Fiammetta Danzante

Dancing Fiammetta061

Danza Fiammetta,

come danzavi prima,

adesso puoi farlo.

Adesso puoi roteare,

adesso puoi volare,

adesso puoi saltare,

e accendere il cielo.

Danza Ballerina,

su un fascio di luce.

Danza con la Luna,

danza con le stelle,

danza tutta la notte,

cammina su una cometa,

tuffati in una galassia,

spargi un po’ di fuoco di stelle

sopra la mia tristezza,

sopra il mio cuore.

Dammi un buon sonno,

pieno dei tuoi sogni.

Mostrami il sentiero

coperto di polvere di stelle

dove ti ritroverò 

vestito con la luce del sole.

ennio forina 23 Giugno 2017

Dancing Fiammetta

Dancing Fiammetta061

Dance Fiammetta,

like you did before,

now you can do that.

Now you can spin,

now you can fly,

now you can jump,

and light up the sky.

 

Dance ballerina,

on a sliver of light.

Dance with the Moon,

dance with the stars,

dance through the night,

step on some comets,

dive into a galaxy,

kick bright star fire

over my sadness,

over my heart.

 

Gimme a good sleep,

filled with your dreams.

Show me the path

all paved with stardust

where I shall reach you,

dressed of sunlight.

 

ennio forina June 23/ 2017

L’Amore non ha Catene

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Because True Love Has No Chains

NOTE DI UN VIAGGIATORE DELLA MENTE

ennio forina

A volte non sarebbe male riflettere meglio sul reale significato espresso dai simboli che spensieratamente, per imitazione o per moda, vengono recepiti e usati come esemplari lodevoli. Si scoprirebbero delle verità non molto gradevoli e forse si sceglierebbero altre strade per esprimere noi stessi e i nostri sentimenti.

Ogni tanto attraversando l’antico Ponte Milvio, mi interessa sempre osservare i gabbiani e gli altri uccelli nelle loro evoluzioni, ma in questi ultimi tempi non ho potuto ignorare gli ammassi di lucchetti avvinghiati ai lampioni ed anche accatastati sui tralicci come dei parassiti metallici, alcuni decomposti dalla ruggine e nella sporcizia, altri più nuovi e ancora per poco, luccicanti. E questa scenografia francamente non mi  sembra né esteticamente valida né evocativa di sentimenti  profondi e sinceri .

Penso che un lucchetto sia un simbolo piuttosto infelice per esprimere una dedizione  profonda e duratura per la persona amata. Piuttosto una emblematica allusione ad uno strumento di tortura, applicato su sventurati protagonisti di relazioni amorose segnate da questo tipo di punizione. Come una manetta di freddo metallo per il cuore e la vita  infilati nell’ansa di acciaio, senza più la speranza di riuscire fuori da tale morbosa simbologia. E ancora meno se si pensa a tanti drammatici episodi di cronaca nera che riferiscono di giovani uomini, che non sopportando una sempre possibile e legittima separazione di percorsi, uccidono la persona che dicono di amare, non essendo abbastanza saggi e consapevoli del fatto che in natura nulla è per sempre e nulla è in assoluto e che comunque ogni individuo è libero di cambiare idea e orizzonte di vita.

Il problema però non  deriva dal desiderio comune e spontaneo più che accettabile di sentirsi ed essere uniti per tutta una esistenza, l’amore è per antonomasia altruismo e tanto più manifesta il suo essere e il suo divenire con una dedizione senza ricompensa tanto più è elevato e vero. Piuttosto l’imposizione di un tale suggello denota esattamente il contrario, il possesso e l’egoismo che sono antitetici all’amore, “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… nel matrimonio coatto!”  E quindi un simbolo che per sua natura invece che una promessa rappresenta  una condanna poiché tutto nel mondo vivente è evoluzione, intesa come un continuo divenire e modificarsi e un rapporto che viene costretto e cristallizzato in uno solo di questi momenti di amore reciproco per quanto bello possa essere, avvizzisce e muore in breve tempo. L’amore è un fluido etereo, un’ energia e sussiste solo se scorre da un soggetto all’altro rinnovandosi continuamente e continuamente imparando, come l’acqua di un fiume che se ristagna marcisce.

Più che rappresentare il desiderio e l’aspirazione di un rapporto profondo e durevole può diventare una pietra tombale posta sull’unione di due esseri perché, se nel fondo di due anime si crede e si desidera veramente di essere uniti, allora non c’è bisogno di chiudere nessuna porta né di stabilire nessun confine o di gettar via per sempre la chiave della libertà esistenziale, che di per sé rappresenta un delitto contro i principi naturali della vita. Piuttosto che simboleggiare la fiducia e l’estrema dedizione è un simbolo di grande sfiducia come tutte le serrature, fili spinati, mura dai bordi orlati di vetro, cancelli, porte blindate, casseforti ed altro ancora, sono tutti simboli dell’egoismo e dell’istinto predatorio umano.

Sarebbe troppo facile e troppo ingiusto sperare di comprare e possedere la felicità con giuramenti impossibili e assurdi, anche perché le esistenze non si comprano come si può comprare una casa o una automobile o un territorio e nemmeno a queste cose se il mondo fosse diverso sarebbe necessario mettere un lucchetto.

Penso che se in un lontanissimo futuro una specie veramente evoluta reperisse fra le macerie della nostra attuale “civiltà” alcuni di questi oggetti e strutture, tra le  rovine e nei sedimenti del tempo, essi documenterebbero inequivocabilmente la barbarie del nostri tempi.

E per finire, il racconto di un’ esperienza vissuta direttamente credo sia molto significativo della validità delle mie riflessioni. Una fine estate di anni fa, tornando dalle vacanze estive, mia moglie ed io trovammo con sorpresa una coppia di merli che aveva nidificato sul ramo del pino antistante la finestra del nostro salone, i cui rami si protendevano fin quasi ad entrare nella stanza. Ovviamente sorpresi e preoccupati dalla nostra improvvisa presenza i due merli cominciarono ad agitarsi cinguettando vivacemente, mentre il maschio saltava da un ramo all’altro, aprendo e sbattendo le ali ed emettendo suoni striduli per difendere la sua famiglia e segnalarci di stare alla larga. Per fortuna riuscimmo a tranquillizzare la coppia velocemente, con il nostro comportamento calmo e discreto. Non si mossero da lì, ormai era agosto inoltrato e non avrebbero neanche avuto il tempo o il modo di costruire un altro nido, ma comunque capirono in fretta che noi non avevamo nessuna intenzione di nuocerli. E fu meraviglioso il fatto di avere avuto il privilegio di assistere a tutto il processo della cova, della nutrizione e della crescita dei pulcini.  La dedizione dei due uccelli ai loro piccoli era assoluta e instancabile. Il maschio, sopratutto andava e veniva senza sosta con qualche insetto o lombrico e lo porgeva nel becco della femmina che a sua volta lo infilava in quelle piccole/grandi voragini rosee dei pulcini. Poi un giorno, come accade spesso a fine estate, vedemmo le nuvole addensarsi preparandosi a esplodere in un temporale, di quelli brevi ma violenti. Quando la pioggia cominciò a cadere sul pino noi ci preoccupammo molto per loro, ma non c’era altro che potessimo fare se non guardare dalla finestra aperta mentre una grandinata feroce aveva cominciato a riversarsi sulla zona. Le foglie delle conifere, per loro natura, non forniscono un ottimo riparo dalla pioggia ma con immensa commozione vedemmo la madre formare un cono perfetto e rovesciato con il proprio corpo, le ali avvolte a coprire i piccoli e con il becco rivolto verso il cielo che completava l’apice del cono. Sfidando così la tempesta e ricevendo sul suo corpo i colpi della grandine mentre il maschio restava sempre lì, accanto un po’ più in alto del nido a continuare la sua attenta sorveglianza, senza correre al riparo. Era una scena di un enorme impatto emotivo e di grande significato quasi mistico, la rappresentazione più vera dell’espressione dell’amore puro, altruistico, cosmico. E tutt’oggi rivedendola nella mente mi fa ancora sentire la stessa emozione con un nodo alla gola e un impulso di lacrime, una emozione intimamente condivisa con mia moglie finché è rimasta accanto a me, – ma sono sicuro che anche lei continua a tenere in sé e provare la stessa commozione di quel giorno  nell’altra dimensione in cui si trova ora -. In seguito ma non ricordo bene, passarono due settimane e i pulcini si preparavano al pericoloso evento dell’abbandono del nido e del lancio nella loro dimensione aerea. Seguimmo con apprensione nei giorni dei primi voli il maschio sfidare tutti quelli che si avvicinavano al terreno sottostante il pino, cercando persino di spaventare un cane – rischiando la propria vita – per rendere sgombra l’area del probabile atterraggio dei piccoli.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, un tale amore e dedizione familiare ha la sua immensa forza in sé stesso e non sarebbe certo più garantito da un lucchetto né salvaguardato da molti altri simboli che riguardano i costumi degli umani, rendendo due esserini che pesano poche decine di grammi due giganti dell’etica e del sentimento senza bisogno di contratti, giuramenti più o meno ufficiali e costose cerimonie spesso ipocrite.

The Dock Of Time

So far, so close.

Then far away again,

In an endless game of waves,

Kissing the shoreline and recede,

Touches of foam laughing

With the winds and sun.


So free, so forced,

So movable, so still,

So warm, so aloof,

So fickle, so steady,

Unreachable though prisoner

In my field of attraction.

So different, though the same,

Like the restless sea water,

That I watched rolling up

Just a fluctuating skirt,

While I am lingering

on the Dock of Time.

ennio forina 2017

 

ennio forina

Il Molo Del Tempo

Così lontana, così vicina,

e ancora più lontana,

nel gioco di onde senza fine.

che baciano la spiaggia

e si ritirano in carezze

di schiuma ridente

con i venti ed il sole.


Così libera, così costretta,

così vivace, così calma,

così calda, così distaccata,

irraggiungibile ma prigioniera,

nel mio campo di attrazione.


Così mutevole, così costante

così diversa ma sempre la stessa.

Come l’acqua, instancabile,

che ho visto avvolgersi 

nel suo vestito fluttuante. 

Mentre restavo sospeso,

sul Molo del Tempo.


ennio forina

 

Oro, Oro Nero, Oro Rosso, Orrore

Sembra che di questi tempi un cospicuo numero di persone cominci a rendersi conto che nutrirsi della carne di animali  non sia una cosa che connota la specie umana ad un livello evolutivo molto alto. Prima di tutto per la questione etica, perché per le caratteristiche degli allevamenti industriali, sia quelli piccoli che grandi, la sofferenza degli animali è enormemente aumentata rispetto a quella che veniva inflitta secoli e secoli indietro nel tempo. Allora gli animali conducevano una vita quasi normale prima di essere scannati così come accade nella feroce e “bestiale” Natura. Oggi a causa della bestia umana, la loro schiavitù potrebbe essere rappresentata degnamente in tutti i gironi dell’inferno Dantesco e aggiungendone anche di nuovi. Ma invero la maggior parte di coloro che sceglie di non consumare carne non si preoccupa così tanto della sofferenza degli animali quanto della propria salute, poiché qualsiasi osservatore davvero intelligente potrebbe riflettere sul fatto che noi umani, morfologicamente non abbiamo nulla, ma proprio nulla delle caratteristiche che hanno i predatori carnivori. Non ne abbiamo i denti, non ne abbiamo l’intestino, né le capacità specifiche per catturare e uccidere una preda vivente. Per noi sarebbe difficile persino catturare una lucertola mentre alcuni insetti, sì quelli possiamo anche considerarli come prede. Ovviamente questa riflessione si riferisce alla nostra anatomia e non al fatto che siamo in grado di utilizzare strumenti che possono supplire la mancanza di zanne e artigli e/o la capacità di correre veloci o di nuotare o di volare che gli altri organismi viventi hanno secondo la loro identità funzionale.

Ma al di là di questo io non posso fare a meno di disperarmi quando devo sentire la glorificazione del pensiero corto degli intervistatori che nelle trasmissioni dedicate al confronto, (sempre parziale a favore dello status quo) fra vegetariani/vegani vs i normali onnivori, fanno le loro brave domande ad alcuni vegetariani/vegani, ben selezionati per la loro ingenuità, per metterli – così pensano loro –  in difficoltà, ridicolizzarli e quindi ghettizzarli. Ad esempio, se un vegetariano dichiara che la sua decisione di non mangiare carne è motivata sopratutto dal risparmiare atroci sofferenze agli animali ma per caso ha un gatto in casa, l’arguto intervistatore di turno gli chiederà se sia giusto ammazzare gli animali per far mangiare il gatto e non per ad es. i propri figli. Dimenticando che il gatto non è stato inventato dal vegetariano/vegano ma è, o sarebbe stato creato, così come puro predatore carnivoro, da una intelligenza superiore e infine che il gatto non alleva e non uccide topi a milioni per comprarsi la villa al mare e il macchinone vendendoli ai suoi affini. Se il gatto non mangia carne muore, se un umano non mangia carne non muore. È tuttavia vero che per via di drammatici cambiamenti climatici, carestie di vario genere e incidenti ambientali, anche noi umani abbiamo dovuto adattarci a modificare la nostra alimentazione per sopravvivere come specie. Abbiamo sviluppato dei modesti canini proprio perché durante l’ultima glaciazione non c’era cibo sufficiente per i fruttivori/erbivori, il freddo intenso suggeriva di alimentarsi come si alimentavano i predatori e di coprirsi con quello con cui si coprivano gli altri animali cioè la loro pelliccia e per fare questo era necessario “conciare” le pelli, compito che sicuramente sarà stato assolto sopratutto dai denti delle femmine umane, talché per via di questa costante pratica due di questi denti sono diventati più acuti e qualche altro più tagliente, trasmettendo geneticamente queste caratteristiche alle discendenze nonché anche una acquisita capacità di metabolizzare in parte le sostanze nutritive contenute nelle carni. Quindi è vero che possiamo mangiare carne e che la nostra alimentazione di sopravvivenza possa essere quella più varia possibile, proprio perché ci sono stati questi processi di modificazione parziale delle nostre caratteristiche strutturali, ma è vero anche che queste modificazioni non sono complete e non sono assolute, così come è vero anche che una alimentazione così variata e con l’introduzione di proteine animali ed altre sostanze a loro connesse ha delle serie problematiche e che senza particolari accortezze può essere addirittura nociva come ad esempio il consumo di carne eccessivo senza l’associazione di abbondanti quantità di vegetali. Come mai? Perché l’intestino di un carnivoro puro è diverso, più breve, meno tortuoso dell’intestino umano che invece è lunghissimo, impacchettato stretto stretto al centro del corpo ed è praticamente rimasto quello che era prima di diventare un po’ carnivori. Mentre la dentatura ha subito una modificazione – sempre parziale – ma più veloce. Ebbene la sinuosità (e non solo) dell’intestino umano non consente un rapido smaltimento delle carni come avviene in quello di un cane o un gatto e sostando a lungo nelle anse del tubo digerente ha tutto il tempo di rilasciare sostanze pericolose sia naturali che quelle che noi disinvoltamente aggiungiamo nella alimentazione degli animali. Ma infine c’è un fondamentale argomento che non viene quasi mai espresso chiaramente dagli agguerriti intervistatori delle trasmissioni anti – vegetariane /vegane, e cioè il problema etico-evoluzionistico. Se noi vantiamo di avere una alta collocazione nel mondo vivente di essere una specie superiore in tutti i sensi, capace di provare sentimenti sconosciuti alle altre specie e reputiamo di essere anche dotati di un’anima che dovrebbe permettere appunto di distinguere il bene dal male a differenza degli altri animali, perché non riflettiamo sulle atrocità che in nome della nostra pretesa di disporre del mondo vivente come se non fosse costituito da esseri che hanno gli stessi nostri impulsi primari, quali l’amore per i figli, l’impulso di sopravvivenza, la paura di morire, il gioco e tutta una gamma comprovata di amorevoli sentimenti affettivi anche verso soggetti appartenenti a specie diverse, che dimostrano una loro diversa ma reale intelligenza e sanno anche essere affettuosi  persino con i loro carnefici umani? E se siamo noi, così intelligenti perché non possiamo inchinarci all’ intelligenza universale della vita che ha scoperto per via di una miriade di organismi vegetali e animali un numero infinito di tecnologie per sopravvivere, molte delle quali, – le più evolute – non prevedono l’assassinio ma la collaborazione. Noi non l’abbiamo inventata ma le abbiamo dato un nome: la simbiosi che sia in senso etico che funzionale è davvero il miglior modo di garantire la sopravvivenza di una specie interagendo con le altre invece di massacrarsi fra di loro. In Natura ci sono più modi di sopravvivere e procurare il cibo per sopravvivere: La predazione, il parassitismo, l’opportunismo, e la simbiosi. E noi che siamo così intelligenti, sensibili e sopratutto equilibrati e giusti le sfruttiamo tutte quante molto oltre le nostre necessità individuali e collettive, usiamo le sofferenze e il sangue degli animali come oro liquido e a buon mercato. Un oro che a chiunque nel mondo è consentito estrarre e convertire in cibo e ricchezza. Quello che io chiamo Oro Rosso, la vera energia primaria infernale che alimenta tutte le attività umane e che si rinnova da sola, al contrario dell’oro come minerale e dell’oro nero: il petrolio.

Ma di questa dicotomia non si parla mai. Se l’animale umano è etico per via di una evoluzione superiore allora non può nella sua etica contenere anche l’esercizio di una brutalità che contraddice la presenza di un’etica superiore.

Ennio Forina