Dominatori del Destino

Per quanto possiamo tentare di controllare i nostri destini
abbiamo solo un debole potere su essi
possiamo solo resistere o rassegnarci
cercando di contrastare le avversità
ed ogni improvvisa o annunciata tempesta
che attraversi il sentiero della nostra vita
consapevoli o meno del suo arrivo
o del tutto ignari e colti di sorpresa
per quello che vogliamo decidere
o per il volere e la ragione di altri che siano contro o amiamo.
Per sentimenti d’amore persi o ritrovati
per malintesi o comprensione
per errori o giuste cause
per abbandoni e nostalgie
per tutti i pensieri espressi
per le parole non dette
rimaste celate nei recessi dell’anima
per tutte le inascoltate parole vaganti nell’aria
trascinate dai venti alla ricerca del prescelto cuore
su cui posarsi a generar nuova vita
per tutti i sorrisi repressi e le lacrime versate
per l’amore raggiunto e perso
per la gioia regalata e spesa
per l’amore inesausto che si nutre dei sogni veri che nascono
e si riconoscono nella limpida notte illuminata dalla luna
mentre nella nebbia si formano solo le illusioni.
Ma a dispetto di quello e quanto siamo riusciti a dare e fare
nonostante ogni dolore e delusione
o durevole o effimera felicità raggiunta
vedremo sempre innanzi a noi le due stesse vie
che dal principio sono state aperte
una della rassegnazione, l’altra della resilienza
se avremo osato nonostante tutto a non cedere
all’impatto tremendo del destino.
Oltre la nostra volontà e oltre le speranze
ciò che alla fine veramente conta
non è quello che siamo riusciti ad ottenere
ma la sincerità, la profondità e la forza dell’Amore
che ha guidato la nostra volontà e il nostro agire
perché se non possiamo dominare i nostri destini
di sicuro possiamo guidare le nostre anime.

Ennio Romano Forina 25 Aprile 2018

L’Essenza del Bene e la Non-Essenza del Male

Quantunque gli effetti del Male possano essere infiniti, il Male non esiste come entità. Laddove il Bene è un’Energia che cerca senza soluzione di continuità la perfezione e l’Armonia cioè l’Amore universale – è questo è appunto quello che accade nel Cosmo – Il Male altro non è che l’“assenza” del Bene e quindi della energia creativa dell’Amore. Dove non c’è il Bene si produce il Male con i suoi infiniti aspetti, che però a differenza del Bene, che si può generare e realizzare anche se imperfetto e per gradi, il Male può essere solo e unicamente perfetto… perfettamente il Nulla. 
Ecco perché chi invece di cercare l’Armonia con il Tutto, il mondo vivente intero rispettandolo e amandolo, nell’atto stesso di distruggere, riceve la sua punizione, distruggendo se stesso nella sua scelta di progredire verso il perfetto Nulla.

Un esempio concreto per questo concetto?

Se siete in grado di provare empatia e compassione e desiderate aiutare un altro essere vivente qualsiasi, vuol dire che riconoscete e sentite la sua anima e stabilite con essa una connessione creativa dinamica e vitale, vale a dire: Cosmica e insieme a buon diritto rientrate nel flusso delle armonie cosmiche creative.
Se lo uccidete vuol dire che non siete in grado di sentire né la sua né la vostra anima che se non è ancora del tutto annullata è nel processo di esserlo poiché senza connessioni intime con il “Tutto” Cosmico e ogni sua singola parte non c’è esistenza.

L’Anima è come una singola goccia d’acqua che deve unirsi alle altre gocce e procedere verso il grande oceano con tutte le altre gocce, sorelle e amiche e amate. 
Nessuna anima da sola, può progredire nel sentiero e nel flusso dell’Armonia e dell’Amore.

Ennio Romano Forina

Il Clima cambia perché la mente umana non cambia.

La ragione del cambiamento climatico non deriva direttamente dall’inquinamento ambientale, ma dall’inquinamento della mente umana che da millenni ha creduto, sbagliando, di poter appropriarsi impunemente di questo pianeta e di tutta la vita che ospita, pensando, con ogni tipo di pretesto fantasioso che il pianeta stesso gli appartenga .
Le giovani generazioni che ora manifestano per arrestare questo processo al grido di: – Salviamo il “nostro” mondo e il “nostro” futuro! –
dimostrano di non aver capito che è proprio nell’idea e nell’uso dell’aggettivo “nostro”, l’origine del devastante impatto delle egoistiche attività umane, del male e delle sofferenze che facciamo subire agli altri esseri viventi, e che fra non molto inizieremo a subire anche noi in pieno.
Il pianeta non è “nostro”, non lo è mai stato, noi siamo solo le cellule impazzite di un organismo che nella loro crescita esponenziale e con le loro azioni, con lo sfruttamento incontrollato, hanno spezzato tutti gli equilibri
e stanno distruggendo gli altri organi sani dell’organismo Terra .
Non si può sperare di arrestare un così immane e devastante processo , inneggiando alla ragione principale che è la causa del processo stesso;
il letale e nefasto pensiero che il mondo sia “nostro”.

Ennio Romano Forina

Comma 22 dell’Amore e della Gelosia Insana

Siccome l’amore vero è altruismo puro, come quello di una madre per i suoi figli, non può mai essere possessivo e violento e quindi non può diventare egoistico e distruttivo con il pretesto di eventi e cambiamenti, non essendo tale la sua essenza.Si devono quindi distinguere due tipi di gelosia, di segno e natura opposti,una è la gelosia del possesso e della dipendenza da una persona come se fosse una droga, compensativa di una carenza, di un vuoto nell’anima, l’altra è quella della cura, della protezione e della dedizione alla di qualcuno che si ritiene prezioso e che si vuole difendere da tutto ciò che è espressione di volgarità, brutalità e barbarie, nel rispetto delle reciproche libertà di scelte ed esistenziali. La prima forma di gelosia esprime la prepotenza insita nell’idea insana che qualsiasi legame generato da un’esperienza di conoscenza debba essere per forza indissolubile, cosicché questa gelosia possessiva diviene un serbatoio di energia distruttiva che può facilmente esplodere nella violenza, l’altra è una pura espressione di amore che non può mai essere violenta se è vera, perché l’amore vero non può essere violento altrimenti non è amore.
Così qualsiasi gelosia che diventa violenta, non può mai essere una degenerazione dell’amore, poiché la violenza è antitetica all’amore, ma è una degenerazione incontrollata della prepotenza “mistificata” da amore.
Non si invochi mai quindi l’amore né una“tempesta emotiva” come attenuanti alla violenza della prepotenza e della gelosia del possesso,
che è del tutto priva di veri sentimenti di amore.
Ogni azione criminale contro le donne, ogni femminicidio passionale, presuppone in sé una premeditazione cuturale, perché chi lo compie, di fatto ha stabilito e coltivato nella propria mente il concetto che amare significhi possedere.

Ennio Romano Forina

L’Anima del Gigante e i Nani dell’Anima


Ho scritto questo poema il 22 Febbraio 2018, dopo aver visto il filmato di un Toro che nell’arena di una corrida, si è ribellato fieramente al gioco infame riuscendo a saltare oltre le barriere, invadendo i palchi alla vana ricerca della sua libertà e ora pascola nei campi puliti del cielo, sopra il marciume di questo mondo umano.

I wrote this poem, based on a real filmed event of a couple of years ago, when a bull was able to jump over the fences trying helplessly to reach his freedom over this human rotten world.
“HO SOGNATO IL TORO NEI PRATI LIBERI DEL CIELO, MACCHIATI SOLO DAL ROSSO DEI PAPAVERI E NON DEL SANGUE…”
Ho visto il Toro scavalcare lo steccato e arrampicarsi sugli spalti,
ho visto la sua dignità, la sua anima, nell’anelito di libertà.
Ho visto fantasmi sui palchi, ebbri di sangue vermiglio
fuggire vilmente all’impeto del coraggio e della ribellione.
Ho visto poi il Toro arrancare nella gabbia di panche
troppo intricate che imprigionavano impietose le possenti zampe
su un crinale di colle proibito, inaccessibile per lui.
Oltre l’arena infame, forse c’erano liberi, ma irraggiungibili
i prati splendenti nei raggi del sole,
dipinti di verde e soltanto del rosso dei papaveri
ma all’interno dell’orrendo festoso cerchio mortale
solo un sole di sangue bagnava la sabbia
calpestata da demoniache figure di grumi sinistri.
Malefiche ombre scatenate per dare tormenti di lance e pungoli,
forgiati nelle fucine d’inferno,
ed eroi fantocci sui costretti cavalli, ricoperti dalla gloria del nulla,
mentre dagli spalti e dai banchi ondate di perverso clamore
e urla di piacere inneggiavano ai colpi di pungoli e sprizzi di sangue.
“Breaking news!: Per i media: “Il dramma sfiorato!”
Nessuno ucciso, nessuno ferito!
Nessuno”. Dunque il Toro è nessuno?
Solo rantolo di morte e di sangue?
IL SOGNO
Ma più tardi, la realtà di una cronaca confluisce in un sogno
e io ho sognato il coraggioso Toro, sconfitto
ma non dalla morte umiliato,
ho visto il suo corpo nell’arena esplodere in mille getti di sangue
che si riversavano sugli spalti della cerchia infame
gremita da umane sinistre figure piccole e grandi,
dalle bocche bavose e braccia esultanti,
occhi di vetro ed ebbri di scherno
del dolore inflitto a intervalli di morte
ho visto la loro sadica voluttà nel vedere
la forza ansimante di bava sanguigna
privata pezzo a pezzo dal nobile corpo possente.
Spettatori gaudenti del male e della sofferenza,
frementi dalla bramosia del sangue,
che ora ricadeva su loro e tutti cercavano di coprirsi
e ancora dimenandosi volevano farlo scorrere via
ma il rosso fluido continuava a coprirli
e macchiava vestiti, corpi e volti continuando
a fluire dal corpo lacerato del Toro ribelle,
in mezzo alle file di comode panche.
Fiumi di rosso continuavano a uscire come soffi di fuoco
schizzando in alto, eruttando fiotti di lava rubino
che colmava gli spalti scendendo in rivoli e torrenti
trascinando nei gorghi e in fondo tutta la folla
che adesso più non rideva, e travolta,
alla fine affondava in una marea rossa spenta di urla,
mentre ormai nel centro dell’arena già colma,
altre mille bocche di sangue si aprivano
dei mille e mille Tori uccisi nel tempo.
IL RISVEGLIO
Ma i sogni sono solo sogni
e tutto questo non accade e non avverrà.
non in questo modo, non in questo mondo, non in questo tempo.
Tutti i Tori incolpevoli sono morti così, trafitti e smembrati,
uccisi già moribondi e stremati, da spade vigliacche,
uccisi due, tre, cento volte e solo per sadico gioco,
costretti alla rabbia dai giocolieri di morte,
dai mille anni prima e forse ai mille futuri,
finché questi occhi umani godranno del dolore e della morte altrui.
E il diluvio del sangue non è un sogno,
né un’illusione è l’orrenda, continua realtà
ma, mentre l’anima dei Tori sale libera nei prati verdi del cielo,
qualcosa davvero si perde e affonda per sempre
sono le anime spente soffocate dal sangue che hanno fatto versare.
E tutti quelli che godevano nel vedere quel sangue
dalle narici e dal corpo generoso, sgorgare fumante,
alla fine credono di poter uscire indenni
dall’atroce scena, con i loro corpi e vestiti puliti,
ma sono le loro anime per sempre macchiate
dalla rossa scia di sangue e di sabbia del corpo trascinato via.
Escono ridendo e soddisfatti dall’odore di morte,
senza sapere di aver lasciato in quel luogo di morte perversa
anche le loro spente anime, nel sangue dell’arena a imputridire.
Ennio Romano Forina 2018

Forever “8”

Le feste si fanno per celebrare le vittorie, per la fine delle guerre, delle invasioni, delle tirannie e delle ingiustizie, ma sappiamo bene che nella realtà attuale non è finito niente per la maggior parte delle donne che continuano a subire molti degli stessi soprusi che subiscono da secoli a vari gradi e livelli. Ed anche nelle situazioni più rosee, l’egemonia maschile continua ad imporre ovunque al genere femminile condizioni esistenziali durissime.
Si dovrebbe invece celebrare un processo, in cui il genere maschile universale è stato ed è tuttora imputato di una violenza collettiva e continuativa sull’anima e sul corpo delle donne, che le priva dei diritti fondamentali e le obbliga a subire violenze motivate da pretestuose e false ragioni, preconcetti ridicoli e dettami fantasiosi di origine ultraterrena.

Al contrario, questo dovrebbe essere il giorno del pianto e del pentimento, del riscatto, della restituzione e della resa e quindi del pagamento dei danni di una guerra che il genere maschile ha di fatto dichiarato alle donne da millenni, mentre questa celebrazione folkloristica si consuma nell’arco di un sol giorno come un fuoco di paglia senza influire sull’ingiusta e oppressiva condizione attuale di miliardi di donne nel mondo. Meglio sarebbe se i governi ed i parlamenti di tutto il mondo fossero pervasi da un nuovo pensiero illuminato e dall’ammissione di un crimine che è ancora in corso d’opera.

Per fare qualcosa che veramente tenda ad ottenere la fine della schiavitù delle donne, e realizzare una vera rivoluzione etica che condanni chi è colpevole e liberi chi è schiavo, si devono cercare i moventi che hanno spinto al delitto generazioni e generazioni di uomini che nella loro gretta ignoranza e abbietto egoismo sono andati contro e hanno fatto soffrire le stesse donne che li hanno generati, nel perpetrare la falsità di una pretesa inferiorità del genere femminile. Quindi la domanda è: quali sono le ragioni e perché questo è potuto succedere?

Le aggregazioni di uomini si sono sempre fatte la guerra tra loro per dominare, depredare e imporre le proprie credenze e i propri costumi, ma su una cosa tutti i popoli maschili del mondo in ogni epoca sono sempre stati d’accordo: sottomettere le donne privandole di tutti i loro diritti e della libertà e di fatto di renderle schiave delle esigenze maschili con scuse artefatte ed ignobili, imposte sfruttando la maggiore forza fisica ma sopratutto con il complotto numerico ai loro danni. Il genere maschile ha da sempre sostenuto queste falsità per sottomettere e sfruttare le donne a suo vantaggio e per garantirsi una sicurezza esistenziale che da soli gli uomini non hanno, ma avendo imparato nel corso dell’evoluzione a collaborare per sopravvivere alle situazioni ambientali, ai pericoli, agli attacchi dei predatori più grandi, hanno sviluppato la capacità di aggregarsi che alle donne interessa meno per via della loro essenziale funzione di generare nuova vita che si svolge in un ambito esistenziale più circoscritto e ha per loro naturalmente una importanza primaria ma che non esclude tutte le altre attitudini di libertà e genio di cui sono state rapinate. 
Moltissimi maschi umani sono come animali smarriti che senza un riferimento femminile vagherebbero senza direzione e senza ragion d’essere e le donne rappresentano il loro riferimento esistenziale, il porto sicuro che calma e fuga le loro angosce, il sedativo dei loro terrori primari e il trastullo egoistico superficiale dei loro sensi, non per dare ma sopratutto per riceverne soddisfazione, altrimenti se così non fosse stato, se fossero stati amanti sensibili e altruisti e non rapinatori, non le avrebbero mai sottomesse. L’evidenza sta nel fatto che per garantirsi una stabilità che da soli non hanno, invece di evolversi dotandosi di una loro propria direzione esistenziale, hanno scelto la via più semplice e brutale: la predazione e il parassitismo attaccandosi e sfruttando la stabilità innata che ogni femmina ha in sé, avendo la certezza esistenziale generatrice ed anche una relazione più intima ed intelligente con l’intelligenza della Vita…ciò che definiamo Natura. 
Persino le menti illuminate di filosofi come quelli greci antichi sono cadute nella mistificazione evidente della realtà ignorando e disprezzando le capacità intellettive delle donne che non solo non sono inferiori agli uomini ma li superano in molte espressioni di intelligenza pratica e speculativa ed anche in intuito e percezione. Tant’è che un altro aspetto vergognoso del crimine millenario maschile è stato quello dell’aver sempre inibito, represso e impedito le loro attitudini intellettuali e artistiche e aver steso un velo di oblio sul pensiero storico femminile, imponendo anche alla scienza un carattere arbitrario e prepotente maschile.

È quindi la paura del maschio la causa primaria di questa immane ingiustizia che risiede nella natura stessa di un animale che anche se non è dotato di zanne ed unghie di fatto, le possiede nel suo cervello e che lo rendono il predatore più feroce e prepotente che sia mai esistito su questo pianeta. Nella combinazione nefasta degli elementi paura, vuoto, forza fisica e capacità aggregante degli uomini insieme alla predisposizione della mente umana a distorcere le evidenze a proprio vantaggio, risiede la fonte di questa persistente vergognosa ingiustizia che le donne ancora subiscono dal pensiero circoscritto della maggior parte dei popoli e che in tutte le epoche e culture ha assunto forme e dimensioni mostruose e nel tempo ha causato e causa sofferenze immense a loro danno. Senza questa consapevolezza le cose non cambieranno di molto e per molto tempo, sempre se la inarrestabile follia predatrice e distruttiva umana consentirà a questa specie ed al mondo di avere ancora un po’ di tempo per cambiarle. Ennio Romano Forina

Riposando su Marte presso l’acqua. Resting on Mars near the water.

Too Good To Be Forgotten…”
Le buone memorie arricchiscono,
le cattive possono rendere più saggi.
Ma abbiamo bisogno di mantenere nelle nostre menti e anime tutte le esperienze, perché quello che è stato buono diventa direzione e quello che è stato cattivo diventa conoscenza e la capacità di discernere fra i due stati. Ennio Romano Forina

Scelte/Choices

Non ci sarà mai nessun altro tempo o luogo
diverso da qui e adesso,
in grado di elevare ciò che in noi è mediocre,
o di degradare ciò che in noi è elevato.
Siamo noi il luogo, il momento e la volontà
che realizza l’uno o l’altro stato.


There won’t be no other time or place
different from here and now,
that can elevate what in ourselves is mediocre
or degrade what in ourselves is elevated.
We are the place, the time and will,
which can realise one or the other state.

Ennio Romano Forina

Gli “Umanotteri”, la tecnologia e la fine dell’Etica Superiore

Non è un errore, ma un’analogia che ho coniato per definire la specie umana nella sua attuale realtà esistenziale, nei comportamenti collettivi e nel funzionamento che si avvicina sempre più a quello degli insetti sociali: gli “Imenotteri, vale a dire Api, Formiche, Termiti… che si comportano non come soggetti individuali ma come parti,cellule di un singolo organismo, essendo costretti a specializzarsi in capacità diverse e rigorose ma dipendenti e complementari fra loro. In pratica, ciò che costituisce gli organismi viventi che sono appunto fatti di unità biologiche (organi) e cellule con compiti diversi ma interagenti nell’esistenza e nell’interesse dell’organismo stesso. Quanto più la società umana diviene complessa e deve affidarsi alla tecnologia e alla burocrazia per funzionare, tanto più i suoi componenti finiscono col diventare simili alle cellule di un organismo che si modificano e specializzano per svolgere compiti essenziali e per mantenere in funzione l’organismo stesso. Poiché sia la tecnologia che la burocrazia richiedono automatismi di ideazione ed esecuzione ormai non più dettati e guidati solo dalla mente umana ma dalla tecnologia stessa che ne suggerisce tutti gli sviluppi possibili e gli utilizzi ulteriori. Questo fenomeno di spersonalizzazione degli individui e delle loro capacità speculative ed inventive fuori da ogni schema, conduce a dei percorsi obbligati di specializzazione in ogni campo, dai più umili a quelli più importanti, ma questo non fa differenza poiché nell’organismo “mondo umano” (città) che replica in tutto e per tutto, l’organismo stesso, – solo in misura molto più grande e impiegando materiali più resistenti, – ha come risultato un progresso tecnologico velocissimo, ma al tempo stesso un regresso delle peculiarità creative e intuitive proprie della specie ed ha già avviato un processo ormai inarrestabile di decadenza di queste peculiarità e quindi anche dell’etica superiore, così come non vi è un’etica creativa in un alveare o un formicaio ma solo l’etica di ciò che è opportuno per affermare l’esistenza dell’unità formicaio o alveare nel mondo vivente. Ennio Romano Forina

Il paradosso di Amore e Morte nella morale umana.

Nel costume dei popoli civilmente progrediti, la nudità dei corpi umani in luoghi non appropriati si chiama oscenità, ma non si pensa mai all’oscenità della morte violenta che viene invece celebrata in innumerevoli modi e rappresentata liberamente come “entertainment” anche ai piccoli di questa evoluta società umana. In altre parole, si considera moralmente accettabile mostrare loro come si distrugge la vita, mentre gli si nasconde come la si genera. E se questa rappresentazione di morte diventa persino materiale didattico, allora vuol dire che gli stessi adulti sono come quei bambini prepotenti che si divertono a smembrare le preziose “bambole” della vita che disprezzano perché non sanno come interagire con loro e solo perché hanno il potere di farlo in questo mondo che ritengono proprio. Quindi il messaggio che viene così trasmesso alle nuove generazioni è che: “Il mondo è il vostro giocattolo” – Senza avvisarli del fatto che i giocattoli non sono per sempre”. Ennio Romano Forina

L’Impero Tecnologico

Se l’anima, la ragione e l’etica del genere umano avessero conseguito risultati evolutivi comparabili a quelli del progresso scientifico e tecnologico, questo pianeta sarebbe un posto idilliaco nel Cosmo e tutto il mondo vivente potrebbe finalmente essere libero dalla prepotenza e dall’oppressione brutale che questa specie esercita da sempre anche contro sé stessa, usando forme di crudeltà inesistenti in Natura e continuando ad inventare molte fasulle mitologie e ragioni fittizie per giustificare la sua
incontenibile ambizione di prevalere su tutto e di impossessarsi di tutto.
Al contrario, le ultime generazioni dimostrano nei fatti, di cercare sopratutto i risultati pratici e proficui nella conoscenza e di essere ancora ferme a livelli primordiali nei valori etici e intellettivi profondi in modo che, mentre l’intelligenza sempre più asservita alla tecnologia, progredisce velocemente nel suo delirio di onnipotenza rendendosi spesso strumento e complice delle peggiori devastazioni e del perverso sfruttamento di tutte le forme viventi, una nuova, stratificata, pervicace ignoranza continua ad affermarsi ovunque, non diversa da quelle che hanno contraddistinto i tempi più oscuri impedendo una vera evoluzione dell’etica e destinandola a subire un processo inverso altrettanto rapido di dissoluzione e assoggettamento allo strapotere della tecnologia e di tutti i suoi controllori non controllati e non controllabili, nel bene e nel male.
Ennio Romano Forina

Absit Iniura Verbis

Molte persone prive di facoltà dialettiche usano come metodo di confronto con gli altri ingiurie infantili e satira rudimentale, perché non sanno sostenere un dialogo basato sulla logica delle cose e sul semplice riconoscimento delle evidenze. In un’era di decadenza quale è quella attuale, il ricorso all’insulto al posto del ragionamento è tristemente diffusissimo, ma inaccettabile quando proviene dai pulpiti mediatici che dovrebbero promuovere il dialogo risolutivo e costruttivo non l’irrisione gratuita degli antagonisti.

Gli smaliziati imbonitori del popolo che prediligono invettive e giudizi sommari per denigrare gli avversari, forse riescono in questo modo a dare colore alle loro dichiarazioni fatte di stereotipi privi di sostanza, ma quando si tratta di dare un reale contributo di idee diventano improvvisamente balbuzienti.

Illuminati pensatori e filosofi di 2.500 anni fa elaboravano pensieri che la maggior parte degli individui moderni allevati nelle culle tecnologiche non sanno minimamente decifrare, altrimenti i loro stili di vita cambierebbero radicalmente e le cose che insegnerebbero ai loro figli sarebbero molto diverse. Non serve a niente imparare a scuola il significato i principi di base della società civile se poi questi non vengono applicati nella vita pratica, la virtu è un concetto molto ampio che si può esprimere in diversi livelli esistenziali ma una delle sue modalità più basilari è l’attitudine sincera tesa a migliorare i rapporti tra le diverse esistenze, con il rispetto innanzi tutto delle differenze, perché quando le differenze non possono più essere discusse esse diventano antagonismo fazioso e allora il conflitto è inevitabile.

L’insulto è antitetico al dialogo, per questo è così pericoloso, oltre l’insulto, tutte le situazioni piccole o grandi che siano possono diventare rovinose. E in questa costante diatriba generale, che somiglia molto più a una lite condominiale fatta di contrapposizioni feroci su questioni irrisorie è notevole l’uso e l’abuso di insulti senza senso, di terminologie del tutto inappropriate, di insulse frasi infantili, di epiteti e dileggi che non significano nulla e che nulla hanno a che vedere con le reali ragioni delle contrapposizioni. I media televisivi propongono programmi politici con satira unidirezionale dove si pronunciano feroci battute maliziose aspettando il prevedibile applauso di una claque ammaestrata, paracomici e guitti che indirizzano commenti da quarta elementare, conditi da rappresentazioni grafiche di poco dignitose attività fisiologiche. Opinionisti di rango che offrono alle interviste le loro convinzioni inalterabili e indiscutibili, enunciate come assiomi e postulati che non hanno affatto bisogno di essere dimostrati nella loro concretezza. E poi l’uso indiscriminato di parole e avverbi il cui significato viene distorto e reso irriconoscibile da una incultura di massa conformista e pigra. Prendiamo ad esempio alcuni di questi: perchè una persona abbietta debba essere denominato “bastardo” mi è difficile capire.

Questo tipo di insulto è usato per lo più nella sfera del privato, ma il termine originario, certamente dispregiativo per le deformi culture di tempi passati, è riferito a un figlio illeggittimo; esistono ancora i figli illeggittimi in questo mondo? Oppure come per le razze canine, vorrà dire nato da persone con caratteristiche morfologiche differenti? Davvero la nostra ricca lingua italiana non ha altre risorse per meglio definire un animale così diffuso come il furfante umano? In questi ultimi giorni sembrano essere ritornati in auge come termini dispregiativi i vari “porco” e “maiale”. Perchè, questo mammifero del tutto degno di rispetto, dovrebbe evocare sinteticamente i peggiori vizi umani, e quali vizi poi? Abbiamo attribuito arbitrariamente ad alcune specie animali connotazioni negative che sono invece pertinenti alla specie umana, per quel poco che capiamo di loro e per quello che per noi è conveniente pensare. Per secoli questi animali hanno costituito una riserva di cibo a cui attingere, in un solo momento dell’anno e gli uomini convivevano con essi sfruttando il loro docile carattere senza informarli della vera ragione delle loro cure e della falsa amicizia. Ormai i maiali si massacrano ogni giorno a centinaia di milioni, e poichè è un animale molto prolifico, il surplus di “produzione” viene smaltito come specialità gastronomica, vale a dire i maialini che non conviene allevare fino all’età adulta oggi si possono proporre nei menù dei ristoranti, non certo per placare i morsi della fame di popoli affamati o stremati da un inverno feroce, ma per il gusto delle tante persone alla ricerca costante di orgasmi palatali.

Oggi che siamo così consapevoli e così evoluti, li facciamo vivere quel tanto che basta in luoghi ristretti e fatiscenti, nel fango e nei loro escrementi, senza che possano vedere un barlume di natura ma confinati e torturati, nutriti con alimenti scadenti e farmaci. Che cosa hanno i maiali di tanto spregevole perché la loro immagine evocata costituisca uno dei peggiori insulti attribuibili agli umani? Gli etologi e non solo, sanno che i “maiali” sono altrettanto intelligenti e affettuosi quanto i cani, cosiddetti “fedeli amici dell’uomo” senza essere così nevroticamente legati al proprietario-capo-branco e, a differenza dei cani e similmente ai gatti, non si sono mai resi complici di crimini, quando la naturale aggressività e ingenuità dei cani è da sempre stata abilmente sfruttata dai prepotenti e dai criminali. I cani degli schiavisti, i cani degli aguzzini di sempre, i cani che in moltissimi modi hanno totalmente assimilato le caratteristiche negative dei loro “capi branco umani” e si sono comportati come loro. I maiali si accoppiano troppo di frequente? Detto dagli umani fa abbastanza ridere. Sono sporchi e gli piace rotolarsi nel fango? Lo fanno moltissimi mammiferi compreso l’uomo; è un modo per pulire la pelle e liberarsi dei parassiti. Come diventano gli uomini messi nelle stesse condizioni a sguazzare in un porcile? Basta guardare le scene di qualche “grande fratello” o di “famosi villeggianti di isole lontane” per vedere la rapida discesa nell’abbrutimento di coloro che si prestano a questi giochi mediatici. Non occorre che io faccia un elenco di quanti, fra intellettuali, giornalisti, politici, gente di spettacolo e persone comuni, utilizzino in modo infantile e del tutto inappropriato la nomenclatura animale per definire gli avversari.

Dovrebbero essi stessi, guardandosi allo specchio, accorgersi della loro profonda ignoranza, insensibilità e mancanza di argomenti reali per poter condurre una conversazione intelligente. Già nel nome è evidente il destino maledetto che la specie umana ha assegnato a questo povero animale sacrificato da sempre e torturato per la sua docile indole e per la ricchezza del bottino costituito dal suo corpo. Gli umani dovrebbero pronunciare il nome maiale con rispetto, anzi con gratitudine, ma più che altro con una grande vergogna.

Invito questi tanto celebrati uomini e donne che si compiacciono di impreziosire le loro dichiarazioni con i vari “porco e maiale” e altri ancora, di andare a sostare per una giornata in qualche mattatoio “lager” e guardare queste creature, urlanti, trascinate per le orecchie, recalcitranti nel sangue dei loro simili sgozzati, consapevoli della morte violenta che li aspetta senza una particella di speranza di poterla eludere. Anzi, li invito a compiere l’intero viaggio dagli allevamenti fino alle camere della morte e le fasi successive . Ma poi questo essere spregevole e disgustoso diventa un prodotto, e quando viene trasferito a pezzi sui tavoli delle salumerie improvvisamente acquista una dignità del tutto nuova, diventa come per magia un elemento appetibile e prelibato degno di stare sulle tavole più nobili; non è più un’ingiuria, anzi viene persino trasfigurato in questi templi dell’industria del consumo alimentare: “Signora, assaggi questo bel dolce di montagna”. Volevo – il condizionale è in disuso – due etti di crudo, o no, meglio il S. Ezechiele e  nessuno nelle arene popolari come in quelle mediatiche, dove si svolgono i duelli a colpi di opinioni, si sognerebbe di gridare all’ odiato avversario: “Tu sei un prosciutto!”.

Quale Intelligenza?

Non credo che l’intelligenza sia una entità unica, ma una attività della mente divisibile in tre fattori principali, che raramente sono utilizzati tutti e tutti insieme: il Raziocinio, la Logica e la Visione. Il raziocinio è la parte che – per imitazione, per intuizione o per caso – riesce a concepire e realizzare un’invenzione, La logica è quella che la fa funzionare e la perfeziona nell’ambito degli scopi e delle condizioni in cui essa deve essere utilizzata in una specifica realtà contingente. La visione infine, è quella rara forma di intelligenza che riesce a prevedere le conseguenze future, buone o nefaste di una invenzione. Così con le prime due forme di intelligenza, – le più sviluppate – Il genere umano, inventa e realizza numerose opere d’ingegno e tecnologie stupefacenti per ottenere profitti, fonti di energie e vantaggi immediati, ma trascurando di sviluppare quella parte di intelligenza che va oltre i fini pratici, quasi sempre si trova poi ad affrontare le devastanti conseguenze di scelte razionali che sono però prive di visione futura e a seguito di prevedibili ma trascurate conseguenze è costretto ad inventare sempre altri sistemi razionali superflui, costosi e invadenti per gestire e contenere i danni del suo raziocinio privo di visione, conseguenze che alterano gli equilibri e sono a loro volta generatrici di ulteriori futuri problemi.

Ennio Forina

Mayfly Forever

Prefazione

    La vita è costituita da tanti eventi consecutivi, ognuno con il suo inizio e il suo epilogo, ma come gli anelli di una collana fatta di grani diversi, ogni nuovo evento resta comunque agganciato a quello precedente. Ognuno di noi quindi, si trascina dietro tutto il peso o la leggerezza delle proprie azioni, persino dei pensieri, fino a giungere alla fine di un percorso in cui tutti gli eventi trascorsi, gioiosi o drammatici, si congiungono, il luogo finale dove il primo e l’ultimo anello si incontrano ineluttabilmente insieme a tutti i tratti di un cammino unico.

Eventi che spesso si svolgono nello spazio di un solo giorno o di poche ore, o di un istante.

Molti di questi non hanno nemmeno una fine ma restano sospesi nel tempo e di tanto in tanto tornano ad essere reali e visibili reclamando un esito, una conclusione possibilmente liberatrice, come infatti succede nelle storie immaginarie. Sono sempre presenti  perché sono stati reali e possono ricomparire a distanza anche di molti anni come le comete, che si allontanano per secoli o millenni dalle stelle da cui sono state attratte e dalle quali non riescono a fuggire, ritornando sempre a riavvicinarsi ad esse.

In questa storia, avrei potuto raccontare ipotetiche esperienze di esistenze altrui, di caratteri e vicende particolari, storie ispirate alla realtà, o fittizie, ma alla fine la mia esperienza sembrava più interessante, non tanto per quello che avevo fatto o per l’impatto degli eventi che avevano attraversato, turbato o allietato questo intervallo di tempo, ma per tutto quello che avevo profondamente pensato.
Per molte parti della mia esperienza che sono state teatro di riflessioni e che andavano ben oltre la mia sola sfera vitale.

Tuttavia, questa non è una biografia, anche se riferendomi alle diverse tappe/fasi del mio cammino, ho usato alcune mie esperienze, come luoghi di sosta in cui in effetti, il mio viaggio si interrompeva solo in parte; spazi di osservazione e di riflessione, così come un viandante che attraversa una fitta foresta, di tanto in tanto sale su un punto più alto, sopra la distesa di alberi, per rendersi conto di dove realmente si trova. Infatti questo scritto si riferisce proprio ad alcuni di questi particolari momenti di pausa, di visione e di elaborazione delle esperienze vissute e sopratutto delle riflessioni che spesso sono scaturite da quelle esperienze, in questo mio lungo e interminabile cammino verso la conoscenza della ragione delle cose.

THE MAYFLY – IL Tempo /1 Parte

Quanto dovrebbe essere lunga la vita di ciascuno di noi, quale valore numerico ci renderebbe finalmente soddisfatti per aver percorso una via scadenzata dalle pietre miliari di risultati ottenuti, di mete raggiunte, di luoghi esplorati, territori conquistati e popoli e luoghi visitati, nei modi in cui oggi si possono facilmente ottenere molte di queste cose e per la facilità con la quale si possono incontrare molte altre persone, illudendoci di averle conosciute.

Vorremmo che fosse un tempo interminabile, oppure a molti di noi basterebbe solo aggiungere qualche decade per poter finalmente essere sazi di esperienze, di aver vissuto il più a lungo possibile, nella migliore salute ed efficenza fisica, con molti figli e nipoti e di averli visti crescere e procreare più volte? Quest’ultimo è infatti l’obiettivo della scienza umana, prolungare l’esistenza umana in condizioni il più possibile ottimali e funzionali.

Ma per quanto lungo possa essere il tempo guadagnato, glorioso o miserabile, gratificante o deludente, vittorioso o perdente, nella somma dei suoi atti questo fluire di eventi e di trasformazioni che chiamiamo vita, prima o poi diventa un punto sommario e riepilogo, nel quale tutto si condensa alla fine in un unico, compresso, spazio temporale, e in cui tutte le azioni e i pensieri passati nelle nostre menti, le sensazioni che ci hanno fatto soffrire o gioire, le idee in cui abbiamo creduto, le angosce che ci hanno perseguitato, le attese di momenti felici, le speranze sopravvissute alle delusioni, smettono di essere ricordi e diventano un nuovo presente. Tutto in un attimo.

 Forse riusciremo nell’intento di vivere molto più a lungo, anche duecento anni e in piena efficenza, ma poiché nessuna forma sarà mai eterna nell’universo,  alla fine dovremo sempre lo stesso fare i conti con quell’ultimo inesorabile attimo, che come un misterioso buco nero cosmico attrae, ingloba in sé e comprime tutte le esperienze vissute, le azioni compiute, nessuna esclusa alla sua forza, nessuna lasciata indietro.

 In fondo non siamo diversi dalle efemere, gli alati e misteriosi insetti dalle lucenti ali smeraldine che popolano l’aria delle sere di maggio e che vivono gloriosamente in un solo giorno la fase finale ma più importante della loro vita nei loro abiti nuziali e in un volo apparentemente erratico, effondendo una magica presenza nello spazio intorno.
Perché il nostro giorno, dal risveglio al dormire, rappresenta nella sua unicità temporale, tutta una vita. In quel giorno, per noi divenuto presente e solo in quel giorno è la realtà vivente che conta in assoluto, le relative azioni e le esperienze che hanno anche il potere di determinare gli eventi futuri.

Un giorno solo può dare o togliere tutto il senso ad una vita, un giorno solo può essere persino più importante ed influente di una vita intera ed è così infatti che dovremmo considerarlo e curarlo.
In un giorno o in un attimo, si possono commettere crimini orrendi o creare opere meravigliose, ambedue con qualsiasi mezzo.  Con le armi o con la mente o con il cuore o le parole.
Non è possibile agire in un modo in quel solo giorno, senza che tutti i giorni a seguire non ne risentano le conseguenze per sempre, anche se apparentemente non sia successo nessun evento rimarchevole, anche se non sia stata presa nessuna decisione o azione importante, anche quel nulla avrà un peso e una conseguenza nel percorso a seguire. Se avremo desiderato di ritrovare qualcosa che era perso o se avremo nostalgia di qualcosa che non abbiamo ancora conosciuto, se ci saremo rallegrati per un evento felice, o se avremo sofferto in silenzio, supereremo quel momento solo se quella sofferenza non sarà riuscita a farci cambiare direzione e se anche la delusione verrà come l’esito di una sconfitta personale, non avrà importanza, perché quello che conta è il percorso, non la meta.
Ma questo vale solo per tutto quello che può succedere a noi “senza” averlo voluto o meritato, mentre nessun scorrere di tempo potrà mai risanare nell’anima, l’eventuale dolore che avremo “volontariamente” causato ad altri.

Così le azioni virtuose quanto quelle scellerate, i pensieri generosi e buoni e quelli offensivi e malvagi, le vite che potremmo aver aiutato e quelle che invece potremmo aver spezzate o ferite per la nostra presunzione e prepotenza, per il nostro delirio di onnipotenza lasciato libero di prevalere e distruggere, saranno tutte evidenti con la loro devastante presenza, mentre resteranno indietro le illusioni di ricchezze e proprietà, non trasportabili dalle nostre anime, così come le diafane ali dell’efemera non possono trasportare  la sua bellezza nel passaggio ad una nuova dimensione di inconsistente aria.
E resteranno indietro anche tutte le occasioni perdute di conoscenze preziose, con creature diverse da noi ma vive della stessa vita che fa vivere noi e possibili compagne di viaggio, ignorate e neglette, lasciate con indifferenza ai margini del percorso, come con tutti gli esseri viventi che anche indirettamente avremo ferito per scelte volontarie o superficiale indifferenza e ai quali abbiamo impedito l’esperienza di vita, inibiti dal crescere e dallo sperimentare l’amore materno, resi schiavi, torturati e uccisi.

Ci accorgeremo anche che non sarà sufficiente essere stati benevoli e generosi solo e soprattutto con i nostri simili, nel nostro ambito esistenziale, con i nostri familiari, amici e concittadini, ignorando che ogni altra espressione, ogni forma di vita proviene dalla stessa origine ed è a noi e connessa da un primordiale e fraterno legame invisibile, anche se la sua forma è diversa e diverso è il suo modo di esistere, ma che segue gli stessi impulsi primari essenziali, crescere, svilupparsi e generare nuova vita attraverso un unico, universale, misterioso e formidabile impulso: l’amore materno, solo apparentemente diverso, nei molteplici modi in cui si esprime dall’inizio del tempo.

Solo se un nostro qualsiasi unico giorno viene affrontato con questa consapevolezza, sia che stiamo procedendo nella calma dei venti o affrontando le inevitabili tempeste, tra il sorgere e il calare di un sole come di molti soli, noi come le efemere, siamo chiamati a svolgere interamente il nostro compito vitale, partecipando così all’intero processo creativo del Cosmo.

 Fin dai primi anni della nostra vita, la consapevolezza di una scadenza inevitabile e del passaggio in una destinazione ignota, immette nella nostra coscienza l’ombra della paura. Quando restiamo svegli nella distrazione  di un giorno favorevole, non vorremmo mai andare a dormire e quando siamo immersi in un sonno confortevole, non vorremmo mai svegliarci e abbandonare il rifugio di un caldo letto e l’abbraccio di un corpo amato. Allo stesso modo forse, quando siamo nel pieno della vita non vorremmo mai smettere di esserlo e prima di nascere forse non vorremmo mai entrare nella vita, per la conoscenza insita nelle memorie ancestrali di tutto quello che l’essere vivi comporta.

Per nove lunghi mesi il nostro corpo si è costruito, parte per parte, formando gli organi e i mezzi di interazione in previsione dei luoghi nei quali è delegato a svolgere la sua missione di essere vivente e da quel momento la paura di esistere verrà superata dalla paura ancora più grande di non esistere più e le azioni dei giorni successivi senza nemmeno rendercene conto, saranno permeate dal cercare di costruire difese contro ogni tipo di paura, specialmente quando dovremo smettere di aggrapparci alla rassicurante presenza dell’amore e del corpo di una madre. Ed è infatti questa è una considerazione fondamentale la sfida che aspetta tutti noi che nasciamo, la vita è una prova che si può superare, ma non vincere e comunque solo se la si affronta con l’amore.

In diversi momenti, nel corso di questi anni e di questa mia identità, mediata fra gli impulsi basilari dei vari stadi di crescita e il pensiero proiettato lontano, di contemplazione, meditazione e di conoscenza, mi chiedevo cosa vi fosse di così rasserenante nel profondo spazio notturno costellato di luci, nel disco del sole al tramonto, nel voluttuoso svolgersi delle nubi, nello stormire del vento tra le foglie e lo scrosciare ritmico della pioggia, nell’abbraccio di un albero e nel gentile vibrare di foglie. O persino il brontolio delle nubi in cui si delineano i guizzi di luce accecante dei fulmini che preannunciano lo squarcio del tuono, il sibilo di un turbine di vento e il fragore della pioggia che batte mentre siamo in un rifugio sicuro.
Il fascino delle tempeste risiede nelle energie che le generano che riferiscono dell’energia cosmica senza la quale il Cosmo stesso sarebbe inane e senza vita.
Perché mai la consapevolezza dell’esistenza di tutte queste cose e dei fenomeni connessi, siano di grande conforto e rassicurazione, come se tutte insieme in modo corale dicessero: “Non preoccuparti, siamo i segni della giusta direzione, non aver paura, se saprai riconoscerli, non potrai perderti, testimoniano la continuazione, non devi far altro che assecondarli, lasciarti trasportare e affidarti ad essi.

Così passavano quei primi giorni nel periodico evolversi di piccoli eventi, insieme ad altre esistenze, compagnie di viaggio, animali e piante, dalle albe ai tramonti quando persino i cieli e l’aria avevano una dimensione tangibile della loro consistenza, guardarli semplicemente significava immergersi in essi anche e molto più di notte, quando tutte quelle piccole luci tremule comparivano quali presenze indispensabili, confortanti e amiche anche se immensamente lontane e irraggiungibili.
Certo non avremmo la percezione dell’infinito se non vi fosse l’ombra della notte, e non avremmo il risveglio e il rinnovarsi della vita se non ci fosse il sonno dell’inverno o quello della morte. Il giorno di vita della maggior parte degli umani si svolge in una sottile fascia, una realtà orizzontale per lo più limitata all’interno di un dislivello di pochi metri, i nostri occhi e la nostra mente sono fatti per navigare in questo spazio ristretto di percezione e cognizione e ben poco sappiamo di quello che è sotto di noi e sopra di noi, ma la notte dischiude altre realtà che guardiamo come se fossimo lontane da esse mentre siamo completamente in esse immersi, noi siamo parte di queste dimensioni anche noi siamo distanti e irraggiungibili per qualche altra realtà, con i nostri corpi e con tutti i passeggeri del pianeta intero che ci ha generati nel suo grembo utilizzando gli stessi elementi presenti e sparsi nell’universo.
Ma questo non significa che siamo figli del caso né che la terra e l’acqua siano un caso, sono invece gli elementi che preesistevano in attesa che si verificassero le condizioni favorevoli per avviare l’esperimento della vita. Perché questo avvenisse c’era una condizione essenziale; non la semplice commistione di elementi diversi che presenti nel calderone di un  “brodo primordiale” e stimolati dalla luce del sole abbiano forgiato le molecole della vita organica. Questo è potuto accadere perché la materia che crediamo inerte è invece anch’essa viva e gli elementi che la compongono si combinano non per caso, ma per amore. Affinità elettive, gli atomi che si compensano e per amore si uniscono, creando nuovi elementi, lo stesso fanno le cellule che si uniscono scambiandosi il plasma e rinnovandosi e lo stesso fanno gli organismi complessi come noi per creare vita nuova diversa ed evoluta, e sempre non per caso, ma per un “amore”, che trascina nel suo fluido, nella sua energia, anche noi esseri “superiori ”.
Elementi che vogliono unirsi come degli amanti e che quando si incontrano, insieme producono nuovi elementi e nuova energia, come quella delle stelle. Quindi la sostanza dell’universo non è il caso né una suprema volontà esterna confacente alle nostre aspettative e comprensibile alle nostre menti, ma è l’amore, ineffabile, invisibile più reale della realtà e più forte di qualunque altra energia, poiché le racchiude tutte e da esso tutte emanano. Esso pervade tutto il Cosmo e spinge magicamente anche le più piccole particelle a cercarsi come si cercano gli amanti e una volta insieme, fanno nascere altre forme di vita.

Quando guardiamo all’infinità del cielo e all’indefinibile, forse un’unica parola può descrivere l’arcana emozione che da quella visione proviene: nostalgia, nostalgia dell’origine, del punto di partenza, non perché l’origine si sia allontanata da noi ma perché siamo noi ad esserci allontanati perdendo la capacità di sentirla, soffocando le sensazioni con gli artifici del pensiero razionale che ha in gran parte inibito il pensiero sensibile, così le nostre esistenze si svolgono in una realtà artefatta che nasconde la realtà vera, così come le luci delle nostre città nascondono le luci delle stelle, dove si sono combinati gli elementi per formare i pianeti e gli organismi.

Con il loro canto di  luci le stelle rendono l’abisso scuro dell’universo un luogo amichevole nel quale non possiamo perderci, e ogni volta che alziamo lo sguardo ad esse in qualche modo “ritroviamo” noi stessi così come quando ci troviamo al cospetto degli oceani ritorniamo ad essere i cuccioli che vogliono di nuovo tuffarsi nella culla che li ha ospitati eoni prima abbandonando i nostri orpelli ed artifizi e gli abiti scudo che delimitano i territori dei nostri corpi e che il mare rifiuta come inutili e stupidi e così i nostri volti si distendono, le angosce si placano, e gli sguardi si rasserenano, confortati dallo spettacolo sublime del Cosmo, che non è mai stato un abisso pauroso in cui precipitare, ma un immenso sorriso, che infonde una pura sensazione di intimo contatto con tutti gli elementi vitali in cui siamo inesorabilmente immersi, qualunque sia il drammatico evento possibile per ciascuno di noi, qualunque sofferenza, dolore e angoscia saremo deputati a sopportare e specie dopo aver sperimentato la dura e deludente realtà dei primi rapporti con i nostri simili, alla fine di ogni giorno, quando il sole salirà sul palcoscenico nello scenario di colori e di forme, un’altra realtà ed un altro scenario si dischiuderà per continuare la rappresentazione di un nuovo atto della commedia o del dramma della vita e sopra di noi un manto di oscurità luminosa si estenderà sempre all’infinito, in cui vedremo pian piano riaccendersi le presenze luminose e palpitanti di luce, come falene siderali, per suggerirci dalle loro immense distanze che non siamo soli e che la fine della rappresentazione non sarà mai veramente finita, ma continuata su un palco diverso e con costumi e trame diverse. Perché le stelle sorridono sempre… e ci assicurano che rinasceremo ancora, anche se morissimo milioni di volte e anche che resteremo insieme a tutti quelli a cui abbiamo toccato le anime, siano essi umani, animali o piante, tutti della stessa sostanza, gocce di un oceano vivente.

Ennio Romano Forina

Potresti Essere…

Potresti essere schiavo,

o una mente libera.

Potresti essere una spina,

o un fiore sbocciato.

potresti essere grandine,

o pioggia gentile.

Potresti essere un vento forte,

o leggera brezza,

Potresti essere tempesta,

o una nuvola splendente.

Potresti essere un fortunale,

o un’onda leggera,

o una dura tempesta,

o un calmo giorno di sole.

Potresti essere una cascata,

o un ruscello che scorre.

Potresti essere un’alluvione

o un laghetto tranquillo.

Potresti essere una pietra,

o soffice sabbia.

Potresti essere un deserto,

o un grande campo verde.

Potresti essere rude,

o d’animo gentile.

Potresti essere avaro,

o anima generosa.

Potresti essere una morta autostrada,

o una foresta vivente.

Potresti essere un cancello,

o un orizzonte infinito.

potresti essere lacrime,

o un sorriso splendente.

Potresti essere una fine,

o un nuovo principio.

Potresti essere rammarico

o puoi essere Amore.

ennio forina gennaio, 2018

La Giusta Ira

Ero intento a scolpire mentre contemporaneamente seguivo il film “La più grande storia mai raccontata”, che a mio giudizio è forse la migliore rappresentazione cinematografica della storia di Gesù. Ricco di simbolismi appena accennati, sobrio nell’esposizione dei dialoghi e nelle inquadrature, senza insulsi effetti speciali e lasciando spazio ad una interpretazione “scientifica” dei miracoli della fede, forse solo con una colonna sonora corale in alcuni punti discutibile e troppo invadente. Ma la cosa che mi ha colpito di più, vista solo alcuni momenti fa, è quando un Max Von Sidow, abbastanza giovane e sempre imponente, che interpreta Gesù, irrompe nel tempio di Gerusalemme e scaccia i mercanti rovesciando i tavoli e liberando dalle gabbie i colombi e gli animali destinati ai sacrifici, gridando che Dio non ha bisogno del sangue degli agnelli e dei sacrifici di animali…. ora questa specifica nota che riguarda gli animali mi sembra non ci sia nei vangeli canonici e non so di quelli sinottici, ma quello che è ammirevole è il coraggio del regista e di quanti hanno realizzato il film d’inserire questo grido per gli animali nell’ambito della drammatica scena della giusta ira di Gesù. Anno di uscita del film: 1965. A quel tempo gli amici degli animali mostravano le pellicce in televisione tanto erano loro amici che li facevano volentieri spellare. Sono passate più di quattro decadi, tutti i film più recenti sul tema non hanno mostrato nessuna sensibilità (che io sappia, se sbaglio qualcuno mi corregga) sulla orrenda pratica di origine pagana e ancora più che mai attuata oggi dei sacrifici di animali, ammessa, tollerata, inserita e consentita dallo sviluppo successivo di questa religione, come del resto è presente nelle altre religioni.

Un Albero ucciso è morto! Che sorpresa!

Tree hearthIncredibile!
Un essere vivente, un abete, muore anzitempo, e ci si preoccupa sopratutto della brutta figura, della sua apparenza mentre dai loculi pubblici dei “social”, spuntano come funghi tutte gli zombi insensibili, senza compassione né anima, facendo a gara per ricoprire con lazzi e sarcasmi disgustosi e impietosi un essere vivente. Fingendo di scandalizzarsi, anche o solo per lo spreco di denaro impiegato per avere e per trasportare un cadavere “in fieri” e peggio ancora, ci si preoccupa che la sua agonia non sia durata abbastanza a lungo per far gioire il popolo vorace di “feste”.
Questo è il progresso etico, la consapevolezza del valore della vita esistente? Ripianteranno 10, 100, 10.000 alberi? E che differenza fa? Dove sono i princìpi dei cambiamenti, i segni di evoluzione della mente e dei comportamenti? Quest’albero era stato ucciso comunque, folla stolta che irridi la morte altrui, –
– Chi non sa sentire la morte degli altri, non è affatto vivo! – Era sacrificato per niente in ogni caso, anche se fosse riuscito a dare una illusione di vitalità mentre si decomponeva lentamente. Dobbiamo invidiare tutti gli altri cadaveri decorati sparsi nelle piazze e nelle case del mondo? Questa per me non è festa, ma una dolorosa constatazione che niente è cambiato e niente cambierà finché la mente umana resterà sempre ottusa a raccontarsi le stesse vere storie di orrore travestite da false favole. 
Possibile che questo stupido mondo umano, non sappia che la gioia e la morte non possono coesistere?
Alberi di Natale e bestie da macello; è come dire la stessa cosa, il fatto è che non esistono bestie e alberi da macello. Esistono animali e alberi, da noi bestialmente macellati.
ennio forina

Perfetto Amore

Molte persone soffrono per le variazioni dei sentimenti di amori che iniziano sotto la spinta di impulsi vitali generici e naturali, e poi inaspettatamente esauriscono la loro energia quando le funzioni che li hanno fatti nascere sono state compiute. Quasi sempre, nessun altra energia va a sostituire quella originaria, perché è una energia indotta, non propria, come il respiro e il battito del cuore che hanno in sé la loro stessa ragion d’essere.

L’amore perfetto è quello che deve poter nascere e crescere nell’intelligenza dell’anima, nello scambio continuo di conoscenza acquisita indipendentemente, per poi essere condivisa, e deve saper modificarsi nell’ambito di una sempre rinnovata conoscenza. Paradossalmente, si deve essere portati ad esperienze dell’anima estese, separate e da soli, per continuare ad essere uniti e insieme. E per essere sempre uniti fisicamente è necessario continuare a viaggiare mentalmente in modo individuale. In altre parole essere continuamente dei nuovi sé stessi, per essere uno in due.

Ma questo molte coppie umane non lo fanno perché non saprebbero nemmeno da dove cominciare, costruiscono la loro vita insieme su basi biologiche, epiteliali e culturali, non intellettive. Ho scritto in un mio aforisma che gli amanti dovrebbero sostituire il verbo “amare” con quello di “conoscere” e dichiarare i loro sentimenti in questo modo: “Voglio conoscerti…e lo vorrò sempre nel tempo” invece di dire “Ti amo per sempre” . Poiché l’azione di amare è una azione “riflessiva”, significa: ho questo sentimento per te ma che fa bene a “me” e serve a me, e quindi ha in sé limiti e difetti per via della sostanza di cui manca e non è preparato ad affrontare le variazioni a cui tutti gli esseri viventi sono soggetti nel corso della vita. Mentre il desiderio di conoscenza non ha limiti e non risente di nessuna variazione, esterna o interna, nel bene e nel male, nella salute e malattia, nella ricchezza e nella povertà, nella bellezza e nella sua decadenza. Il desiderio di conoscere l’altro, sempre, è la chiave dell’unione perfetta…

ennio forina

Viaggiatore della Mente

Oggi l’umanità viaggia su un mezzo

troppo veloce da un punto A ad altri punti B,

pensando di averli conosciuti

per essere stata ed aver visto quei luoghi,

e nell’illusione di trovare nel punto B

quello che non ha saputo trovare nel punto A,

ma questo mezzo è sempre troppo veloce

e la sua anima sempre più lenta,

quindi non impara nulla viaggiando,

né dal percorso né dalla destinazione.

Nei miei tempi di attesa io ho viaggiato molto,

anche se sono salito su pochi mezzi veloci

e ho raggiunto poche destinazioni.

Ma ho viaggiato sempre dentro di me

e invece di partire alla ricerca di altri mondi,

ho lasciato che altri mondi viaggiassero dentro me,

perché sopratutto…

sono Un Viaggiatore della Mente.

 

ennio forina

 

I’d just like to stress the fact that the urge of traveling always, is becoming an unreasonable addiction…

Nella Profondità dei Sentimenti.

Noi tutti vorremmo che ci fosse un essere supremo che intervenisse ad aiutare le nostre vite e le vite di chi amiamo. Noi tutti vorremmo un rifugio sicuro dove passare la notte senza essere aggrediti come prede o senza essere catturati da altri come noi, fatti schiavi, torturati e uccisi, come è avvenuto tante volte nella storia e come tuttora avviene e continuerà a succedere. Ma se ci fosse per noi e per gli altri esseri viventi un paradiso in terra precostituito e preconfezionato, non ci sarebbero nemmeno gli organismi diversi e forse non ci sarebbe la vita organica, poiché la vita organica, quella vita che amiamo è anche imperfetta e dolorosa. Ma in questo contesto non c’entra Dio e non centra il diavolo. Il male e il bene sono vie, sono percorsi, non sono entità. Quello che è vero è che la natura, cioè l’insieme organizzato di cellule viventi è nata libera, libera di inventare e di reinventare se stessa – e anche di sbagliare -. La realtà è che noi siamo stati una “invenzione” naturale promettente, ma in gran parte abbiamo deluso le aspettative. Le mani, non la ragione, ci hanno dato il potere di dominare sul mondo vivente, ma senza il sentimento, questi strumenti sono diventati strumenti di distruzione più che costruzione, perché l’energia che le muove è quella della predazione più bieca. Non dobbiamo lamentare l’assenza dell’aiuto divino né attribuire le nostre colpe ai demoni. Un paradiso non deve essere regalato ma conquistato con le buone intenzioni con l’uso dei sentimenti e della saggezza. Ora, la nostra specie ha superato di gran lunga la crudeltà di altri feroci e impietosi predatori. Abbiamo popolato i nostri siti di mostri irreali ai quali sacrifichiamo vite reali perché abbiamo e stiamo ancora puntando tutte le nostre energie e interessi sul dominio della vita per i nostri vantaggi e non sulla comprensione della stessa. Questa attitudine è altamente distruttiva nelle prime fasi e auto-distruttiva nelle fasi successive e finali. Non serve il Karma per prevedere che la punizione del male è insita nell’azione stessa del compiere il male e e arriva sicura nel tempo. Che cosa faremo, quindi noi che vogliamo continuare ad amare la vita con questa tremenda consapevolezza del male in essa presente e sapendo che presto comunque tutto potrebbe finire? Continuare ad amarla ed amarla sempre di più perché è nella Vita Universale la risposta a tutte le nostre domande. “Dio” come un nome con un genere ed un numero è il risultato del pensiero circoscritto umano. Il dio che esiste non è quello che si descrive o si nomina, ma quello che si“sente” e questo è l’unico modo di conversare con questa essenza incomprensibile alle menti, ma vera nell’intuito e nei sentimenti più profondi.

Elementi di Verità

Quando si usa la capacità intellettiva per la conoscenza reale delle cose piuttosto che per l’affermazione di opinioni precostituite proprie o altrui, non si potrà coltivare questo virtuosa attitudine senza essere liberi da legami stretti di ordine ideologico, politico o religioso, perché solo per mezzo del libero pensiero sarà possibile veramente discernere e apprezzare gli eventuali elementi validi che possono essere contenuti comunque anche in ciascuno di questi ordini. Gli ordinamenti sociali variano da generazione a generazione e all’interno di esse e non sempre sono giusti, spesso sono costruiti come modi forzati di coesistenza che recano nelle loro strutture diverse molte imperfezioni e deformità, ma anche  per i loro aspetti giusti e necessari, essi valgono solo nell’ambito di una indispensabile, imperfetta e migliorabile coerenza sociale per il bene comune, ma non sono assoluti  e devono essere considerati come livelli dell’evoluzione di una etica più giusta possibile.
Sono sempre stato un cercatore di ragioni se non di verità e non ho mai preteso di trovare una “Verità” assoluta, ma solo elementi di essa, per usarli come pietre miliari rivelatrici del nome della via che stavo percorrendo e al tempo stesso come indicazioni certe della sua direzione. Vi sono verità relative alla nostra dimensione, alle nostre percezioni e vi sono verità fondamentali, ma non sono fatte di una unica entità e di sicuro non sono contenibili in nessun libro sacro, codice delle leggi o trattato filosofico, perché la loro percezione va al di là delle nostre strutture mentali, culturali e linguistiche, oltre i nostri miti, le illusioni e le ansie e le nostre paure, oltre i sistemi sociali, le rigide analisi scientifiche ed i diversi costumi di pensiero dei popoli. Sono verità o meglio parti di verità ineffabili che possono solo essere intuite, rilevate da capacità sensoriali estese e profonde ma non possono essere descritte né con le illusioni dei miti né con la logica opportunista e razionale dominante nella mente umana, che ha reso questa specie “almeno per ora” dominatrice del Pianeta.

Inquinamento Mentale – Mental Pollution

Ennio Forina
22 novembre alle ore 21:37 ·

Si sente continuamente parlare di natura inquinata ed a ragione, poiché ormai abbiamo superato il punto di non ritorno di una catastrofe ambientale globale di cui ora si vedono chiaramente solo le avvisaglie. Ma il genere umano è più cieco e stolto di quanto le sue conquiste tecnologiche potrebbero far supporre e dimostra di non conoscere realmente le soluzioni o di escludere a priori quelle vere e valide continuando ad insistere vanamente su sciocchi palliativi circostanziali senza rendersi conto di essere già sull’orlo di un baratro che si fa sempre più profondo e dal quale sarà ben difficile risalire e senza capire infine che la velocità dello sviluppo industriale e demografico è direttamente proporzionale alla velocità con cui il g. u. andrà a collidere presto con una realtà molto dura.

E così, si fanno riunioni ad alto livello di prestigiosi capi di stato che guidano nazioni industriose, abitate da numeri macroscopici di individui, mentre al tempo stesso si continua ad espandere le megalopoli, le città, in estensione e verticalmente, per far posto a tutte le masse umane che incessantemente si concentrano in esse. E questo vuol dire che quantunque sia la rotta che la velocità di collisione ormai non siano più modificabili, la parola d’ordine dei governi mondiali degli immensi poteri finanziari è crescere, non rallentare, non diminuire, ma dare più impulso alla crescita = più consumo.
Ma il consumo significa più inquinamento, dunque? L’immane macchina industriale mondiale è diventata una unica mostruosa e tentacolare entità, un Molok tecnologico che è stato programmato per produrre continuamente senza soluzione di continuità, pena perdite enormi di profitti e che divora miliardi di creature fatte di carne e sangue trasformandole in metalli, plastica, macchine e denaro, dai fiumi di sangue, fiumi d’oro colato.

Come il re Mida, che aveva la capacità di trasformare in oro tutto quello che toccava e alla fine rendendosi conto di non poter più nemmeno nutrirsi torna pentito a supplicare il dio che gli aveva concesso il dono richiesto e ottiene di esserne liberato, ma questo è il mito, mentre sappiamo bene che in questa realtà non verrà nessun Dioniso a liberare dal potere di trasformare la vita in oro questo incosciente e criminale popolo umano. So che quello che sto per dire può risultare impopolare, per alcuni persino odioso, ma la realtà è che i popoli e le famiglie più povere fanno paradossalmente più figli pur sapendo di non poterli nutrire e allevare per varie ragioni, alcune plausibili, altre necessarie, ma anche perché adesso hanno capito che una famiglia con bambini piccoli ha maggiori probabilità di ricevere aiuto dalle nazioni più ricche, sia in situ che in migrazione.

Io vedo che la maggior parte di coloro che migrano per vivere meglio, (molto poco per i conflitti), sono quasi tutti provvisti di smart phone, ma i preservativi costano molto meno, si tratta di avere la coscienza di non mettere al mondo figli quando non si possono mantenere e che il mondo non può sopportare. La sovra popolazione significa la “fine” della popolazione. Chi scrive è uno di coloro che coscientemente, insieme alla sua compagna, ha rinunciato con amarezza ad avere una discendenza per la precarietà economica data dalla libera professione in una realtà lavorativa così torbida e clientelare come quella di questo paese.
Ricordo un film di fantascienza degli anni ‘50 in cui il solito scienziato solitario, con l’aiuto della solita avvenente assistente, lavorava febbrilmente alla ricerca di un metodo per modificare le cellule degli animali in modo che divenissero più grandi e quindi per le loro dimensioni riuscire a garantire il cibo necessario alla crescente popolazione umana mondiale.

Quale nobile scopo, ingigantire gli animali aumentando le loro già insopportabili sofferenze! Non sarebbe stato meglio semmai cercare di diminuire le dimensioni umane? Lo hanno fatto milioni di anni fa i piccoli felini, i gatti, perché scegliendo di essere piccoli hanno ottenuto una serie incredibile di vantaggi per esempio rispetto a un leopardo o un leone: un numero maggiore di prede, proporzionale a una quantità minore di esigenze alimentari, sentire meno la forza di gravità, capacità fisiche eccezionali, quali correre velocemente e al tempo stesso saltare, arrampicarsi più rapidamente ed efficacemente, cadere da grandi altezze senza farsi male e “last but not least” una maggiore facilità di trovare un rifugio senza dover sprecare preziose energie per costruirselo o scavarlo, poiché le alcove piccole sono più reperibili e numerose di quelle grandi. E si sa, i gatti non amano sprecare energie per qualcosa che si può ottenere facilmente e con poca fatica data anche la loro formidabile capacità di persuasione. Esseri di eccezionale intelligenza.

Altrettanto intelligenti sono gli insetti, gli inestinguibili insetti, che per le stesse ragioni e ancora più efficacemente, possono sopravvivere anche in condizioni estreme, insetti sociali ed altri, ma questo è un altro discorso troppo impegnativo in questo contesto. Ma tornando alla tematica del film in oggetto, la pellicola trovava spunto dal fatto che negli anni ’50 c’era un reale condizione di fame per molti paesi nel mondo e per nazioni densamente popolate come ad esempio Cina ed India che rappresentava una problematica di giusto interesse, d’altra parte non poche guerre e rivoluzioni sono avvenute a causa della fame. Dunque, in una scena vediamo questo altruista scienziato spiegare alla sua assistente le motivazioni del suo generoso impegno asserendo di aver calcolato che negli anni 2000 (spero di non sbagliare la data, ma non fa differenza), sul pianeta ci sarebbero stati ben 3 miliardi di persone e quindi di bocche da sfamare. Bene, questo è quanto si pensava allora, negli anni 50, purtroppo questa ingenua e fallace previsione è stata ampiamente smentita perché nel 2000 di persone nel mondo ce ne erano più del doppio credo già oltre sette miliardi s.e.o.o. (potrei sbagliare anche questa valutazione ma di poco, concedetemi di non avere il tempo di andare a verificare).

Però in una cosa almeno il soggetto del film aveva visto giusto; gli animali che vengono sacrificati alle fauci umane SONO oggi stati fatti diventare di dimensioni maggiori, più grandi e grassi, (come del resto anche gli stessi umani che mangiano in eccesso carne e proteine che hanno trasformato lo stesso corpo umano con allungamento di arti ed estremità) realizzando in pieno il progetto dell’ipotetico scienziato che non poteva sapere che la diabolica e ingegnosa macchina industriale futura sarebbe riuscita a realizzare il suo sogno per dimensioni e per numero, senza grandi difficoltà e senza ricorrere ad astruse alchimie, semplicemente imbottendo gli animali di ormoni, antibiotici e farmaci e con cibi ad essi non pertinenti, ma anche qui, le dimensioni maggiori non significano necessariamente un vantaggio anzi, – dinosauri ed altri animali in pericolo di estinzione insegnano – e nemmeno sicuramente rappresentano un vantaggio ottimale per chi divora le carni così ottenute, Karma e world wide obesity, tumori e malattie cardiovascolari insegnano.

Se il cibo oggi manca in alcuni paesi o negli strati sociali particolarmente sfortunati è dovuto alle malevoli e spesso criminali forme di distribuzione ma la quantità totale, se non la qualità di cibo disponibile è di gran lunga superiore al fabbisogno odierno, ma questo è stato realizzato per gli allevamenti intensivi e lo sfruttamento di larghe fette di territorio per le monocolture a danno dell’equilibrio sia degli ecosistemi faunistici che di quelli vegetali. A fronte di questo stato dell’arte della situazione non saranno certo alcune ridicole misure di salvataggio in extremis del sottile strato di atmosfera respirabile a fermare il processo, ci vorrebbe ben altro, così come ci vorrebbe la piena consapevolezza che cercare di salvare l’aria senza salvare gli oceani e le terre emerse da sola non servirà a nulla. Come si può affermare che i governi si preoccupano veramente del cambiamento climatico nel momento stesso in cui invitano e spingono le industrie a produrre di più e i cittadini a consumare di più?

Ci sono continenti di plastica negli oceani e molta altra disseminata dappertutto, nei mari in cui soffocano la vita e strangolano pesci ed uccelli condannandoli a lente agonie. Nel momento in cui scrivo la plastica uccide, il petrolio uccide, gli scarichi di prodotti chimici uccidono e avvelenano fiumi e laghi, il piombo dei cacciatori uccide e inquina i boschi ed i campi, i nostri prodotti per la pulizia uccidono. Un giorno, ho avuto la bella idea di lavare la mia macchina, (solitamente molto impolverata e negletta), nella strada antistante la mia casa e ho versato mezzo bicchiere di shampoo per auto in un secchio, colmandolo poi d’acqua, finito il lavoro ho versato il resto del liquido incautamente in un tombino occluso da terra e detriti cercando anche di liberarlo per far defluire l’acqua piovana, ma dopo qualche secondo decine di lombrichi sono affiorati impazziti dalla terra in cui non defluiva rapidamente l’acqua insaponata che li stava soffocando, si agitavano vorticosamente nel tentativo disperato di respirare. Mi sono maledetto per la mia leggerezza, fortunatamente avevo il tubo dell’acqua corrente nelle mie mani e ho versato immediatamente molta acqua pulita sui malcapitati e simpatici vermetti che si sono subito ripresi e progressivamente sono tornati nella loro dimora sotterranea infilandosi nel terreno sciacquato, salvandoli da una fine certa.

Per me una grande lezione, finita bene per i lombrichi, ma anche per la mia coscienza, ma se si pensa ai milioni di tonnellate di prodotti chimici e per la pulizia che “regaliamo” ogni giorno al mondo vivente, sopra, sotto la terra e in acqua, e a quanta distruzione possiamo causare anche con una semplice doccia. viene da rabbrividire. Per non parlare di tutto quello che qualsiasi automobile sparge e fa penetrare nel terreno in tutto il mondo. Se riduciamo il co2 e le polveri sottili potrebbe forse temporaneamente servire per non finire bolliti d’estate e ridurre alcuni tumori ma tutto il resto? Si è mai parlato in questi convegni della necessità di ridurre il consumo dei prodotti chimici? Basta leggere bene le etichette delle confezioni di tutti gli “innocui“ liquidi spray per la pulizie domestiche. Consegnano alle ingenue famiglie prodotti per pulire l’interno di una casa con l’avvertenza di usarli in luoghi ben aerati o all’esterno. Ma se sono per la casa che senso ha usarli fuori? È quante case dispongono di cucine e bagni ben aerati? Come quando si invita al gioco, e alla scommessa di facili e copiose vincite qui e là, però attenzione: “il gioco può causare dipendenza patologica”. Io penso che sperare di vincere nelle varie lotterie sia ”già” una condizione patologica e ancora, non mi risulta che in nessuna strada di questo paese o d’europa eccetto la Germania credo, si possano superare i 140/150Km orari (se sbaglio correggetemi) tuttavia le industrie costruiscono macchine che arrivano a 250 Km. Dov’è la logica del buon senso, e sopratutto dov’è la tanto agognata saggezza? Se il benessere economico si ottiene con il malessere del mondo che ci ospita, e ripeto che ci ospita, non il “nostro” mondo, ciò equivale a sotterrare quel poco di mente lucida che alcuni di noi hanno sotto due metri di cemento e non sotto pochi centimetri di sabbia come gli struzzi.

A quali cose siamo veramente disposti a rinunciare, collettivamente e individualmente? All’ultimo divino SUV super tecnologico del peso di due tonnellate che ci rende così onnipotenti da fregarcene se il clima diventa glaciale o infernale e che usiamo generalmente non per valicare le più impervie catene montuose in tutta sicurezza ma per andare a far la spesa e riprendere 1,5 bambini dalla scuola distante 1 km? Rinunciare a tutta la plastica che usiamo con disinvoltura per noi e i nostri figli sin dai primi giorni di vita imponendo loro di giocare e stimolarli gratificandoli con materiali, colori e tintinnii innaturali che non significano niente, per abituarli sin da piccoli alle sostanze tossiche che saranno costretti ad assimilare nel loro futuro? Vogliamo rinunciare al sempre più splendente e superbianco bucato, al fumo, ai pellami e pellicce, e ad una infinità di prodotti per una abitazione asettica dove i nostri figli possono tranquillamente leccare il pavimento libero da microbiche e lesive presenze?
La ragione vera per cui noi stiamo uccidendo il mondo senza pietà e senza vergognarci e continuiamo pervicacemente a depredarlo e inquinarlo è che sono le nostre menti, già da tempo immemore, inesorabilmente e fatalmente inquinate dalla nostra contorta visione della natura e da tutti gli orpelli inutili che abbiamo inventato per passatempo. Siamo come le tribù primitive e selvagge a cui esploratori e coloni regalavano specchietti, insulsi oggetti e acqua di fuoco e quelli in cambio concedevano ingenuamente l’uso di territori immensi, miniere d’oro e d’argento e lasciavano che massacrassero tutti gli animali che garantivano la loro sopravvivenza.

L’industria odierna ci colonizza allo stesso modo, offrendo i nuovi tipi di specchietti: gli smart phone e ci ipnotizza con i suoi trucchi e seduzioni per carpire il nostro “oro”: la nostra capacità di spendere tempo e denaro, aumentando così l’inquinamento delle nostre menti o anime, quando e se ne abbiamo una. Ma sembra che in tutto questo tempo abbiamo fatto ben poco o niente per ripulire sia l’una che l’altra. Non potremo arrestare l’inquinamento del mondo senza smettere di inquinare la nostra coscienza collettiva e individuale con questa perversa e ostinata presunzione di onnipotenza che confonde e continua a nascondere a noi stessi la realtà.

ennio forina – novembre 2017

Ave, Natalis, Morituri Te Salutant…

 

Buon Natale Albero

Anche quest’anno, come ormai avviene da qualche tempo, al centro del grande abbraccio del bellissimo colonnato del Bernini, si vedranno stagliate insieme verso il cielo, altre due colonne di forma e materia diversa, ma che hanno almeno due fattori in comune, ambedue sono state strappate a un mondo lontano e ambedue saranno senza vita, ma con la differenza che mentre una di queste colonne la vita non l’ha mai avuta, l’altra invece sì, e ne aveva tanta. Era una vita bella e munifica, colma di sensazioni che aveva impiegato molti anni a svilupparsi e diventare adulta e crescendo generosamente aveva offerto il suo corpo prodigo e odoroso come sicuro conforto, riparo e cibo per molti altri esseri viventi specie nella stagione invernale, passeri, scoiattoli, corvi, caprioli, insetti, solo per nominarne alcuni e di fronte aveva ancora la certezza di una lunga esistenza nella quale avrebbe  continuato a donare la sua brava parte di ossigeno a questa porzione di pianeta soffocato da gas venefici e letali immessi nell’atmosfera dalle attività umane, sostanze che solo gli alberi sanno processare scomponendole e metabolizzandole così come fecero consapevolmente eoni fa per mutare l’atmosfera densa, greve e tossica del pianeta primordiale in una mistura di gas gentili e che ora costituiscono il carburante per i polmoni e il sangue di quasi tutte le forme viventi, dentro e fuori dell’acqua, inclusi gli ingrati bipedi umani, sedicenti “esseri pensanti” che ancora oggi continuano a sacrificare la vita altrui per celebrare le loro tradizioni negli stessi modi barbari in cui i popoli antichi e pagani le celebravano.

Non potremmo esistere senza le piante, non saremmo comparsi su questo pianeta se non fosse stato per le protocellule vegetali, né mai dalle distese dei mari saremmo approdati sulla terraferma senza di loro. Le studiamo per carpirne i segreti, le loro funzioni e le innumerevoli sostanze che esse hanno saputo sintetizzare per la loro sussistenza (senza aver frequentato corsi universitari e laboratori), per la loro diffusione e per l’interazione simbiotica con le altre forme di vita animale. Pensiamo agli alberi più che altro come dei grandi oggetti mutevoli e decorativi che producono semi e frutta e che lasciano cadere le foglie in autunno come se seguissero processi automatici, che sbrigativamente e superficialmente definiamo “naturali”, dando a questo termine il più vago e superficiale significato e ancora oggi come sempre, nonostante le evidenze scientifiche, quando basterebbero anche solo quelle intuitive, si pensa ad esse come forme di vita inferiore e non pensante e comunque suddita della vita umana.

Siamo immersi nella più profonda e ottusa ignoranza senza riuscire minimamente a immaginare che cosa significhi per una pianta vivere e interagire non solo con l’ambiente circostante ma con il cosmo, noi che ci reputiamo intelligenze superiori, noi che ci esponiamo ai raggi del sole seminudi sulla spiaggie estive con i nostri pensieri corti, focalizzati sulle nostre banalità culturali, come far bella figura al ritorno delle vacanze con una bella abbronzatura, ma per il resto pensiamo che il sole o una fone di luce e calore per noi non fa differenza, basta che dia luce. Noi, non i nostri organismi, che sono il più delle volte più intelligenti del nostro “superiore” cervello “sapiens” cercanola luce del sole perché sanno decifrarla e impiegarla.  Non riusciamo a immaginare che le piante, oltre a “pensare” in modo del tutto autonomo, sono anche in grado di comunicare e di percepire molte più cose di noi e di quante noi possiamo immaginare. Sono esseri viventi intelligenti, senzienti e noi le trattiamo come oggetti.

Molto, molto tempo prima che noi smettessimo di considerare il sole una divinità a cui offrire sacrifici sanguinari tanto crudeli quanto idioti, le piante sapevano già sfruttare la sua energia con sistemi biochimici sofisticatissimi, tuttavia non abbiamo ancora finito di sacrificare animali alle improbabili divinità di molte culture umane, così ancora una volta e chissà per quanti anni a venire, saremo spettatori dell’ulteriore sacrificio di uno di questi giganti verdi, spezzato, umiliato, soffocato dai decori luccicanti festivi, e condannato come tanti suoi simili più giovani ad una lenta agonia in cui il loro inascoltato gemito di morte si spegnerà fra le luci, le risate e gli abbracci delle festanti famiglie umane o delle loro truculenti cene e pranzi festivi. Questa splendida colonna di vita emanava vera gioia da viva,  nei luoghi in cui era nata, fra le pendici montane, con il suo respiro i suoi colori il suo profumo ed ora ricoperta di luci fatue che nascondono a malapena la sua decomposizione verrà lasciata ad avvizzire come un triste simulacro di falsa felicità coperto di addobbi che nasconderanno la sua agonia e le cui foglie durante tutto il trasporto e la collocazione in situ, avranno cercato invano di dialogare con le radici perse per sempre. Ma quello che ancora più sconcerta è che nonostante la consapevolezza , la conoscenza scientifica le evidenze di tutto lo scibile di cui disponiamo, della vita che scorre nella linfa di tutte le piante e della loro evidente intelligenza continuiamo a considerare le piante come in secoli e millenni di storia umana incolta del passato, e per questo il genere umano è doppiamente e crudelmente colpevole.

Senza contare che perseverando in queste forme culturali di uso indiscriminato delle forme di vita, significa insegnare ai piccoli della specie umana a disprezzarle, invece che ad amarle e non serve poi gridare “Natura, Natura” mentre la si distrugge nelle nostre stesse case per la nostra protervia ignoranza. E lo stesso genere umano che pretende da vari pulpiti di voler proteggere l’ambiente che pensa di possedere, non sa insegnare ai propri figli amore e rispetto verso queste creature portatrici di protezione e benessere essenziali per tutto ciò che vive su questa terra, nemmeno in quei comportamenti abituali, in quei gesti apparentemente innocui ma offensivi che ogni piccolo umano rivolge verso le piante in genere, come strappare i rami solo per noia e per impulso, rivelando di non aver assimilato affatto la cognizione che una pianta è un animale e che se produce rami e foglie non lo fa per il sollazzo dei bimbi ma per vivere la sua vita, e se non insegnamo nostri infanti di avere rispetto del ramoscello, dell’arbusto o del piccolo albero, non saremo mai capaci di fermare la distruzione delle foreste.

Anche questa volta un albero sarà sacrificato, in più dei tanti, che vengono fatti nascere per essere uccisi e non per produrre gioia ma profitti, sacrificati sull’altare dell’ignoranza e del sopruso, ad una interpretazione fallace e distorta del concetto di felicità e sacralità. La sua “esecuzione” finale sigillata nel fuoco che consumerà il suo corpo nei vari forni,  non è diversa dal rogo di un’altra piazza, in un altro tempo. Allora non si volevano ammettere le evidenze rilevate da una mente geniale ed evoluta, qui ed oggi si ignora l’evidenza di una realtà vivente che finisce miseramente bruciata nel rogo di una tradizione peraltro aliena in questo luogo e cultura. Le puerili e insulse dichiarazioni  provenienti dai media che giustificano l’uccisione dell’albero per  natale con la semina compensativa di altri alberi, (anch’essi in  gran parte da sacrificare) aggiungono al danno e alle ferite le beffe se anche non si riesce a capire che continuando a volere un albero vero ad ogni natale si causerà l’allevamento forzato di questi schiavi destinati al sacrificio. Noi parliamo di vite, loro parlano di prodotti, non riconoscere quest’albero come essere vivente e senziente a tutti gli effetti e la sua ingiusta condanna a morte, significa essere totalmente immersi nel buio della ragione, oltre a quello dell’anima  La gioia che esige il prezzo di una vita – quale essa sia – non potrà mai essere una vera gioia. Se si trovasse un arbusto su Marte o sulla Luna grideremmo al miracolo e lo chiameremmo “vita” e faremmo di tutto per proteggerlo, ma qui, sulla terra lo chiamiamo “cosa”,  questo vuol dire anche che imparare e ritenere cognizioni senza capire il loro significato sostanziale equivale a non sapere nulla.

Ma gli eventi passano e passa anche l’illusione della gioia festiva, dei fuochi artificiali, degli addobbi e dei decori e quando tutte le luci della festa si spegneranno, più tardi e altrove, si accenderanno le luci dei piccoli roghi dei pezzi del gigante verde e dei tanti piccoli roghi di tanti altri piccoli di giganti verdi che avranno subito la stessa sorte in milioni di case, ovunque nel mondo, in un atroce farsa di sangue verde. Essere nati o fatti nascere solo per essere torturati in due settimane di falsa allegria. Come si può pensare che un albero mutilato dalle radici, possa portare la vera gioia che manca negli spiriti nelle case umane abitate da esseri che non sanno distinguere ciò che è vivo da ciò che non ha vita propria, potrebbe significare che i veri morti sono tutti coloro che, pur essendo consapevoli, continuano pervicacemente a celebrare una festa attorno ad una vita che muore anelando per quella luce solare e quell’acqua piovana che aveva conosciuto nascendo e che gli aveva dato l’illusione del luminoso futuro che gli spettava di diritto.

ennio forina  – novembre 2017

Mattatoio Globale

La violenza2.jpg

Ogni nuovo giorno,

una parte di me soffre e muore

insieme a tutti gli animali

che soffrono e muoiono per la malvagità

della specie di cui sono parte.

E non c’è raggio di sole,

né brezza di vento, né profumo di fiori,

né soffice luce lunare,

né nebbia di mistico oblio,

né coltre di sonno profondo che possano,

per un solo istante, farmi dimenticare

o attenuare l’orrendo incubo

che facciamo subire

a tutto il mondo vivente.

 

Tristia: L’Esilio della Ragione

Io sono una persona che osserva il mondo da sempre, il fenomeno della vita in tutti i suoi aspetti, e oggi c’è un mondo parallelo che è il riflesso di quello reale ma dove accadono le stesse cose ed è frequentato dalle stesse persone, ed è internet, nient’altro che il vaso di Pandora, che rende possibile la visualizzazione concreta di quanto prima non era possibile immaginare con precisione. Io osservo il web come ho sempre osservato la realtà, dal momento che non mi sono mai accontentato di essere confortevole nella mia realtà soggettiva ignorando il resto della realtà vivente, oltre le sue bellezze, sopratutto i suoi drammi e le sue sofferenze anche se non mi toccavano direttamente. E poiché la realtà esterna al mio ambito esistenziale non mi è mai sembrata confortevole, io non sono mai riuscito ad essere confortevole nella mia. Internet mi ha dato due possibilità che prima non avevo che limitatamente, quella di osservare e investigare più ampiamente e graficamente la realtà attuale e quella d esprimere verso gli altri le considerazioni che derivavano dall’osservazione attenta e analitica della realtà. Ma internet, come tutto ciò che ha un uso diffuso e un valore intrinseco, è diventato un bene di cui impossessarsi, una merce e strumento di controllo e potere, e così come è successo per le religioni e le ideologie, l’oro, il petrolio, la sessualità e la droga, si è trasformata anche in un’arma nelle mani dei malevoli che sono pronti ad utilizzare contro fazioni e parti opposte o soggetti individuali anche per sola antipatia o desiderio di distruggere. È il caso emblematico della rivoluzione francese, quando furono costituiti gli scellerati e insani comitati di salute pubblica fondati sul presupposto che sarebbero stati utilizzati da cittadini virtuosi e di alta levatura intellettuale e patriottica per individuare e colpire la reazione in tutti i suoi aspetti, ma finirono invece nelle mani di rozzi, ignoranti e barbari individui che usarono le delazioni e un potere mal demandato per vendicarsi o colpire persone con cui avevano avuto discordie o liti condominiali o per semplici antipatie, così la rivoluzione che avrebbe dovuto aiutare ad affermare le presunte virtù di un popolo rispetto ai suoi tiranni, finì nel rivelare che in gran parte gli oppressi erano persino peggiori dei loro oppressori. Oggi siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica dove tutto è permesso e tutto è proibito, dove una massa di soggetti confluisce per scopi e obiettivi diversi, buoni o malevoli o anche semplicemente per lasciare una traccia di sé. Questa rivoluzione tecnologica ha dato poteri immensi ai controllori e ha generato una nuova genìa di sub-poteri gestiti da controllori auto nominati con scopi diversissimi, – oltre a quelli giustamente utilizzati dalle autorità per la sicurezza sociale, – una schiera di “pirati” e cacciatori di taglie, che hanno il vuoto dentro, che non hanno nulla da esprimere, che non sanno nemmeno perché esistono, si avventano sui profili degli individui per carpirne i desideri e le tendenze, per vendere i dati come scavengers saprofagi, divoratori di cadaveri senza nemmeno saper distinguere quello che è marcio e quello che non lo è. E c’è una terribile analogia con chi va a uccidere animali innocui spezzando a fucilate le loro esistenze non per sport o divertimento, ma per invidia poiché essi non sopportano che altri esseri viventi siano felici come sono felici gli animali nel loro ambiente e nella loro libertà. Siamo continuamente spiati, anche nelle nostre case, attraverso i computers, i televisori, gli smart phone, nostri e dei nostri amici e dobbiamo stare ben attenti a non mettere un clic in fallo in questa pericolosa giungla comunicativa, piena di insidie e sabbie mobili, perché possiamo essere inesorabilmente colpiti dai “comitati di salute virtuali”, giudicati sommariamente e ghigliottinati, sempre virtualmente, dagli stessi rozzi, barbari e ignoranti individui che da sempre costituiscono la maggior parte del genere umano. A me personalmente non fa nessun effetto, molto tempo fa ho rifiutato di accettare i parametri di rispettabilità sociale dovuti solo al conseguimento di attestati e di seguire i comodi percorsi delle aggregazioni di potere per trarne un vantaggio personale e sono restato ai margini delle attività, contando solo sulle mie capacità professionali in cambio di modestissime remunerazioni, ma sono rimasto libero e libero di pensare, di osservare e di analizzare le cose. Io seguo la logica della natura più delle leggi umane, seguo le regole di convivenza civile, rispetto delle precedenze e della gentilezza, e nella logica della natura vedo lo stesso principio che costituisce la parte più importante della mia etica, non far male a nessuno, in nessun modo, se non per difesa o per difendere qualcun altro, innocente che subisce una violenza. Ma questo principio largamente presente nel mondo vivente è quasi del tutto inesistente nel mondo degli umani. Per il resto la bio – logica è di gran lunga superiore e positiva delle regole, delle leggi e dei costumi umani, non a caso ci riferiamo alla Natura quando parliamo di armonia, generosità, intelligenza e saggezza. Quando esprimo le mie riflessioni non lo faccio mai indicando delle persone, né per biasimare né per lodare, io osservo e analizzo i fatti, le evidenze e le conseguenze in azioni del volere dei singoli o dei gruppi di individui o dei sistemi di potere, chiunque essi siano, e in base a questi e in base a queste evidenze cerco la ragione delle cose. Le mie intenzioni sono contenute nei testi che scrivo e nei dialoghi pubblici e privati che ho finora sostenuto in rete, qualsiasi altra maldicenza o valutazione negativa e approssimativa che potrebbe essere riferita sul mio conto in rete non mi sorprende e non mi turba affatto, a meno che qualche perverso hacker sia in grado di manipolare i miei testi o dialoghi ma se anche questo potesse succedere non avrebbe effetto su di me, non mi causerebbe un dolore maggiore di quello che sento per la consapevolezza delle ingiustizie e sofferenze imposte a tutto il mondo vivente e a tutte quelle poche persone sensibili e con buone intenzioni. E sarebbe solo una ulteriore conferma della inutilità di continuare a credere che vi sia una minuta possibilità che questa specie possa realmente evolversi prima di implodere in se stessa dopo aver distrutto un mondo. So bene, da tempo immemore, che nella società umana, manifestare liberamente le proprie idee credendo in esse, vuol dire diventare una preda in un mondo di predatori. È così da sempre e di solito sono le menti più libere che vengono prese di mira e diventano bersagli non appena diventano visibili. Mi succedeva quando ero un piccolo uomo e un adolescente, succede anche ora in altre forme; è la predominante natura umana, disgregante, distruttiva, intollerante e invidiosa che non sopporta quelli che hanno una fede aliena, che credono in quello che dicono e che cercano di costruire invece di distruggere.

Il Lato Oscuro della Parola “Libertà”

Libertà fine

IL LATO OSCURO DELLA PAROLA “LIBERTA’”
Cito : “La mia libertà finisce dove comincia la tua.” –

Non mi riferisco mai ai pensieri espressi da altri, ma raramente devo fare una eccezione, quando alcune idee vengono promosse e celebrate così tanto da influire sulla mentalità comune e la cultura. Non capisco perché questa frase sia menzionata così spesso e glorificata come se fosse l’apoteosi del senso della giustizia e della tolleranza, mentre in realtà, queste poche parole ad effetto, si prestano a molte interpretazioni ed utilizzi che hanno ben poco a che vedere con la vera etica e il senso di giustizia. Analizzando i significati reconditi di questa asserzione si può evidenziare per prima cosa il suo carattere circoscritto, autoreferenziale tra due soggetti, escludendo una possibile parte sofferente della disputa, una specie di accordo fra umano a umano che esclude altri umani e anche tutti gli altri esseri viventi, vale a dire: “purché tu non interferisca nel mio ambito di libertà, io non interverrò nel tuo, indifferentemente da quello che tu fai nella tua libertà”, perché secondo questa formula è il tuo ambito e devo rispettarlo, così se nel tuo ambito tu fai cose perverse io non potrò intervenire per impedirle.

Nulla di nuovo sotto il sole, è sempre stato così, è la primitiva legge umana del “farsi gli affari propri”. I popoli creano i loro sistemi di vita, le loro leggi, i loro usi e costumi e non ammettono l’ingerenza di altri popoli, che significherebbe una invasione di territorio e quindi un conflitto. È stato così in passato, e lo è anche oggi, ogni volta che questa formula veniva violata una guerra si scatenava, dopo la lezione dell’ultima grande rottura di questa formula, costata milioni di morti e immani distruzioni, si cerca di evitare un’altro simile conflitto, ma resta la formula in vigore, cioè ognuno a casa sua fa quello che vuole, ma solo per evitare guai maggiori, e questa non è etica, è la realtà umana. Il problema etico sorge veramente quando in questo ambito di libertà umana decisa dagli umani, che sono i fruitori delle sue conseguenze nel bene e nel male, entrano altri soggetti che rappresentano un bene per se stessi e al tempo stesso un bene comune ma non mercificabile e che non dovrebbero essere vincolati ai teoremi umani né ai loro trattati; gli animali e gli animali- piante. 
Se nel mio ambito di libertà esistono dei princìpi che riguardano il rispetto della vita e della compassione universale, io non posso tollerare che un altro paese, nell’ambito della sua libertà eserciti la sua prepotenza e brutalità su esseri viventi che non gli appartengono, poiché essendo viventi appartengono a sé stessi prima di tutto e contemporaneamente al mondo vivente, che non può essere divisibile se non con la prepotenza. Quindi la formula non funziona, perché o sono io a dover cedere alla prepotenza dell’altro o è l’altro che deve astenersi da esercitare quella prepotenza, smettendo di appropriarsi e uccidere esseri viventi che non gli appartengono. Ma scendendo in uno scenario più piccolo possiamo fare altri esempi. Una frase simile può essere anche di fatto, il suggello di un accordo fra bande criminali, come dire: “noi siamo liberi di fare quel che vogliamo nel nostro territorio e voi fate quello che vi pare nel vostro territorio”, basta che non invadiate il nostro e quindi la libertà di agire in esso. Lo stesso vale per gli esseri umani. Se – la mia libertà finisce dove comincia quella altrui – senza specificare come si usa questa libertà, vuol dire che sia io che l’altro ci stiamo appropriando di qualcosa che non ci appartiene, uno spazio di azione in cui potremmo fare qualsiasi cosa a condizione di non oltrepassare i confini dello spazio del nostro concorrente o del nostro mutuo accordo di non ingerenza, così siamo in due o innumerevoli duplicati di noi due, ad appropriarci della libertà di azione illimitata perché non specificata dai principi, in uno spazio limitato nel quale noi siamo i dominatori di qualcosa che in realtà non ci appartiene; quello degli altri abitanti del pianeta, che sono esclusi dal teorema, non lasciando loro né spazio né libertà dato che la nostra reciproca libertà diventa di fatto il nostro reciproco arbitrio mantenuto in determinati confini, purché divisibile solo tra noi.
Bisogna distinguere tra la libertà di essere e quella di agire. La libertà di essere è infinita, non ha e non può avere limiti, è una libertà dinamica che scorre nel tempo e nello spazio e non è circoscrivibile da una formula o da un teorema, mentre la libertà di agire ha precisi limiti etici che dovrebbero seguire il principio della tolleranza universale e del rispetto dell’esistenza di qualsiasi altra forma vivente. E non può essere decisa solo da un contesto di due soggetti o due parti. Io direi piuttosto che la mia libertà è infinita quanto quella di qualsiasi altro essere vivente, ma questa libertà deve fermarsi quando può nuocere agli altri, tutti gli altri, senza ragione di difesa. 
Il semplice fatto che una sola specie sia troppo numerosa, alterando gli equilibri naturali è di per sé un arbitrio e una prepotenza.
Solo per fare un esempio fra i tanti : – che cosa sarebbe successo se per ipotesi la Germania nazista non fosse stata del tutto sconfitta, ma si fosse decisa una pace tra le nazioni lasciando alla parte sconfitta le sue prerogative e scelte, consentendole dunque in base alla sua ideologia e al suo ambito di libertà nazionale, il permesso di continuare a sterminare persone nei “suoi” campi di concentramento? – Anche qui il teorema non funziona, così come non funziona a livello individuale nel caso in cui il mio vicino di casa, secondo il suo concetto di libertà, voglia bollire vivi cani e gatti e altri animali, dopo averli scuoiati, sempre da vivi. Parimenti dovrei tollerare il costume indigeno di bollire vive le aragoste o le lumaca secondo il concetto di libertà in vigore da queste parti e quindi per tutti i casi in cui io lascio fare a te tutto quello che vuoi finché non  impedisci me di fare  tutto quello che voglio io.
Io non posso rispettare questa formula di libertà perché rispetto prima di tutto la libertà e il diritto di vivere e di non soffrire delle persone, dell’aragosta e del capretto e di qualsiasi essere vivente. E anche qui si generano le premesse conflittuali che annullano ineluttabilmente la validità del teorema. Quindi a meno che non si verifichi un conflitto di sopravvivenza, alle diverse libertà esistenziali dovrebbe essere permesso di intersecarsi, sovrapporsi, toccarsi e comunicare in reciproci rapporti positivi e costruttivi.

La condizione base è che non si possa agire liberamente causando danno agli altri, semplicemente stabilendo limiti di azione soltanto fra un “te e un me”, e nell’ambito di spazi d’azione circoscritti, ma stabilendo dei princìpi etici che riguardano universalmente le azioni in essere da non superare, che non riguardano solo una relazione di tolleranza duale, fra due singoli soggetti intesi come entità, che possono anche essere culture, popoli e nazioni, non solo individui, escludendo tutto il resto, ma considerando dei principi che rispettino i diritti di tutto il mondo vivente che considerino ambiti di libertà condizionati dagli stessi princìpi.

Ennio Romano Forina

Il Libro dell’Amore – 1

 L’amore vero è come un libro

che racconta una storia

che si scrive mentre lo si legge,

un libro in cui per ogni pagina

letta con passione sincera,

se ne aggiunge un’altra di seguito, 

e così per ogni giorno di lettura

un’altra e un’altra ancora da leggere

senza che all’ultima pagina dell’ultimo capitolo

possa mai apparire la parola “Fine”

ma quella di un nuovo inizio.


ennio forina

Ma se non ci sono parole da scrivere in ogni pagina, ogni giorno, non c’è una storia da raccontare e nessun Amore da vivere.

Allo Stesso Modo…

Esiste una tremenda analogia

fra gli stupratori e gli assassini.

Qualunque sia il motivo

per cui feriscono qualsiasi essere vivente,

se per rapina o per odio,

per disprezzo o per profitto, per sport e per trofei,

tutte e due le categorie violano e uccidono

la libertà e i corpi di altri esseri viventi,

con la stessa prepotenza e la stessa malvagità.

Qualunque sia il mezzo con cui lo fanno.

ennio forina