unioni fallite, che potrebbero così rinsaldare e resuscitare rapporti spenti, acquistando nel mercato delle passioni i prodotti titolati della molecola della felicità.
Quindi dovremmo aver fiducia in una scienza che fornisce la felicità in dosi ottimali, così come si fornisce il latte ai poppanti, in modo tale da diventare ancora più incapaci di imparare a costruire da sé, con l’impegno e la sincerità dell’anima, gli elementi e i momenti felici, invece di andarli a comprare in farmacia o farseli prescrivere dal medico di famiglia?
Non è forse questa la ragione per cui così tante persone usano droghe che dovrebbero rendere la loro vita più interessante e le loro performance più brillanti? Piuttosto, questo ricorrere a infusioni di onnipotenza invece di renderci più perfetti e felici in realtà ci rende più simili agli insetti sociali, gli imenotteri, tanto che per analogia con quello che il genere umano sta diventando da spingermi tempo fa, per riflessioni analoghe, a coniare il termine di “Umanotteri”, che si adatta davvero a decifrare e delineare, in questa era altamente tecnologica e scarsamente etica, gli aspetti sempre più omogenei, conformi e impersonali degli individui. Ma perché poi la felicità dovrebbe essere un assoluto? Come tutto ciò che esiste nel divenire dinamico delle cose, elementi e stati di armonia sono frammisti ad altri stati di perturbazione e con essi devono convivere inesorabilmente.
Si può essere felici a vari livelli, per alcune ragioni o circostanze e al contempo provare sofferenza e dolore per altre ragioni e circostanti concomitanti, questa è la realtà e direi giustamente e per fortuna, poiché nessuno vorrebbe vivere una felicità che da un lato proteggesse da qualsiasi attacco del destino o delle azioni malevoli altrui, lasciandoci indenni da ogni calamità, ma al tempo stesso condannandoci ad una morte sensoriale, non solo del corpo ma anche dell’anima. Credo che l’intelligenza cosmica sappia meglio di noi gestire il senso della vita “organica”, facendo in modo che la felicità assoluta sia e resti inarrivabile, poiché se fosse possibile raggiungerla e imprigionarla in noi, sarebbe la fine certa della libertà creativa che si svolge nel fluire degli eventi e nella volontà individuale nel contrasto di stati differenti e la morte conseguente dell’anima.
Una prigione di pietra non è diversa da una prigione d’oro, si muore comunque in tutte e due. Io penso che invece di cercare la felicità assoluta, si debba essere impegnati a costruire stati e condizioni possibili di felicità imperfetti, lasciandoli liberi di svanire come svaniscono i sogni, così da avere lo spazio e la capacità di ricrearne sempre di nuovi parzialmente felici. È così che funzionano le cose nel Cosmo, ma non qui da noi, purtroppo.
Ennio Romano Forina / Colori e pensieri di un incipiente autunno.