Dal Poema della Paura e dell’Amore

Splendida, dell’intelletto d’Amore
mistica luce!
Se tu fossi dea, invocherei il tuo aiuto
per infondere benefica ispirazione
in questo arido umano mondo
pieno soltanto della sua follia,
dove solo poche anime generose,
vaganti nei deserti dell’indifferenza,
ferite dall’invidia e dalla supponenza
ora si aggregano alle forze della Vita
per far scudo con i loro cuori
agli esseri viventi e alla loro libertà,
ma ancora assistono impotenti
nella furia che aumenta,
allo scempio umano che distrugge e uccide
senza rimorso e senza compassione.
Solo un’anima vera può sentire
di un’altra anima la presenza e l’energia
e con quell’anima saggiamente congiungersi.
Anime vere dunque, nella tua luce immerse
mentre le altre sempre insoddisfatte,
nel loro erratico vagare intorno
vogliono solo saziarsi di rapina e di possesso.
Non hanno mai davvero conosciuto
del tuo intelletto la visione,
ebbre di tutto quello che come una droga
non soddisfa ma rende soggiogati,
non nutre e non sazia mai 
nemmeno quella parte di mente
che è la fedele alleata della pancia.
Hanno paura di restare soli e non lo sanno,
ma invece di nutrirsi della compagnia
di tutti gli esseri viventi
se ne stanno insieme ad altre solitudini
tra la paura di essere uniti fra loro
e il terrore di essere disgiunti e alla deriva.
Odiano ciò che vorrebbero amare
e finiscono con l’amare
ciò che dovrebbero invece detestare,
disprezzando chi li ama
e inseguono chi non li desidera davvero,
in dislivelli di coscienze e barriere di diffidenze,
e per non saper riconoscere l’amore
si perdono inesorabilmente
in precipizi alternanti a impossibili salite,
nel loro andare incerto e senza direzione.
Ingenue menti, che confidano nelle nullità.
Mani tese invano, verso mani ritratte
che si tendono e annaspano
nel vuoto abisso delle incomprensioni.
La paura nuova è un involucro, una corazza
non la crisalide di una trasformazione
ma una bara, in cui sono estinte le più alte percezioni,
che non difende come quella antica,
ma incatena e lega agli artifici
negando l’essenza vera delle cose,
rende orfani e persi nello sperduto mondo
fatto di certezze vane e senza consistenza.
Nemmeno il ricordo orrendo della storia
che rinnova i suoi orrori senza fine,
come se mai fossero successi,
serve a dare alcuna direzione,
dicono di non aver bisogno di nulla
mentre annaspano, aggrappandosi ai relitti
dei vascelli delle presunzione,
milioni di volte naufragati
che senza timone, spinti dai venti dell’ego,
erano stati lasciati andare alla deriva,
perdendosi senza capire che i cuori
sanno dove approdare meglio delle menti,
loro invece vanno eternamente
alla ricerca di sostegno e di un riferimento
che li renda falsamente felici solo per sé stessi,
egoismo puro, questo è il fatale errore,
cercare senza sosta la felicità propria
mentre basterebbe seguire i veri palpiti dei cuori,
verso l’armonia, come tutto ciò che esiste,
eppure non lo sanno ancora,
non possono vedere dove si son smarrite,
ancora prima di iniziare il viaggio.
Come la volpe di una antica favola
disprezzava l’uva fuori della presa,
così l’umanità disprezza sé stessa,
perché non sa parlare alle sue parti,
e pensa che siano esse a non comprendere
parole che non hanno alcun valore di sostanza.
Umanità che si prende cura dell’oggetto
che non dà sensazioni mentre sopprime
le sensazioni vere che pulsano di vita.
Spianano territori immensi, boschi e piccoli giardini,
pensando che ciò che è sterile è sicuro,
si chiudono al sentimento che impaurisce
perché non si può sentire nulla
senza prima abbattere le inutili difese
contro una paura sconosciuta
che non è altro che la paura senza nome,
solo la paura di sé stessi.
So, di molte anime belle,
che tra le rovine dei sentimenti,
si schiudono come fiori anelanti alla luce dell’amore,
affiorano persino dai terreni ostili e spenti,
anche senza nutrimento provano a splendere
ma sono presto deluse, ferite e calpestate
e strappate a tutte le speranze.
Eppure non si stancano mai,
e ancora provano a spuntare come erbe ostinate
tra i detriti e le scorie degli oltraggi,
tra i ceppi e i sassi devastati dal passaggio
dei divertimenti delle mandrie umane.
L’amore che unisce due corpi
non è lo stesso che unisce due destini,
in un viaggio parallelo di anime cercanti,
in un gioco di attrazioni e conoscenza senza fine,
due corpi possono restare insieme
anche per sempre o per lungo tempo,
senza che le anime arrivino a toccarsi,
ma quello non è amore, è una convivenza,
essere uniti così è solo un’illusione,
perché un’anima possa un’altra anima sfiorare,
deve uscire dai labirinti della mente,
saper rifiutare le lusinghe che la ragione offre,
in cambio del tocco dell’essenza delle cose.
Amore non è un pacco di condizioni senza rischi
le attitudini umane falsate dalle convenienze,
affondate nel perfido egoismo,
nella paura di commettersi, di impegnarsi,
desiderando di avere ciò che non si ha
mentre si fugge da ciò che si può condividere,
amare è ben più che una connessione
o un mutuo scambio di favori,
amare è una fusione di libertà diverse,
che non perdono loro indipendenza
pur essendo unite in un viaggio senza fine
di flussi di energie che si allacciano
e si sciolgono in continuazione,
e l’una nell’altra riemerge rinnovata
generando inestinguibili ricchezze.
Tale è l’inconsistenza delle scelte,
la paura di scegliere e di essere scelti,
la paura di spendere sé stessi nelle relazioni,
di impoverirsi, nel legame e star senza legami,
eppure basterebbe donare amore e comprensione
come tutti gli animali sanno dare il loro amore,
la loro alleanza, il loro cuore
e invece noi come orchi orrendi li mangiamo,
noi, veri mostri, non come quelli immaginati e falsi
delle orrende menzogne che raccontiamo ai bimbi
che da noi imparano subito
a mentire a sé stessi ed alla vita.
Basterebbe il coraggio d’esser veri e aperti,
e saper tendere le mani,
senza paura di immergere lo sguardo
nello sguardo di un altro essere vivente
e capire che solo da quel vitale flusso di emozioni,
deriva la vera conoscenza
che vuol dire vera unione,
senza essere prigionieri
questo oggi a volte avviene
nella neutralità virtuale
dove non servono regole e barriere
che nella realtà sociale la diffidenza impone
ma non basta, è come dissetarsi
solo di acqua immaginata.
Siamo atomi, molecole, cellule di energie
che vogliono ad altre energie essere unite
verso gli stati armonici
che tutto l’universo in sé stesso cerca
e da sempre sa trovare
ma noi viviamo nella paura antica
che da molto tempo è divenuta angoscia
per il cattivo uso del raziocinio della mente
che ha fatto scempio di ogni verità
pur di avere la scusa
di uccidere la vita per predarla,
di tutte le sue ricchezze ed energie,
riempiendo le mani con il fango sterile
e gettando via i germogli preziosi della vita.
Nella paura del destino sconosciuto
nascono i germi della prepotenza.
Ma il destino vero resta ignoto
perché per sciocca convenienza
altri destini falsi sono stati costruiti
come andar nel buio verso un precipizio.
Non la paura dei pericoli concreti,
di cadere e di essere aggrediti,
necessaria che come il dolore, servono
per la sopravvivenza,
la paura distruttiva è quella esistenziale
che solo noi abbiamo e la chiamiamo angoscia.
Gli altri animali conoscono la benefica paura
di una giusta reazione ai pericoli
perché essi sanno che vivere è un dovere,
il tempo necessario a svolgere il compito
ma per sconfiggere e contenere
questa paura umana dell’essere
occorre profondamente riconoscere
i fenomeni vitali e con loro cercare l’armonia,
poesia e bellezza di ogni tipo dunque,
come quando da bimbi il nutrimento
più desiderato era la meraviglia.
Serve il riflesso di quel che siamo
oltre lo sguardo circoscritto e ottuso,
e carpire dal Cosmo la sicura ispirazione
solo quando usciamo dalle nebbie deformi della mente
ritroviamo lo stupore dell’incanto
delle percezioni ripulite dalle scorie e dai detriti
della ragione asservita all’egoismo insano
senza voler sempre imprigionare,
cambiare , costringere tutto ciò che ci circonda
alla nostra visione alterata che non rispetta
il senso e l’armonia del mondo vivente.
Serve stare attenti a non ferire mai
nessun anima vivente, nessun paesaggio,
nessun oceano splendente,
ma saper ritrovare anche in un filo d’erba,
in un sasso scolpito dal vento
e dallo scorrere di un fiume,
nelle chiome arboree volte
verso le onde dello spazio immenso,
nel fremito delle ali di un insetto,
il battito del cuore delle stelle.

Ennio Romano Forina

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