Another Daybreak without You…with You

This painting – already published – was meant for the poetry that I was still writing.

Daybreak.jpg

I go to bed and it’s another night without you

I wake up and it’s another daybreak without you

Our cats hang around and stare at me

perching over the furnitures and the sink.

Outside the window, through the foggy and dusty glass

the thyme smiles and the basil greets too.

Tiredly I make some coffee,

there’s plenty of coffee in our pot now

and I don’t have to fill it up so often

not like we had to do before,

‘cause it’s another breakfast without you.

I sit, within a sunbeam in the kitchen

and it’s another sunny morning without you.

I wander through my day’s hours

working in all the empty rooms still filled of you.

But it’s just another daybreak without you.

I long to sit and talk with you

hanging lazily out on the balcony

and holding hands in the sunny afternoon.

But the sun rays miss you

and the weak breeze can’t caress your face.

I still walk sometimes downtown,

over the narrow streets

like when I walked with you

or in the park, like we used to.

But now the streets are lonely

and the park is misty too.

I know I shouldn’t let myself be down

‘cause if I were where you are now

and you were where I’m still here

I wouldn’t like you to be down or suffer

for not having me around.

I’d like to drive you to the autumn sea,

lay down with you on the sunset’s shining sand

and lightly touch your briny lips,

but now I can only linger in my lonely thoughts

for all the things you would have loved to do

and I hoped too, I could have done again with you.

Will there be other sad daybreaks without you?

Other downcast days and lonely nights without you?

There may be still many sad daybreaks

and lonely nights for me ahead

but none of them will ever be without you

and your beautiful smile I’ll always have and see 

shining around and all inside of me.

 

Dedicated to the one I love,  Margaret Mary Healy,  September 2017

Compassione

Compassion087.jpgC‘e un amabile signore, sempre sorridente nonostante i suoi guai e quelli del popolo che rappresenta, che va in giro per il mondo libero vestito di un saio arancione e poco altro, che spesso parla e scrive di una attitudine chiamata “compassione”, esortando le donne e specialmente le madri, a coltivarla e soprattutto a trasmetterla ai propri figli.

È una indicazione molto profonda e significativa di un pensiero religioso che considera la non violenza il principio di base per la vera evoluzione di un individuo e della specie in genere. Ma per insegnare qualcosa ad altri bisogna prima conoscere quello che si vuole insegnare, e se le donne/madri volessero rispondere a questo appello, dovrebbero capire cosa sia la compassione, perché dovrebbe essere trasmessa ai loro figli ed infine quali siano gli eventuali positivi effetti da questa derivanti.

Personalmente non penso che la compassione sia un esercizio di bontà finalizzato alla solidarietà sociale o una buona attitudine civica e morale applicabile quando è opportuno, ma piuttosto un principio mentale, cercato, allevato, stabilito e profondo che si rivolge al di fuori del proprio ambito di relazioni, oltre se stessi, il proprio clan o famiglia, oltre la nazione o il popolo a cui si appartiene e oltre la propria specie.

È il principio di una vera evoluzione che contrasta anche con l’egoismo naturale di base più ottuso e crudele a partire dalla singola cellula e che si riflette su tutto il mondo vivente senza eccezioni, persino in quella parte profonda di mondo sconosciuto interno a noi e del quale noi non siamo i regolatori.

La compassione non è pietà, si può avere pietà anche per chi si disprezza, così come anche l’empatia che si prova all’interno dei gruppi o per i componenti familiari o i compagni di lavoro o di vita è un’altra cosa. Chiunque è in grado di provare qualche tipo di compassione occasionale per persone lontane che subiscono disastri e sofferenze eccezionali, o eventuali mendicanti finti o veri che siano.

È facile che ci si commuova per un caso doloroso diffuso dai media e intervenire con donazioni ma i casi sporadici di coinvolgimento emotivo che ci spingono a compiere delle buone azioni sono spesso troppo particolari e selettivi. Anche molti individui che mentre commettono crimini, grandi e minori, possono manifestare degli atteggiamenti “compassionevoli” in situazioni particolari ma che non hanno nulla a che vedere con la compassione vera, profonda, pervasiva, universale, incondizionata, che non distingue fra caso e caso, fra soggetto e soggetto.

La compassione vera è uno stato esistenziale, proviene dalla sensibilità non negletta ma allevata e fatta crescere per quello che è: una “forma elevata di intelligenza” poiché la capacità di sentire la sofferenza universale e connettersi ad essa costantemente, sentire le creature, sia quelle che intersecano le nostre vite sia quelle che conducono le loro esistenze distanti da noi è cosa rara. Anche una sola azione distruttiva compiuta consapevolmente e senza rimorso rivela in un individuo l’assenza totale della capacità di essere compassionevole.

Il cacciatore che con la sua arma potente ed “evoluta” spappola il povero fagiano, può essere molto addolorato se il suo cane, per qualsiasi ragione, si ferisce gravemente o dispiacersi per qualsiasi altro soggetto che sia un elemento rassicurante del suo proprio ambito vitale ma questo limitato sentimento” è solo un dispiacere riflesso ed egoistico per qualcosa che pensa di appartenergli e che permea la sua sfera esistenziale.

È così che i criminali grandi o piccoli, si costruiscono la loro distorta e perversa etica. Essi, come tutti gli organismi viventi, passano da due primitivi e innati concetti naturali: quello della sopravvivenza e del sostentamento della propria prole, all’esercizio di una brutalità che va molto oltre queste necessità di base. Così applicano una violenza molto più feroce finalizzata all’acquisizione di beni, di territori e di potere molto oltre il necessario  e persino molto oltre il superfluo, calpestando e distruggendo le necessità e le vite altrui.

E purtroppo in senso lato spesso, è esattamente come la società “civile” nel suo insieme pensa e agisce, giustificando le devastazioni degli equilibri naturali con la scusa di una crescita che a volte assume la forma di una entità mostruosa che divora molto più di quanto produca.

La compassione è sorella dello spirito materno ma del genere che solo può rendere migliore il mondo: cioè l’amore materno esteso, universale, che travalica i confini della stirpe. Finché ci sarà il culto per un amore materno “circoscritto”, limitato a insegnare ai propri piccoli ad affermarsi con prepotenza, a studiare e gareggiare per essere primi e vincenti, ad occupare i posti migliori, ad avere senza essere, il mondo non cambierà.

Non vi sarà pace sociale né pace globale. I conflitti saranno sempre giustificati dalla tremenda espressione “mors tua vita mea” largamente attuata nella realtà naturale ma nella realtà umana molto più estesa e distruttiva.
La compassione è il rispetto universale, la tolleranza universale, il procedere sul proprio sentiero senza farlo diventare una autostrada che spezza e divora tutto quello che attraversa.

Non credo vi siano realtà, di vite minori, come da millenni ci hanno abituati a pensare, né forme di sofferenze diverse, ma diramazioni, propaggini e frammenti di un unico flusso vitale nel quale siamo inequivocabilmente e ineluttabilmente immersi.

Tutti gli esseri viventi sono come i cristalli di ghiaccio che si mutano in fiocchi di neve, tutti diversi, nessuno uguale ad un altro ma tutti fatti della stessa acqua, nonostante quanto ci diamo da fare nella costruzione di strutture mentali e fisiche, vere e proprie torri di Babele della mente e dei luoghi, che dovrebbero qualificarci a livelli superiori ma che allo stesso tempo ci rendono sempre più disperatamente lontani dall’essenza delle cose.

L’amabile signore che ha ispirato queste riflessioni è l’attuale Dalai Lama e data la sostanza del pensiero che rappresenta, sono sicuro che intende promuovere la virtù della compassione non soltanto verso e per la specie umana ma, a differenza di altre “compassionevoli” attitudini nostrane, la estenda anche a tutte gli altri esseri viventi, nessuno escluso.

ennio forina     – Pubblicato su noiroma.it  Domenica 18 Settembre 2011 00:00

Al PerSempre Amore

Peggy park

LA PAROLA “PERSEMPRE” SPEZZATA

Quando due mani si uniscono in una stretta PerSempre

cosa accade se improvvisamente il duro destino spezza la parola PerSempre

e la mano di un amante deve lasciar l’altra andare via

svanire in uno sconosciuto mondo di PerSempre amore?

Quanti altri PerSempre possono entrare in una sola vita

quando la mano che ha perso la prima presa

non si rassegna a perdere il tocco dell’amore PerSempre

ma continua PerSempre a stringere la presa

anche se un’altra mano stringente

appare improvvisamente dal nulla

anelando una nuova stretta di un PerSempre amore?

Forse i due PerSempre continueranno a tenere il tocco dell’amore

in una unica PerSempre stretta ?

La mia mano, amore mio, ancora stringe lo spazio vuoto

dove la tua mano stringeva la mia sperando

che tu possa ancora sentire la mia stretta di amore

per un PerSempre tempo.