TRIBUNUS ANIMALIUM

TRIBUNUS ANIMALIUM

Pubblicato su noiroma.tv

24  Giugno 2012 – 00:42

Di  Ennio Forina

Gira, in internet, la foto di una cagnolina meticcia sdraiata per terra, sul fianco, nell’atto di allattare quattro cuccioli da poco nati, così componendo una scena idilliaca di amore materno. Peccato però che questa piccola madre abbia la testa fracassata e immersa nel sangue, mentre i cuccioli, miracolosamente ancora vivi stanno succhiando l’ultimo latte della loro mamma e probabilmente l’ultimo della loro vita.

Ma questa è solo una delle tante foto e video che in internet documentano il massacro di decine di migliaia di cani e gatti liberi o precedentemente “liberati” in alcuni territori dell’europa dell’Est.

Sembra che in questi casi le imponenti operazioni di “bonifica” siano state attivate per agevolare i flussi di tifosi e appassionati richiamati dai giochi europei di calcio che non dovevano essere “disturbati” dalla ingombrante presenza degli animali. La conseguente protesta internazionale delle varie ma discordanti associazioni animaliste è stata recepita come puro ronzio di insetto nelle orecchie dei fautori delle stragi, mentre si è avvertita la mancanza di una molto più efficace condanna della diplomazia, dei media, delle associazioni sportive e degli sponsor che avrebbero forse potuto impedire il massacro forse anche prospettando ripercussioni di carattere turistico e consumistico.

Alcuni giorni fa, la nazionale di calcio degli italiani si è recata ad Auschwitz per ricordare quelle vittime ascoltando il silenzio assordante della morte in quei luoghi, dove l’erba, la terra e persino l’aria sono ancora sature delle polveri e delle ceneri dell’olocausto – e tuttavia la squadra e tutto il suo seguito non è riuscita a “sentire” attraverso le molte denunce dei difensori degli animali, il dolore e la morte dei cani e dei gatti da quelle parti del mondo, sparsi nelle campagne e nelle città trasformate in nuovi, rigenerati, campi della cultura dello sterminio. Se uno solo tra giocatori, allenatori e giornalisti al seguito, avesse espresso indignazione e rabbia per quanto stava accadendo per l’orrore dei modi e dell’entità dei massacri, io sarei stato il primo a essergli riconoscente, ma purtroppo non ho recepito nessuna informazione di questo genere.

Sempre più spesso lo sport del calcio offre scenari di folle barbarie a stento repressa che tutti ignorano o a cui si dà poca importanza, prima, durante e dopo le partite, direttamente e indirettamente. Frequentemente si vedono ai margini delle nostre strade dei mazzetti di fiori legati agli alberi o ai pali della luce con delle sciarpe dagli inequivocabili colori di squadre di calcio. Che queste morti siano più o meno collegate allo svolgimento delle gare calcistiche è ipotizzabile. Si può causare un incidente per l’euforia di una vittoria o il disappunto di una sconfitta comunque, nella grande maggioranza dei casi il delirio del pallone ha la sua determinante importanza.

I durissimi scontri a Varsavia di pochi giorni fa nella civilissima Europa, sono un altro motivo di riflessione su quanto periodicamente accade nel nome di questo nobile “gioco” e che accadrebbe ancora di più se ogni volta non si mobilitassero imponenti e costosi sistemi di sicurezza per impedire la violenza. Ma, ogni volta, gli imperturbabili addetti ai lavori smorzano l’eco degli eventi con le solite formule risolutive, attribuendo sempre la responsabilità e il biasimo a “pochi” esaltati teppisti. Cosa poco credibile, dal momento che questi pochi teppisti riescono a tenere in scacco migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine in pieno assetto anti-guerriglia.

Le violenze di Varsavia non sono cosa nuova, non mi stupiscono e le considero disastri naturali inevitabili, considerato che la Natura partorisce i campioni di intelligenza che li causano. Ma poiché il mio interesse per lo sport in genere equivale a zero, mi era sfuggito in questi giorni quest’altro devastante “effetto collaterale”, correlato al campionato europeo. In questo caso, la violenza si è riversata sugli animali, colpevoli soltanto di essere vivi e sembra, troppo numerosi, in un territorio alterato e inquinato dalla civiltà umana. Così da qualche mese si ha notizia che sia in corso un massacro indiscriminato e feroce di cani e gatti in una colossale caccia diventata sport collettivo, a cui partecipano con grande diletto anche i ragazzini, ma i media globali, anche quelli italiani non si interessano di queste inezie, preferendo occuparsi delle strategie di gioco, delle scialbe interviste ai protagonisti e dei pronostici delle gare.

Anche se in queste ore internet trasmette qualche debole segnale di riflessione sull’impatto che la risonanza mondiale di questo olocausto comunque avrà per alcuni milioni di persone nel mondo che rispettano e amano anche le altre creature viventi, credo improbabile che le forze malefiche che sono state scatenate possano ascoltare questi tardivi appelli formali e arginare la strage, fermare gli autori, i loro mandanti e gli indifferenti consenzienti internazionali, convertendoli al pentimento per la barbarie in cui sono sprofondati. Ormai gran parte dello sterminio è stato fatto e di certo i sadici, grandi e piccoli, che vagano per le strade e nelle campagne, stanno continuando la mattanza di quel che rimane infischiandosene di una eventuale e fiacca, protesta internazionale.

Parliamo quindi degli “animalisti”, un’altra definizione stanca e inesatta per chi, come chi scrive, non si fa catalogare da nessuno. Sostanzialmente, un individuo che rispetta, ama o semplicemente difende gli animali per senso di giustizia è un “non violento” perciò le etichette di estremismo che spesso vengono attribuite a quelli che levano alta la voce in difesa degli animali è una mistificazione di comodo per poter continuare ad usarli come materiale ludico e per compiacere quelle industrie che traggono dallo sfruttamento degli animali enormi profitti, perfino ignorando regole già stabilite come quelle che, ad esempio, riguardano l’importazione di pellicce di indefinita natura e che invece si vendono tranquillamente nei nostri grandi magazzini e quelle ancora legali purtroppo, della tortura generalizzata mondiale effettuata sugli animali, nonostante la comprovata inutilità e inattendibilità della vivisezione, che rappresenterà  in futuro la vergogna epica di gran parte del mondo scientifico attuale.

Anche questa volta la sacra industria del calcio, i suoi sacerdoti e i milioni di proseliti, hanno dimostrato cosa conta veramente per loro, hanno dimostrato di quale dura pietra siano i loro cuori e di quale materia siano fatte le loro menti. L’indifferenza di coloro che potevano impedire il massacro ha fornito l’energia e la giustificazione per attuarlo. Giocatori e atleti, i loro dirigenti e gli sponsor, i bravi ragazzi gentili del mondo sportivo, si presentano sempre al pubblico con un’aura di mite e saggia responsabilità, come se l’unica cosa che conti per loro sia la gioia di partecipare alle gare con spirito veramente altruista per regalare agli appassionati ore serene di fervido, innocente divertimento. E quindi essendo così gentili d’animo e venendo a conoscenza dei massacri feroci, avrebbero dovuto con un guizzo di coscienza, riflettere sulla gravità di quanto nel nome dello sport stava succedendo e almeno come protagonisti tentare di impedirlo.

“Cosa faremo noi dunque, noi chiamati con disprezzo o ironia gli “animalisti? Noi, rinnegati della specie umana, noi che crediamo all’uguaglianza della vita, qualsiasi forma essa abbia, noi che non mettiamo l’uomo al centro dell’Universo e non accettiamo l’assioma che basa la ricerca del benessere sulla predazione, la schiavitù, la tortura incontrollate e illimitate degli animali e di altre realtà naturali, che a torto chiamiamo risorse. Noi che soffriamo e speriamo che non ci succeda un giorno di dover assistere direttamente ad azioni simili per non essere, come Amleto, costretti a rispondere al fatale dilemma dell’opporsi al Male con tutte le forze, o subirlo, senza reagire, arrendendosi ad esso”.

Ma se non siamo violenti, cosa faremo dunque? I responsabili in carica che avrebbero potuto fermare d’autorità il massacro, non lo hanno fatto, la voce di protesta di coloro che hanno preso coscienza è ancora troppo debole per determinare dei veri cambiamenti di rotta. Quello che è stato eseguito è un delitto con occultamento di cadaveri, e come per ogni delitto, non resta dunque che cercare prima il movente, per arrivare poi ai colpevoli e infine stabilire la pena. E la pena giusta e più efficace sarebbe stata la non partecipazione alle partite. Si sa, peraltro, che il movente principale, come sempre, è il profitto, quello facile, sicuro e cospicuo mentre la brutalità è la conseguenza del delirio che l’ottenimento di questo denaro implica, ma la malvagità pura è innata e non ha bisogno di ricompensa, si premia da sé nel piacere perverso di distruggere.

Quindi, se io fossi un giocatore, mi rifiuterei di partecipare alle gare. Se fossi un cronista mi rifiuterei di essere inviato. Se fossi un commentatore TV mi rifiuterei di seguire la cronaca. Se fossi un diplomatico annullerei la visita. Se, per il rispetto delle leggi che da noi sanzionano la crudeltà e l’uccisione di animali come reato, per coerenza e rispetto delle nostre leggi penali e etiche bisognerebbe rifiutarsi di essere complici dell’ orrore e disertare qualsiasi relazione connessa con gli eventi. Niente pietà, niente gioco, niente denaro. E se io fossi un tifoso farei ben sapere agli organizzatori, governanti, media e sponsors, che per me il gioco avrebbe sorpassato tutti i limiti di tolleranza e sarebbe un gioco finito. E altresì farei ben sapere che in nessun modo utilizzerei qualsiasi prodotto pubblicizzato nell’evento responsabile dell’eccidio ed escluderei quei paesi come meta turistica, per sempre.

Ma tutto questo non è avvenuto e non avverrà, confermando che a volte, anche l’etica italica è solo una infarinatura ipocrita di auto-incensamento che si può spolverare via facilmente quando conviene.

La consapevolezza degli orrori che nel passato sono stati compiuti e si continuerà a compiere non mi stupisce più da lungo tempo, ma farò ugualmente il mio appello, per senso del dovere e coerenza, rivolto a tutte quelle anime sensibili ed evolute che sono in grado di sentire il dolore degli altri.

Non dimentichiamo. Facciamo risuonare queste tragedie nella coscienza collettiva senza soluzione di continuità. Diventiamo tutti “Tribuni degli Animali”, in base ai principi universali che tutte le creature viventi hanno gli stessi diritti che sono stati loro conferiti per il semplice fatto che esistono. Diventiamo tanti, uniti, e facciamo scudo ai fucili, alle clave, ai veleni, ai daghe, alle crudelissime trappole, con le nostre voci, la nostra presenza i nostri messaggi, con i nostri appelli, con le nostre astinenze commerciali. Internet dà a chiunque la possibilità di vedere gli orrori senza misericordia, e questa conoscenza senza reagire ci rende tutti responsabili, tutti colpevoli.

Comunque, da questo come da altri esempi è chiaro che questa società sedicente civile ed evoluta (se mai lo è veramente stata) stia scivolando sempre più nella barbarie. L’indifferenza dei governi, la complicità e l’indolenza dei media, di chi potrebbe impedire, protestare e denunciare, forniscono le basi sulle quali si costruirà la realtà futura. Non si potrà parlare di rispetto per l’ambiente, salvaguardia delle risorse e amore per la Natura se si accetta che si compiano crimini simili. Queste attitudini, lasciate incontrastate, diventano i capricci viziosi che le generazioni si passano di volta in volta, con effetti disastrosi, da padri e madri ai figli e da stati ai popoli, diventano infima cultura, inibiscono i principi di giustizia e saggezza e sono foriere di sciagure prossime venture che solo la compassione e l’amore universale potrebbero fermare.

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