Category: Note di un Viaggiatore della Mente
A DANIZA
Ennio Forina
A DANIZA
In questi civili territori del nord, forse si pensa che l’ambiente sia solo un posto per allevare animali, cacciare e fare passeggiate e dove, ad abitare i boschi ci sia solo una fauna innocua e disponibile a farsi sfracellare dai pallettoni. Certo, un orso è un elemento scomodo, un potenziale pericolo, un ostacolo alle nostre attività. Non per nulla quando parliamo di “ambiente” anteponiamo sempre il pronome possessivo “nostro”. Ma vi sono dei confini alle “nostre” libertà oltre i quali c’è sempre un pericolo. Tutti noi sappiamo che le città sono luoghi sicuri quando negozi, bar e ristoranti sono aperti e molte persone si muovono per le strade, ma quando le attività umane si spengono quello stesso territorio “pacifico” di poche ore prima può diventare molto pericoloso e questo lo accettiamo come il prezzo che si paga per godere dei privilegi della civiltà, ma quale prezzo vogliamo pagare per godere dei privilegi di un vero ambiente naturale, diversificato, frequentato e gestito dalle stesse creature che da migliaia di anni vi hanno avuto dimora? Quale prezzo per poter chiamare Natura la Natura? Nessuno. Non ricordo nemmeno il nome di questo paese che si è rivoltato in modo così volgare, violento e vile alle manifestazioni in favore della salvezza di questa madre orsa, ma dall’esito della vicenda capisco che i suoi abitanti e tutti coloro che hanno voluto eliminare il “pericoloso” intralcio, non sanno nemmeno cosa sia la Natura, né tantomeno sanno come viverla e rispettarla. Promotori ed autori della fine di questo magnifica figlia della natura, avete dimostrato con questa uccisione, di tollerare soltanto la presenza e l’esistenza di animali da sfruttare come prede, schiavi sacrificali o come giocattoli per i vostri giochi letali. Avete dequalificato questo “vostro” ambiente da Parco Naturale a misero parco dei divertimenti e della sagra dei funghi. Oltre alla splendida orsa che si erge al di sopra delle vostre misere ragioni, avete anche distrutto un’ icona affascinante che avrebbe continuato ad arricchire e nobilitare la reputazione della regione che, per mio conto, ora non mi interessa più visitare. Non c’è nel cosmo delitto peggiore del separare dei cuccioli dalla loro madre.
PREDATORI DI NOMI
Continua senza sosta nei media e in internet la cultura del disprezzo per gli animali.
Quando finirà l’uso di termini impropri per insultare gli antagonisti o i nemici o semplicemente le persone che non vi piacciono? Non sono parte né simpatizzante di nessun sistema politico, squadra calcistica, corporazione o altro, anzi non sono parte di nessuna congregazione di umani, piccola o grande che sia. Ma difendo i vermi, che sono esseri viventi ed hanno la loro dignità anche se a voi non piacciono. Quello che i vermi fanno è molto più utile di quello che fanno i governi e i loro oppositori, alcuni trasformano incessantemente la materia inerte in terreno di coltura, dove cresce e si sviluppa la vita. Altri scompongono le sostanze degli organismi in disfacimento e le metabolizzano in altri circuiti vitali. È una funzione indispensabile per costruire e garantire la vita delle altri esseri viventi, compreso l’esistenza di quelli che li disprezzano. Se volete insultare i vostri nemici siate abbastanza creativi ed istruiti da trovare termini specifici che descrivano le caratteristiche umane malevoli e lasciate stare la vita. Quello che fa un verme è molto utile, necessario e persino degno di meraviglia, mentre al contrario quasi tutti i battibecchi politici sono non soltanto infruttuosi, ma inutili, non necessari, e non destano meraviglia ma squallore, poiché istigati da faziosità, da opinionismo e pregiudizi e completamente privi di dialettica.
Usando con disprezzo e disgusto i nomi degli animali, voi insegnate ai piccoli della specie ed ai vostri figli che vi sono animali simpatici , (pochi) a cui vogliamo un gran bene ed altri, (moltissimi) che sono schifosi e si possono eliminare e forse anche torturare, insegnate loro che deve vivere solo quello che a noi piace. Così anche le bellissime erbe dei campi, che vengono brutalmente e stupidamente chiamate erbacce per eliminare le quali si inondano i terreni con pericolosissimi diserbanti. Sembra che questo mondo attuale non sappia riflettere sulle evidenze che non si possono ignorare, non sappia apprendere e ritenere le nozioni regalate e non sappia ragionare per capire la ragione delle cose.
“Reddite Caesaris quae sunt Caesari”
A Cesare si può dare quel che è di Cesare, ma tutto ciò che vive non dovrebbe appartenere a nessuno, se l’animale umano fosse veramente dotato di quella sua sedicente superiorità mentale e morale rispetto agli altri animali. Ma non è così, al contrario, nei millenni ha per lo più costruito sistemi e definito leggi che santificano e legittimano le sue efferate predazioni, mentre quelle dei veri predatori per costituzione, le chiama atti bestiali. Non so se la notizia del pignoramento degli animali di affezione possa essere vera o verosimile, certo se non lo è sarebbe auspicabile una pronta smentita da parte dell’ente direttamente interessato. Tuttavia, in questo clima di parossismo burocratico-fiscale e brutale follia collettiva, tutto può avere la consistenza della realtà più terribile. Del resto, cosa non è accaduto soltanto nel secolo scorso? È forse cambiata l’umana gente, sono veramente migliori i popoli, i governi, le classi che detengono i poteri? Sono cambiati gli obiettivi, le aspirazioni, i princìpi, la sensibilità e gli ideali? Per molti individui, molti di noi almeno, il sentimento per gli animali e specialmente quelli che sono loro compagni di vita, è l’ultima spiaggia di libertà affettiva privata non quantificabile e non alienabile da nessun parametro contabile. Per molti di noi è l’espressione dell’amore reciproco più disinteressato e sincero che vi sia e se Cesare volesse davvero esigere anche questo amore e questa vita, oltre alla sua effige, allora quello vorrebbe dire che tempi molto, molto, molto cupi, si stanno avvicinando ai nostri orizzonti.
The Lost Forest


di Ennio Forina
Un tempo l’Europa era tutta ricoperta di boschi e foreste, nonostante gli antichi romani si dedicassero in modo industriale al taglio degli alberi e senza preoccuparsi affatto di problematiche ambientali. Se poi si guardano le prime foto o i numerosi dipinti della campagna romana di qualche secolo fa non si può fare a meno di notare la desolante mancanza di alberi, perché venivano da tutti utilizzati per legna da ardere, costruzioni varie e terreni da pascolo.
Oggi sembra che le cose non siano affatto migliorate e anzi, in Italia, non solo abbiamo conservato la stessa sprezzante indifferenza per la vita vegetale ma in commercio sono a disposizione di chiunque molti terribili mezzi di distruzione di massa per la vegetazione che superano la fantasia. Inutile parlare della rapida e continua distruzione di larghe aree della foresta amazzonica e delle foreste pluviali per le quali tutti fanno finta di indignarsi. La triste realtà del nostro rapporto col mondo vegetale si evidenzia intorno a noi, nelle nostre campagne, nei parchi cittadini, nei giardini condominiali. È qui che si vede dove sta veramente il cuore della gente. Allora si tagliavano alberi e arbusti per necessità un pò più serie, oggi si tagliano per ignoranza, disprezzo e un numero infinito di motivazioni idiote.
Anzi molti alberi vengono resi instabili e pericolanti proprio dalle potature. Le radici degli alberi sono proporzionali alle loro chiome e se i rami bassi vengono tagliati, l’albero si inclina perché il baricentro si sposta in alto mentre le radici diminuiscono, per di più essi reagiscono agli attacchi degli animali “mangiarami” crescendo in altezza per salvare la suo chioma o nel caso degli alberi che producono frutti, fruttificando esageratamente per potersi riprodurre prima di essere divorati. Sono reazioni intelligenti che rivelano la capacità delle piante di pensare, ma che purtroppo non possono cambiare la loro sorte. Nelle città italiane la potatura degli alberi sembra una sindrome nevrotica ossessiva, i condomini di qualsiasi classe e livello sociale sono tutti mobilitati ad eliminare il problema foglie. Non c’è nulla che l’italiano tipo odia più delle foglie che cadono nei pressi delle case, sui marciapiedi o peggio ancora sulle automobili. Non c’è la stessa reazione per le deiezioni non raccolte dei cani e per quelle umane persino, non per gli involucri di tutti i generi e per i miliardi di cicche di sigaretta gettati con disprezzo per terra.
Qualsiasi tipo di rifiuto è accettato basta che sia un po più in là della propria abitazione o vettura, ma le foglie appassite no, sono intollerabili. Il decoro dei balconi e degli appartamenti con piante ornamentali, i giardini addomesticati per gratificare il nostro gusto estetico sono ben povera cosa ed anzi in senso biologico rappresentano un oltraggio. I fiori non sbocciano per il nostro diletto ma per la funzione alla quale sono preposti, devono ammaliare insetti non il nostro appetito visivo. Alle indiscriminate e probabilmente “interessate” motivazioni delle potature cittadine si aggiungono anche le conseguenze dell’ignoranza, dei vizi e delle intemperanze della natura umana. Non basta la distruzione dei boschi per far spazio alle autostrade, agli insediamenti, alle coltivazioni e agli allevamenti intensivi. Non basta la forzata estinzione dei ruscelli e l’inquinamento di quelli che sopravvivono, non basta l’eradicazione delle siepi naturali che sono un formidabile baluardo contro la desertificazione per il vento, il taglio degli alberi sui clivi collinari, causa principale degli smottamenti devastanti di terra. Non basta l’uso scriteriato e indiscriminato dei diserbanti; quando, invece di lastricare un marciapiede o un’area qualsiasi, si preferisce inondarlo periodicamente di sostanze tossiche con procedimenti che oltre ad essere costosi, pericolosi e fortemente inquinanti, danneggiano e alterano drammaticamente gli ecosistemi causando nuove problematiche.
L’uso di diserbanti, di fitochimici, la continua costruzione di strade, le montagne di rifiuti e sostanze tossiche, scarichi industriali, incendi, provocati non già da piromani ma da criminali e da incauti fumatori menefreghisti, che gettano ostentatamente le sigarette accese fuori dai finestrini delle auto, dovunque si trovino, l’inquinamento delle acque, causato oltre che dalle industrie, anche da una incalcolabile quantità di saponi, decalcificanti, igienizzanti, disinfettanti, sigarette rilasciate al suolo e nelle acque a miliardi, vernici, acidi , oli e una vasta gamma di antiparassitari che distruggono interi ecosistemi, compreso gli animali e gli insetti che si nutrono di larve di zanzare, lasciandole libere di diffondersi in modo esponenziale. Ma a tutto questo si aggiungono altre offese al mondo vegetale che hanno il sapore della beffa, prima fra tutte il massacro degli alberi natalizi, che quando non finiscono nella spazzatura dei giorni dopo-festa, vengono ecologicamente riciclati per ricavarne carta e questo dovrebbe sistemare le cose. La condizione essenziale per la vita e lo sviluppo delle vegetazioni è la libertà di svilupparsi nella biodiversità e nella interazione fra loro, il mondo animale e gli eventi atmosferici, ma, ad esempio si proibisce ad alcune piante di esistere perché si fa un cattivo uso delle loro sostanze, come nel caso della marijuana; nel linguaggio istituzionale e in quello comune si stabilisce che la marijuana è una pianta “illegale” quindi criminale ed è la pianta stessa che subisce la pena più certa, perché viene condannata a non esistere. Infatti cosa vuol dire “illegale” se non che la pianta in questione non solo non può essere coltivata ma laddove cresce liberamente debba essere distrutta e di fatto condannata all’estinzione?
È lecito chiedersi se sia etico causare l’estinzione di una specie solo perché vi sono individui che ne fanno un uso scellerato? E quale danno e conseguenze potrebbero derivare dall’estinzione di un elemento che potrebbe contenere proprietà ancora da scoprire di utilità fondamentale per la salute umana? Alcune acacie, anche nei nostri parchi e giardini hanno spine così lunghe e rigide che potrebbero tranquillamente uccidere un uomo al pari di un coltello d’acciaio, dovremmo per questo considerarle fuori legge e distruggerle e mettere in galera chi non lo fa? Altre piante vengono considerate cattive, infestanti, solo erbacce, quando invece posseggono qualità curative importanti. Chi può dirci che eliminando la marijuana o la gramigna o l’ortica non causiamo una serie di devastanti conseguenze su altre, possibili, utilissime specie vegetali, dato che il mondo vivente è così tutto interconnesso? Le foglie e i rami dei pomodori contengono alcaloidi e sono velenosi. Spesso le piante rendono tossiche le parti vitali per proteggere il proprio sviluppo così che gli animali non le mangino prima che i semi in esse contenute siano formati completamente ed avere quindi il tempo di produrre un frutto intorno ai semi ed offrirlo agli animali come pagamento del biglietto di trasporto per terreni più lontani. Quindi il frutto acerbo generalmente è indigeribile o addirittura velenoso, come il pomodoro, ma diventa buono e nutriente quando è maturo e quando con esso matura il seme. Quale intelligenza! E noi che pensiamo di aver inventato il commercio internazionale.
Purtroppo gli interventi distruttivi e disequilibranti che imponiamo alla Natura derivano non solo dal libero arbitrio dei molti: aziende, strutture e privati, ma anche dalle leggi e dalle normative che cercano di risolvere i problemi guardando il particolare ma ignorando l’aspetto ambientale generale . E dopo aver fatto queste considerazioni che sono solo un breve riassunto di alcune dolorose realtà globali veniamo alla festa delle donne, ancora celebrata con il dono del classico mazzetto di rami di mimose. Sembrerebbe un argomento irrilevante, risibile, invece è fondamentale perché la distruzione delle grandi foreste parte dal come consideriamo e trattiamo il ramoscello. Invece di piangere per questo massacro di alberi globale e rivedere la nostra conoscenza e le nostre azioni, ci concediamo altre libertà a danno di questi esseri viventi che hanno “fabbricato” l’aria che ci permette di vivere, solo per soddisfare tradizioni insulse e poco significative. Care signore donne, cosa pensereste se il vostro partner vi regalasse un melograno o una patata invece? Sarebbe un regalo più consapevole, un gesto più sentito e significativo, per il valore nutritivo di questi doni ma sarebbe anche un gesto che rivelerebbe in lui una sensibilità superiore che è quanto di meglio possa desiderare una donna da un suo compagno di vita.
Oppure chiedetegli di comporre per voi un poema come l’antico poeta Tibullo che scriveva i suoi versi d’amore per Delia sotto l’ombra degli alberi presso le acque scorrenti di un limpido ruscello. Siate consapevoli che l’otto marzo, più che la festa delle donne è il giorno del massacro delle mimose, perché, per via della vostra compiacenza, manipoli di individui, indigeni, comunitari, extracomunitari, vanno ovunque a strappare selvaggiamente i rami dagli alberi fioriti spesso danneggiandoli seriamente o uccidendoli per vendere i mazzetti di mimose agli angoli delle strade ai vostri fidanzati che altrimenti sembrano non essere in grado di trovare idee più originali e più diluite nel tempo. Suvvia dunque, mostrate al mondo di saper aspirare a qualcosa di meglio, di avere una consapevolezza della vita che scorre nel ramo di un albero, che non è un oggetto decorativo ma un organo vivente con delle funzioni. Non vi suggerisce nulla il veloce deperimento di questo trofeo? Dopo pochi giorni appassisce e si decompone, forse proprio come i sentimenti amorevoli che dovrebbe testimoniare. Chiedete ai vostri partner qualcosa di più interessante, originale e durevole, un guizzo di ingegno creativo e di profonda sensibilità e avrete una prova più vera del suo amore.
Caino, Abele, Caino, Abele, Caino…
Nel ricordo, ma anche nell’esame profondo del male prodotto dagli umani, ho sentito parlare di un “fuori luogo” ed anche di un “molto fuori luogo”che non deve essere superato dal sentimento della compassione. Vale a dire la compassione sarebbe una prerogativa esclusiva della specie umana ed applicabile solo alla specie umana.
Il concetto resta vago e incerto. Il “luogo” potrebbe rappresentare tre ambiti: l’Etica, La Religione e la Scienza. L’Etica non è una base assoluta di giudizio poichè è diversa nel tempo e nello spazio, in un mondo vorace e standardizzato come quello attuale, l’etica è subordinata al profitto ed ai compromessi con le varie credenze religiose e non riserva spazio alla compassione per gli animali, vittime della voracità umana dell’indifferenza ed anche dei preconcetti.
Le religioni considerano l’umanità una specie al di sopra delle altre e totalmente staccata dal contesto naturale, la cosiddetta scienza non è una entità ma una variegata pletora di attività umane connesse con la tecnologia e si preoccupa principalmente di collezionare successi, ottenere risultati per aumentare lo sviluppo e le risorse del genere umano ma sopratutto la ricchezza e le comodità, e non sa nemmeno cosa siano i sentimenti della compassione, dell’amore materno e della ricerca della verità.
Non vedo altri “luoghi” possibili che possano negare il fatto che la vita sia un fenomeno unico, che non c’è differenza fra gli esseri viventi come non c’è differenza tra i soggetti umani.
Se uno dei trabiccoli che se ne va a spasso su Marte riuscisse a trovare, nascosto in una nicchia umida tra le rocce, un piccolo rivo d’acqua ed uno scarafaggio marziano, noi tutti saremmo affascinati e commossi dalla scoperta ed i giornali titolerebbero quell’evento cosi: – SU MARTE È STATA TROVATA LA VITA! – Proprio così, non una vita minore da schiacciare, ma la VITA.
C’è chi afferma che uccidere animali per mangiare sia inevitabile. Al di là del fatto che i motivi per cui la specie umana uccide gli altri animali sono innumerevoli, crudelissimi e per lo più inutili e futili. Il fatto che gli umani possano volare nei cieli non significa che essi sono simili agli uccelli. Il fatto che possano dotarsi di macchine che emulano e superano le capacità di altri animali non vuol dire che siano simili a quegli animali. Il fatto che gli umani divorano gli altri animali non li fa assumere la stessa forma e la stessa vocazione di un vero predatore. Noi facciamo tutte queste cose per mezzo di attrezzature che per lo più abbiamo imitato da tutte quelle già ideate da tutti gli altri esseri viventi. primi fra tutti le piante.
Fare delle distinzioni basandosi su concetti vaghi e relativi alle varie società umane è pericoloso. Esserne convinti senza riflettere è rovinoso e perverso.
Di olocausti nella storia degli umani ce ne sono stati sempre ed in continuazione, piccoli e grandi, esecuzioni vili, dalle clave alle lapidazioni per seguire i luoghi comuni delle varie religioni, la violenza degli umani contro altri umani non ha avuto sosta e tuttora è una tragica realtà. Ma di questo gli altri esseri viventi, i cosiddetti animali, non hanno colpa. Di solito non aggrediscono l’uomo se non per difendere se stessi e la propria prole, non ci hanno mai dichiarato guerra, non ci hanno mai reso schiavi se anche siamo stati uccisi da loro non ci hanno mai torturati intenzionalmente, come noi facciamo a loro. E se anche ci uccidono qualche volta, sono loro che non sanno quello che fanno, al contrario degli umani che lo sanno benissimo.
E dopo tutta la realtà orrenda documentata, evidente ed innegabile, vogliamo togliere loro anche la dignità della compassione. Perché il genere umano è sacro e loro sono soltanto oggetti animati, lo scarto della creazione, se non addirittura bestie ignobili? Bene, questo è proprio il modo di pensare degli aguzzini perversi e sadici di tutti i tempi e di tutte le nazioni.
Questa è la matrice che genera il pensiero che si materializza nell’empietà degli olocausti.
A chi spetta decidere quale vita sia da considerare minore e quale superiore? Solo ai più prepotenti ed ai più ignoranti. È il bullismo brutale della specie che riversa le proprie frustrazioni sulle specie più deboli, incapaci purtroppo di difendersi o di fuggire.
Io ho imparato dalla Natura a rispettare tutte le forme di vita anche quelle più sgradevoli, anche quelle che hanno le sembianze più feroci e brutali e quelle che dovessi combattere per sopravvivere a mia volta, poiché tutti siamo nati e viviamo nello stesso grembo. La realtà delle condizioni naturali è spesso crudele, ma non è unica. Tra le predazioni e i parassitismi vi sono vie diverse per poter sopravvivere, vi sono forme di opportunismo evolute, collaborazioni efficienti, alleanze e simbiosi gratificanti, basta saper scegliere fra tutte, le strade migliori.
Ed ecco le distinzioni dei vari “luoghi”dell’umana cultura: quella del costume: “ Tanto loro sono bestie.” – delle religioni: “Sono stati creati per questo.” – della scienza: “ Se friggo con gli elettrodi il cervello di questo gatto forse vinco il nobel!”
Perché non può essere concesso di avere compassione per le sofferenze, le torture e le morti ingiuste per chiunque, qualunque essere vivente che le subisce’?
Il problema è che, togliendo dal nostro sguardo la spessa coltre di ipocrisia che nasconde in parte l’orrenda realtà degli stermini in atto, ci renderebbe spietatamente consapevoli di essere tutti, nessuno escluso, colpevoli e complici della loro attuazione.
La Compassione, quella vera, non è divisibile in fattori disuguali, ma è un altissimo ed unico sentimento universale.
Ennio Forina
Prediction

Prediction
Where The Stream Once Was

There was a stream of pure spring water flowing happily between two lines of poplars and a hill covered with cork oaks, but the water was stolen, the trees cut down and the Life within let die. The usual human – made assassination.

Spazio Temporale
“Qualcuno dice di non avere ha più il tempo, altri la possibilità, o la volontà, o la capacità e nemmeno il desiderio di riflettere, accettando le cose come sono. Ma la maggior parte di persone non ha tutte queste cose insieme ed è per questo che il genere umano sta procedendo ancora una volta verso un baratro, forse il peggiore di sempre, perché senza la riflessione profonda non vi è saggezza.”.
La Promessa del Mirto
Racconto celebrativo per i 150 anni della Repubblica.
La Promessa del Mirto
Si era appena ripreso riverso a terra, nascosto da fitti arbusti, mentre il sole lentamente illuminava la cupola d’aria sul monte Gianicolo. Da lì poteva vedere solo una piccola parte dei tetti e i ruderi della splendida Roma antica che si estendeva ferita oltre il pendìo.
I cannoni francesi avevano tuonato inesorabili tutto il giorno prima e il fumo delle esplosioni aveva coperto gli odori dell’estate appena iniziata, dei fiori sbocciati e degli alberi rigogliosi di foglie.
Grida e crepitìo di colpi avevano pervaso l’aria, ricordava di aver visto scaturire le baionette attraverso nuvole dense di polvere poi improvviso, un colpo tremendo nella schiena e cadendo, vedere il fucile fumante del nemico, relatore del messaggio di morte.
Questa è la guerra, una missiva di morte a un nome, una famiglia e a un indirizzo sconosciuti.
Poco più che ventenne lasciati gli studi letterari, si era unito ai garibaldini che si opponevano alle truppe francesi sul Gianicolo per difendere la Repubblica Romana per quanto non lo esaltasse la violenza della guerra.
Gli tornò in mente quando non molto tempo prima in quegli stessi luoghi, aveva riflettuto sui destini sconosciuti di tante persone sensibili e geniali che non avevano mai potuto affidare il loro contributo illuminato all’umanità perché le loro esistenze erano state spezzate prima che le loro doti si fossero sviluppate ed espresse. Quante probabili idee virtuose, opere d’arte o scoperte erano state prematuramente escluse dalla storia. Trafitte da una spada, impiccate, messe al rogo, dilaniate da una esplosione, imprigionate o fucilate. Quante occasioni sprecate di civiltà e giustizia, a dimostrazione del fatto che i delitti puniscono anche chi li commette e persino i loro discendenti, che per questo sono destinati a vivere in un mondo peggiore.
Il fumo della battaglia si dissolveva risvegliando gli odori della vita e con essi il ricordo di un’estate diversa. Sentiva di nuovo gli inebrianti vapori dei fiori del mirto che si avvolgevano come un impalpabile abito nuziale intorno a una graziosa fanciulla dai lunghi capelli rossi di cui era innamorato. Insieme percorrevano spesso i sentieri del Gianicolo, vagheggiando di altri possibili mondi più giusti e liberi e del suo proposito sempre più forte di seguire Garibaldi, mentre lei con timore pensava alle feroci repressioni dei moti rivoluzionari .
Un giorno, mentre sdraiati nell’erba guardavano le nuvole evolversi nel cielo ventoso, videro un ciuffo di pelo bianco e due piccoli occhi spuntare tra i sassi e i cespugli. Era un gattino, perso e impaurito che miagolava verso loro.
Lei lo raggiunse e lo sollevò tenendolo stretto al seno, quindi dopo averlo rassicurato, si misero alla ricerca della tana materna. Non molto lontano trovarono una piccola famiglia di gatti sotto un tronco d’albero ornato dai cespugli di mirto e una mamma gatta accolse felice il suo piccolo smarrito.
Per i due innamorati era un motivo in più per tornare lungo i sentieri del Gianicolo per portare del cibo e giocare con i cuccioli per alcune settimane fin quando sul finire dell’estate non li videro più, ma l’aver contribuito alla loro crescita e sopravvivenza aveva arricchito entrambi in molti modi, consacrando fra loro un legame profondo più di un matrimonio. Fu lei poi a osservare che i gatti apprezzati da chi aveva conosciuto la loro magica capacità affettiva rappresentavano in modo eccellente l’idea di libertà e indipendenza.
Un gatto non domina e non vuole essere dominato, restituisce amore senza essere servo, sta bene con gli altri perchè sa stare da solo. Il suo spirito indipendente non è accettato da chi cerca servi e non amici e al pari dei popoli oppressi anche loro, i gatti, perseguitati nelle varie epoche, sono stati testimoni della libertà negata.
Non era in grado di muoversi ma i suoi pensieri ora potevano scorrere ancora più liberi e profondi, superando le ferite e la paura.
- I pensieri. Sono come le nuvole, impalpabili e multiformi entità, modellate dal flusso dei venti. La sostanza di cui sono fatte è la stessa, ma le loro forme sono mutevoli si mescolano ad altre, fino a disperdersi e apparentemente sparire immergendosi nell’oceano d’aria o accumulandosi in minacciose e gigantesche masse oscure. Ma a differenza delle nuvole i pensieri possono essere inseguiti, raggiunti e con il vento della ragione si può dar loro le forme più gradevoli e innocue, nella calma ed assolata aria del tempo migliore e impedire loro di formare tempeste. –
Quella porzione di mondo che poteva ancora scorgere ruotava intorno a lui come il perno dell’universo e mentre il suo corpo si spegneva sentiva che tutto intorno le piante, l’aria, la terra che lo sorreggeva e persino i sassi, esprimeva più vita.
Quel giorno non gli apparteneva più, non avrebbe partecipato a un’altra battaglia né potuto esultare per una improbabile vittoria e mentre il sole ascendeva al suo trono zenitale sentiva che tutto quello che fino a quel punto era stato importante stava dissolvendosi insieme alla nebbia della notte appena trascorsa nel doloroso torpore.
Poco oltre il suo giaciglio d’erba c’era il corpo di un giovane nemico con la mano stretta al ramo di un cespuglio, quasi per aggrapparsi alla pianta della vita.
Quale follia perversa aveva forgiato anche il suo destino? Come tante altre generazioni perdute nei campi avversi della storia!
L’ Italia, che sognava unita abitata da genti pacifiche libere e operose stava diventando irreale e nel delirio si sentiva scivolare sempre più verso una dimensione libera dalle angosce e dai conflitti. Ma chi avrebbe ricordato il suo come quello di altri sacrifici e ad essi cercato di congiungersi valicando lo spazio del tempo? Tutti gli anni futuri regalati a un nuovo mondo forse egoista e ingrato, ai tanti, immemori e distratti, destinati per questo a tornar servi.
La Libertà di certo, non viene mai in dono.
Forse avrebbe combattuto ancora se fosse sopravvissuto, ma allo stesso tempo rivedeva con nostalgia i boschi del Gianicolo tra l’erba alta e i fiori, con la fanciulla amata che lo attraeva in sé come una galassia ingoia i suoi soli e allo scorrere di quel torrente di emozioni che non sarebbe mai arrivato al suo appuntamento con il grande fiume della vita.
Un tocco lieve percorse la sua fronte e accanto a sé vide un gatto bianco che lo guardava intensamente come se stesse scavando la sua anima. Sembrava consapevole delle sue ferite e annusando l’aria sembrava dire: “Noi gatti abbiamo colori diversi ma non ha importanza, le nostre lotte dure sono vitalità, i vostri conflitti invece hanno sempre il sapore della morte. Vi sentite tutti dei re, ma in voi regna la disperazione della solitudine poiché avete perso il contatto con l’essenza della vita. Noi abbiamo paura dei pericoli, voi della vita. Noi lottiamo per sopravvivere, voi vorreste vivere in eterno. Noi “viviamo” un territorio senza possederlo, voi lo possedete senza viverlo. E senza farlo vivere agli altri”.
Il gatto ora si era adagiato sul suo petto, lo vedeva contemplare l’universo e con lo sguardo indicare certezze. Sollevò la mano per posarla su quel corpo scintillante nel sole e un vivido ricordo affiorò improvviso alla sua mente.
Ma sì! Era il cucciolo, riportato alla madre da due innamorati felici in un giorno lontano di primavera, la stessa creatura incontrata e persa, ma non dimenticata, nei percorsi di vite diverse. Il gattino smarrito di un tempo aveva ritrovato chi lo aveva soccorso e nutrito e che a sua volta lo avrebbe scortato nel breve tratto verso la sua ultima tana.
A un tratto anche la sua angoscia sembrò sparire del tutto nello spazio di quegli occhi in cui si formavano galassie. “Non preoccuparti…” sembrava dire “…quello per cui hai lottato è la Vittoria stessa!” E il suo corpo bianco riempiva tutto il cielo.
E fu allora che tra i rami dei cespugli, anche la sua amata apparve e con un grido spezzato si piegò su di lui bagnandogli il volto coi capelli mentre il fruscìo delle sue vesti sulle foglie del mirto si spargeva intorno come le note del canto che rievocava la promessa.
Lacrime calde e soffici
Scivolarono sulle sue labbra
Mentre il vortice di pensieri
Avvolgeva la coscienza nel sonno.
La sentì accanto.
Le gote umide di pianto
La fanciulla vaga e snella
Conosciuta e amata un anno prima.
E quel che vide infine
Era per lui ben più che una promessa
Stava lì di fronte, alta nel sole
Orgogliosa e fiera come un vessillo al vento
Col rosso dei capelli
La verde gonna
E il bianco gatto in seno.
Ennio Forina
Saggezza Felina…
Noi gatti “viviamo” un territorio
senza possederlo,
mentre voi vi impadronite
di molti territori senza viverli
e senza farli vivere ad altri.
ennio forina
























