Mostruosi Appetiti…

MOSTRUOSI APPETITI – LA FABBRICA DEI MOSTRUOSI APPETITI – I RESTI DEI MOSTRUOSI APPETITI – In preparazione. Saggio sulla sempiterna, incontenibile voracità umana.

 

Pubblicato su: “noiroma.it” – Domenica 28 Ottobre 2012 00:00

di Ennio Forina

L’HYDRA

Quando le idee sono grandi gli appetiti sono modesti e viceversa. L’impulso di riempire lo stomaco e la vita con le ricchezze generosamente elargite e a volte arbitrariamente captate dall’imponente sistema burocratico di questo paese è congenito nelle anime sterili che altrimenti non saprebbero giustificare a se stesse la ragione per cui esistono.
Al contrario, quelli che sinceramente lavorano per rendere migliore e più giusta la convivenza civile o per infondere con opere di valore la cultura e la saggezza spesso dimenticano persino di mangiare e ancora più spesso per il mancato riconoscimento del loro impegno, si trovano a dire come Scipione l’Africano: “Ingrata patria non avrai le mie ossa!”. Ogni tanto, anzi ormai con una cadenza impressionante, in questa o quella amministrazione, in questo o quel contesto di affari, si scopre il furfante di turno che approfittando di una immeritata posizione di privilegio e nonostante venga già abbondantemente ed esageratamente remunerato con soldi pubblici, con accresciuta arroganza e presunzione più che con scaltrezza, utilizza la posizione che ricopre, i poteri che ne derivano, le connessioni che acquisisce, per assorbire ancora più risorse per sé i suoi parenti e amici e nobile vanto, per la parte politica a cui si riferisce al grido di “Non ho preso i soldi per me, ma per il mio partito”. Forse, guardando più a fondo sulle cause profonde di questi fenomeni di “barbarie etica” si smetterebbe una buona volta di ripetere le stesse considerazioni di sempre, trasferendo le responsabilità sui pochi casi che per una ragione o per l’altra vengono scoperti e intervenendo soltanto in direzioni univoche e accidentali che non possono per la loro natura, cambiare il corso degli eventi e men che meno le persone. Il mondo degli umani non è diviso in angeli e démoni e nemmeno in soggetti buoni o cattivi, ma in percorsi volontari verso “direzioni” buone o cattive.
E in qualsiasi tratto di questi percorsi è facile che chiunque anche dotato di iniziali, sincere e buone intenzioni, possa dimenticare i suoi originali propositi adottando le giustificazioni più comode per preferire la strada peggiore, così come potrebbe essere possibile anche il contrario, ma non senza la consapevolezza di una profonda e costante riflessione sulle proprie scelte e nelle proprie azioni. E la riflessione serve sopra tutto nel momento in cui i sintomi della disgregazione e della decadenza diventano più invadenti e predominanti nel tessuto sociale preconizzando scenari ancora più devastanti. Si tolga pure di mezzo il furbastro di turno, l’opportunista principe, colui il quale riesce ad assumere cariche pubbliche in modi democraticamente torbidi che spesso vengono alla luce solo perché le spartizioni e le elargizioni non bastano a soddisfare le richieste di tutti, in particolare, quando il loro insaziabile, mostruoso appetito finisce col suscitare l’invidia di qualche altro soggetto antagonista o escluso dalla partecipazione agli utili e allora i conflitti interni al sistema fanno emergere alcune di queste squallide realtà che potremmo ormai definire di ordinaria voracità.
E parlando di mostruosità, possiamo rievocare una delle tante creature mitologiche generate dal peggiore pensiero antico e che spesso rappresentano davvero i soggetti e le azioni umane; il mostro Hydra, una entità che non si può sconfiggere soltanto tagliando le sue molte teste perché  per ognuna che salta per aria ne ricrescono due e più se ne tagliano più ne escono fuori di nuove. Non basta sostituire il vecchio con il tanto decantato “nuovo” per ottenere dei reali cambiamenti. Non basta traslocare le teste dei furfanti e furfantelli di turno, autori e protagonisti della predazione, le loro feste, le crapule offerte per acquisire voti e alleanze o semplicemente per godere il frutto dei privilegi della posizione immeritatamente arraffata. Per cambiare queste realtà bisogna cambiare il corpo del mostro e a questo corpo infondere la linfa giusta, suggerire attitudini, comportamenti e percorsi virtuosi declinati nei vari processi di realizzazione.
È necessario che chiunque sia portatore di buoni sentimenti si impegni nel coltivarli di più nonostante tutto, li faccia crescere e cerchi di contagiare con essi il numero più alto di persone, come fosse un piccolo orto fruttifico, adiacente alla propria esistenza, al lavoro, agli affetti, alla difficile e complessa pratica quotidiana. Perché non indagare sul terreno di coltura che genera i mostri e i loro smisurati appetiti, siano essi metafore o reali? Se anche nella più che improbabile delle evenienze si riuscisse, in un solo anno, a individuare e neutralizzare tutti quelli che ora rubano o sprecano soldi pubblici e privati o li afferiscono in direzioni e utilizzi diversi da quelli di pubblica utilità, di qualsiasi tipo e livello, se si potesse togliere loro le prerogative, i beni illeciti, la loro stessa libertà, non servirebbe a nulla senza aver trovato la sostanza che li ha generati, aiutati a crescere e poi a raggiungere i loro posti di controllo. Per quale ragione un numero imprecisato di persone darebbe a un candidato le sue preferenze e la sua fiducia? Per le sue qualità, le sue virtù, le sue promesse o le sue garanzie?
Cosa può motivare venti, cinquanta, trecentomila persone, a volte compaesani, affini e satelliti, vere e proprie tribù politiche, con i loro noccioli duri, gli affiliati e i mercenari, a votare e fare eleggere a compiti amministrativi determinati individui? Vi sono poche cose altrettanto ingenue e squallide quanto i manifesti di una elezione: frasi sciocche, vaghe e insignificanti, stereotipi privi di senso, immagini ritrite di prorompenti sorrisi e atteggiamenti di disinvolta sicumera che farebbero ridere se non stessimo già versando lacrime. Si propongono come innovatori ma non sanno nemmeno rinnovare i loro slogan: “Per cambiare! Per il rinnovamento! Per un vento nuovo! Per i valori!” I discorsi nell’agone di una campagna elettorale? La veemenza, la tediosa elencazione dei drammatici problemi che tutti conoscono senza che a seguire vengano fuori liste precise di azioni concrete per risolverli. Impongono la loro presenza da pulpiti estemporanei, aggressivi e imponenti come dei veri predicatori in attesa del sacro mandato di purificare il mondo con la loro semplice presenza. Si fanno eleggere per cambiare le cose, e promettono l’eterno rinnovamento, senza spiegare quale e con quali mezzi e perché. Saltano in piena corsa sul treno del sistema e poi non fanno nulla per arrestarne il moto o cambiare direzione.
E se e quando vengono sorpresi a razzolare nelle risorse pubbliche, che in un modo o nell’altro vengono loro impropriamente affidate, gridano la loro innocenza perché le leggi che consentono questi utilizzi impropri non le hanno fatte loro e, quindi, a loro non spetta di discuterle. Ma come! Non sono stati eletti perché dicevano di voler eliminare le ingiustizie e il malgoverno? In centinaia di articoli e dibattiti si parla di una utopica moralizzazione che non si verifica mai e se qualche misero aggiustamento equilibratore viene fatto è solo dopo grandi, grandissimi scandali e perdite immani di fiducia nella società civile, oltreché nelle istituzioni, producendo un danno immenso, materiale e morale per una nazione. In che modo si può realizzare qualcosa che viene invocata da tutti ma che nessuno vuole o sa descrivere con precisione? Cosa è l’etica oltre che una parola? Nella storia umana, sono e sono state vigenti innumerevoli etiche diverse adottate dai vari popoli. La società moderna tecnocratica invece ha troppe etiche comodamente interpretate.
L’etica relativista si adatta bene per la quotidiana lotta per la sopravvivenza. L’etica contenuta nella fede religiosa ha una influenza trascurabile per la vita pratica, ma viene acrobaticamente tirata fuori quando quella relativista non arriva a risolvere alcuni trascurabili problemi dell’esistenza come il passare a miglior vita. E quindi, la domanda che mi assale è tuttora la seguente: come fanno certi personaggi, che di sicuro non spiccano per qualità e virtù rilevanti, nè per attestati di cose fatte, realizzate o semplicemente pensate, a raggiungere i posti di gestione? La risposta potrebbe essere semplice, perchè la maggior parte dei loro “superficiali” elettori sono fatti della stessa materia. Tribù di persone che vogliono innanzitutto che i loro futuri rappresentanti favoriscano le loro aspettative per un benessere circoscritto, locale, spesso addirittura personale, per ricevere in cambio favori diretti o indiretti, per sé e i propri affini, non certo per una ideale costruzione di una società umana migliore, più solidale e progredita.
Vorrei avere più fiducia in ciò che potremmo definire la base civilizzata, i milioni di individui che costituiscono nell’insieme una compagine di umanità, ma per quanti sforzi faccia, guardando al passato e al presente, riconosco chiaramente nei popoli di ciascuna nazione ed etnìa le stesse caratteristiche e gli stessi vizi che sono imputati ai loro tiranni e alle loro classi dirigenti, tanto da poter affermare che tiranni, imperatori e caste non succedono, ma sono generati – mi dispiace dirlo – anche da una brutale incultura popolare, che dà a loro il mandato di esistere e che per un certo tempo, prima che diventino troppo tirannici e perversi, li alleva e li nutre. Un paradigma di questa tesi si rileva dall’evento della Rivoluzione Francese, là dove un idealista sincero come Robespierre riteneva che il popolo sofferente e vessato, vittima negletta della casta aristocratica e clericale, fosse nel suo insieme fondamentalmente buono per definizione e che, una volta ritrovata la sua libertà e dignità si sarebbe comportato diversamente dai suoi oppressori. Non sembra che sia così, i popoli, come gli individui, possono trasformarsi da vittime in carnefici in un momento, così come spesso sono gli oppressori di se stessi.
E il processo rivoluzionario, malgestito e malamente interpretato, demandando a quel popolo alla deriva la possibilità di farsi giudice e delatore della possibile cospirazione o dei vizi altrui, scatenò l’inferno del Terrore, che altro non fu che una squallida regolazione di conti per inimicizie personali e condominiali, di antipatie e vendette private, con il risultato di mandare al macello moltissime persone incolpevoli e a volte preziose: in altre parole, la parte “non rivoluzionaria” della Rivoluzione Francese. Le vittime non sono necessariamente più buone dei loro carnefici per il solo fatto di essere vittime e spesso, troppo spesso, si rileva dalla storia che i popoli o gli individui vittime, sono a loro volta diventati spietati e brutali appena hanno avuto la possibilità e il potere di esserlo. La bontà è consequenziale alla sensibilità, alla saggezza e al senso di giustizia, che sono i semi generatori di una stessa cultura che dovrebbe svilupparsi ed essere aiutata a crescere per una specie che desideri di essere veramente evoluta per mezzo dello sforzo della ragione unita al sentimento.
È facile trarre le conclusioni. I furfanti non potrebbero agire da soli in modi così sfacciati e arroganti, essi devono contare su un ambiente favorevole, su un terreno di coltura e protezione che per restare tale deve essere continuamente innaffiato e alimentato, e questo spiega in parte la loro infinita fame di denaro e la creazione di strutture fittizie, utili solo al collocamento di individui inutili. Il sistema politico vorace e faccendiere esiste perché esiste una base popolare vorace e faccendiera a diversi gradi e livelli, sempre alla ricerca di buone amicizie e collocazioni in posti e settori di riguardo. È un “do ut des”, non circoscritto alle varie caste, ma diffuso nel tessuto civico come una infezione in un organismo, e le caste sono l’espressione di questo disgraziato “humus culturale” che crede nei favori e nei potenti di turno, negli interessi di parte, nel mantenimento dei privilegi e dei loro assurdi meccanismi di incremento. Per fare argine a questo veleno sociale servono i buoni sentimenti per promuovere la primavera di una stagione veramente diversa che superi finalmente, almeno in parte, l’egoismo e la diffidenza di base di questa società attuale e che possa avviare un processo depurativo non con insulse e inutili rivoluzioni, con invettive e faziosità, ma con una trasfusione e infusione di principi virtuosi, l’amore esteso prima di tutto, il rispetto degli altri, la volontà di comprendere e la libertà critica di poterlo fare. La collaborazione e la familiarità diffusa in tutta la società e a tutti i livelli sociali e, infine, l’indipendenza del pensiero, altrimenti la barbarie si diffonderà a tal punto che nulla riuscirà più a contenerla.

IL Miraggio del “Nuovo”
Spesso, queste virtù sono riconoscibili e rievocabili nel pensiero antico più che in quello nuovo. La semplice novità non garantisce affatto che sia una migliore realtà di quelle passate, nella forma e nella sostanza. Si pensi alle arti e alla cultura del passato, la musica, la letteratura, la pittura e la scultura; le nuove “arti” contemporanee non sono migliori e più toccanti di quelle antiche, tutt’altro. La vuota sfrontatezza di molti “nuovi” artisti non dovrebbe nemmeno essere classificata come “Arte”. Molti degli orrori di arte contemporanea che sono inseriti nei musei indebitamente e con spreco di fondi, non possono minimamente essere paragonati alle meraviglie artistiche del passato e i soldi spesi nella loro esposizione sarebbero meglio impiegati nel ritrovamento e cura dei reperti antichi. A certi alti livelli non c’è competizione fra vecchio e nuovo, i grandi del passato non saranno mai superati dagli artisti attuali, anche quelli più geniali e validi. Si può desiderare soltanto che i nuovi siano altrettanto profondi e sinceramente ispirati come lo furono i geni o le anime oneste del passato. La competizione è sempre e soltanto tra il bello e il brutto e tra il buono e il malvagio, come in tutte le epoche.
Messaggio ai nuovi candidati
Se è vero che dalle loro toghe emanano gli indispensabili, luminescenti riflessi di bianco candore, suggerisco di non perdere tempo a promuoversi solo mandando invettive, anatemi e strali infuocati verso la classe politica quantomeno inane e incapace che vorrebbero estromettere. Se la vostra campagna di promozione avrà questa forma e questa sostanza, non sarà per nulla una messaggera attendibile di reali cambiamenti. Dite piuttosto chiaramente cosa volete fare e come, rivelate con coraggio i vostri progetti di costruzione civile, giustizia ed equilibrio senza paura e senza omissioni, siate pronti a ritirarvi se non credete in quello che dite e se non sarete in grado di mantenere i vostri proponimenti. Se io fossi un candidato possibile, quella di far conoscere i miei progetti, sarebbe la prima cosa che farei e so che dopo non durerei in lista nemmeno una settimana, ma per fortuna e per scelta è un mondo che non mi seduce e non mi appartiene.

LA FABBRICA DEI MOSTRUOSI APPETITI/Parte2
Sabato 12 Gennaio 2013 23:50 Pubblicato su “noiroma.it”
di Ennio Forina

In questi ultimi tempi abbiamo notato con incredulo stupore, ma poi quasi con ammirazione, che l’impossibile talvolta è possibile, che le dure contrapposizioni dei partiti politici svaniscono quando si parla di pubblico denaro erogato per le loro irrinunciabili “attività propagantistiche”. Improvvisamente gli atteggiamenti si ammorbidiscono, le voci diventano calme e suadenti, la moderazione regna sovrana. Le feroci accuse di inettitudine e i rimpalli di responsabilità lasciano il posto ad una idilliaca, tacita condizione d’intesa, in cui le coscienze politiche si rasserenano in una nuova atmosfera di pacata tolleranza.

Non si odono più risuonare le solite aspre critiche alla parte avversa, tutto viene deciso rapidamente senza dibattiti né emendamenti. Le cospicue remunerazioni, le alte gratifiche non costituiscono un tema di contrasto fra le opposte fazioni. Come la morte, esse toccano tutti e tutti rendono uguali. Non a casao, abbiamo appreso che in alcuni contesti, le quote di rendimento dei dirigenti di molte regioni risultano eccellenti nella quasi totalità dei casi e quindi tutti vengono egualmente premiati ai massimi livelli.

Alcuni anni fa un noto referendum sanciva la fine dei flussi di denaro pubblico verso le organizzazioni politiche, ma la volontà popolare venne abilmente invalidata da uno di quei rari colpi di genio che qualche volta provengono dal mondo politico – fare “prontamente”, – anche questa una rarità- una legge per attribuirsi lo stesso quei finanziamenti dando ad essi un nome e una finalità diversi. Non so se questo sia stato determinante nel vedere progressivamente spuntare una velleitaria miriade di partiti e partitini dai nebbiosi contorni a rappresentare e difendere questa o quella categoria o condominio. Fatto sta che da allora sembra che il caleidoscopio politico italiano, già ricco di entità di scarsa consistenza numerica e concettuale, è diventato ancora più fitto di puri effetti cromatici corredati da simboli botanici e altre evocative figure del mondo animale, simile all’effetto di frammentazione e replicazione speculare che avviene nell’antico strumento delle meraviglie ottiche.

Quasi sempre la volontà di risolvere i problemi del paese viene eclissata dalla precedenza data alla difesa degli interessi delle corporazioni, dei clan politici, dei propri interessi e di quelli relativi alla casta di appartenenza. Allora i simboli non contano, persino le inimicizie personali si attenuano e in questo fronte difensivo, i personaggi politici sono tutti insieme straordinariamente compatti e risoluti.

E li vediamo, con risolini sardonici e sprezzanti e ammiccamenti fra loro, nei “talk show” e nelle interviste stradali, eludere le domande, sviare le conversazioni fuori dai temi sensibili, rispondere senza rispondere o perdere senza pudore le staffe se sono messi alle strette o se vedono incombere su di loro una minima possibilità di essere privati anche solo di una infinitesima parte dei loro introiti e semmai, li sentiamo invocare la mitica “trasparenza”, mai la rinuncia o la decurtazione dei loro guadagni. Se non altro ormai, la consistenza del denaro che affluisce nelle loro tasche viene resa nota pubblicamente e molti di questi privilegiati si compiacciono persino di rilasciare candide interviste che non negano affatto le iperboliche somme che vengono così generosamente elargite e versate sui conti di banche felici.

Immagino, ma non sono sicuro, che tutti gli organismi burocratici abbiano le stesse esigenze e quindi possano sempre disporre di questi “indispensabili” e generosi contributi di denaro, indirizzati ad una pletora di titolari miracolati e insigniti di qualche tipo di indistinta mansione anche per brevissimi periodi ma che consente loro tuttavia di accedere a remunerazioni cospicue fino a che morte, da esse, non li separi. E quindi, uno Stato, che dovrebbe almeno aiutare a sopravvivere, se non a stimolare le iniziative virtuose e a far crescere l’operosità delle piccole e medie aziende, dei laboratori, delle officine, delle compagnie start-up, degli artigiani, dell’agricoltura, delle arti. Sviluppare attività produttive capaci di immettere prodotti competitivi nei mercati globali contribuendo così a costruire ricchezza nazionale e prestigio, nel nome di questo tanto decantato ma ormai quasi dissolto genio italico, passa invece copiose somme alla miriade di partiti politici che non producono niente, anche se almeno fanno lavorare le tipografie. Bene, esportiamo pure all’estero i manifesti con le eleganti fisionomie dei nostri politici e lasciamo morire di fame chi potrebbe produrre creativamente anzi, ammazziamolo di tasse, che per l’appunto servono anche a finanziare le attività di questa indispensabile propaganda politica.

Metamorfosi di una nazione una volta creativa

L’Italia è diventata, da qualche tempo, un paese di servizi più che di industrie. Proliferano i prestasoldi, i call-centers, i recupero-crediti, le assicurazioni, gli studi legali, i compra-oro, i negozietti di chincaglierie insulse, naturalmente le agenzie bancarie, a iosa, e infine, le lotterie, che io definirei le pattumiere temporali nelle quali si gettano via come carta straccia le migliori ore di possibili attività virtuose nell’ illusoria speranza di raggiungere una impossibile ricchezza. Un paese dove tutto è proibito e tutto si può fare, ma non per chiunque. La parte del “proibito” è assegnata ai poveri creativi senza risorse, il “si può fare” è decisamente una prerogativa dei grandi gruppi e corporazioni che a volte esagerano, estendendo il concetto oltre confini tollerabili persino per le variamente interpetrabili regole italiche. Un paese deludente, basato sulla finanza e sul “banchismo”- orribile termine, nella sostanza e nella forma – che è ormai già transitato sul cadavere del prosperoso capitalismo o almeno di quella parte di capitalismo che era in grado un tempo, di creare opportunità e lasciava anche ai piccoli imprenditori la possibilità di inventare attività e prodotti, creando ricchezza e lavoro. Tutto è comunque basato sulla finanza, quella spicciola, percettibile ogni dove, e quella profonda, arcana, che come una inaccessibile e oscura entità controlla tutti noi. E in questa jungla cittadina, piena di insidie, di truffe e di raggiri, ecco materializzarsi una figura ambigua e sinistra dalla duplice personalità. lo ciamano Dr. Spread ma si porta dietro il suo alter ego, Mr. Molok, proprio così, come l’idolo di fuoco al cui altare si doveva immolare persino la vita dei propri figli primogeniti, che esige in dono immani risorse e porzioni di esistenza e spesso, letteralmente, anche di sacrifici umani, come testimoniano i numerosi suicidi di imprenditori e capi famiglia che solo stentatamente riuscivano a mantenere in vita le loro attività già rese precarie e complicate dalla farraginosa e insidiosa burocrazia.

Io rappresento quello che si potrebbe definire un ingenuo osservatore, indipendente e senza pregiudizi e mi limito a riferirmi a quelle evidenze rilevate dalle informazioni diffuse da tutti i media e delle quali tutti sono consapevoli, e alle stesse dichiarazioni rilasciate dai molti titolari delle laute gratificazioni, nelle quali senza nessuna esitazione o imbarazzo essi ammettono di ricevere ingenti somme, giustificandole con battute puerili, come i ragazzini che, non avendo fatto i propri compiti, pensano di cavarsela accusando i loro compagni di non aver eseguito i loro, sicuri in questo mondo, che non saranno redarguiti. Ma forse i privilegiati di adesso sono proprio quei giovani ai quali le famiglie e le scuole non hanno mai detto che non si deve pretendere più di quanto onestamente si merita. Del resto, una classe politica che allo stesso modo non sa educare se stessa e non ammette rimproveri e restrizioni non fa che trasferire le stesse attitudini alla società civile per quanto riguarda l’ educazione dei minori della specie. -“Ma io prendo quello che prendono tutti gli altri! – Le leggi che decidono gli importi e le attribuzioni non le ho fatte io!- Mi bastano appena per coprire le spese!” e infine, ancora peggio, – “Questi costi sono irrisori e non influiscono affatto sul debito pubblico.” Quindi, la loro coscienza non ha nulla da rimproverarsi, perchè la loro collocazione alla fonte di questi flussi di denaro è miracolosamente casuale, attraverso percorsi politici favoriti e incarichi per compiti imperscrutabili, guarda caso, essi si trovano nei tempi e nei punti giusti di erogazione della preziosa sostanza.

Eppure, qualcuno avrà ideato queste disposizioni, qualcuno o qualcosa avrà progettato questi larghi canali di scorrimento di denaro, ne avrà determinato le quantità, le qualità, le finalità, scelto destinazioni precise per incarichi e persone, ma lasciando vaghe e indistinte le specifiche di utilizzo. Oppure sono semplicemente rubinetti aperti ai quali ognuno di noi potrebbe attingere come per le fontane di acqua pubblica?

Ovviamente non è così, quello che è evidente è che qualche volta si arriva a sapere chi percepisce questi flussi di denaro ma non si arriva mai a capire chi abbia progettato e deciso il sistema. Le alte retribuzioni plurime, pensioni e vitalizi inclusi, le destinazioni e i gradi per soddisfare quest’altro tipo “legalizzato” di mostruosi appetiti. E allora, se nessuno si assume mai la responsabilità o viene indicato come essere l’architetto dell’impiego di queste risorse nei modi e nelle procedure che le legittimano, la conclusione non può essere che una sola: gli autori sono semplicemente tutti. E tutti insieme sono anche i fruitori di queste somme che non hanno equivalenti nel comune mondo del lavoro e risultano scandalosamente alte, si dice – anche se comparate a quelle di burocrazie e apparati statali degli altri paesi più ricchi ed evoluti.

E dunque costoro, politici e non, la casta dei ben pagati e sistemati per la vita, dovrebbero dimostrare la sincerità del loro impegno facendo non già un passo indietro, come si chiede a coloro che approfittando della fiducia concessagli da un popolo ne abusano, ma un passo in avanti, nell’evoluzione di un giusto rapporto fra uno Stato e i suoi cittadini che ne sono l’essenza, ridimensionando i loro molteplici e cospicui compensi, abbandonando compiti di nessuna utilità e svolgendo correttamente quelli necessari. Gli architetti di questo mostruoso e spesso imperscrutabile apparato burocratico dovrebbero fornire risposte al popolo visto come le cose si stanno deteriorando e se non loro, quelli che ora si propongono, per guidare a loro volta, il paese. Eliminare le procedure e disposizioni che consentono in modo diffuso di disporre così tante risorse per cose di pubblica inutilità e superflua burocrazia o semplicemente per finire nelle tasche di qualcuno dei gestori più disinibiti, nei palazzi, di quello che non dovrebbe mai essere definito un “potere”, ma solo una autorità.

L’italia è come un vascello che, avendo smarrito la rotta, urta gli scogli e rischia di affondare. Ebbene, che l’abbiano meritato o meno, essi sono i comandanti e gli equipaggi di questa nave ferita e in pericolo ed il loro dovere è quello non solo di restare a bordo con tutti i passeggeri, di privilegiare la loro salvezza e il loro benessere prima dei propri, ma di condividere la loro sorte e, nelle stesse condizioni, trovare le vie e i modi più sicuri per salvarli. Specialmente in un momento come questo, defilarsi dalla doverosa rinuncia dei finanziamenti pubblici è un atto non dissimile da quello di un comandante che abbandona la nave in pericolo lasciando che i passeggeri rischino di affogare.

Elusione verbale d’intenti

Ma fin qui, niente di nuovo sotto il sole. A che scopo, scrivere di condizioni che tutti conoscono, commentate da rappresentanti istituzionali e politici, da prestigiose personalità della cultura e del giornalismo, che sembra non possano mai essere modificate poiché i poveri strumenti di ascolto di cui sono dotato non sono riusciti ancora a percepire alcuna indicazione precisa sui tanto auspicati tagli e riduzioni, né chiare risposte sulla imprescindibile necessità di tenere in vita attività burocratiche ad alti costi e bassissimo rendimento? Infatti, non è questa la ragione di questo articolo.

Finora ho esaminato gli aspetti più evidenti di questo stato di cose e molti dei suoi effetti immediati sulla vita pubblica, ma non le sue ultime, più lontane nel tempo, conseguenze naturali. Non esiste solo la rude giustizia dei codici e delle normative, mi astengo anche dall’appellarmi alla giustizia divina perché somiglia troppo a quella degli umani. Mi riferisco piuttosto alla giustizia naturale, ineffabile ma concreta, ineluttabile e infallibile più di qualunque altra. Questa giustizia è certa, sta in attesa alla foce, dove alla fine, confluiscono tutte le nostre azioni.

Voi sapete che nella storia, molti uomini e donne, ambiziosi e avidi hanno sempre cercato di dominare gli altri e superarli in ricchezze e controllo di territori e tutti quanti, nessuno escluso, hanno pensato che i loro successi, i loro guadagni, potessero anche essere trasmessi ai loro discendenti nell’illusione di mantenere in eterno le fortune acquisite.

Questa volontà non si è quasi mai avverata se non per brevi periodi. Spesso, i loro rampolli, figli e nipoti si sono rivelati dei perfetti idioti, incapaci persino di essere altrettanto furbi o criminali dei loro genitori e non hanno saputo tenere in piedi nessuna eredità di potere. A volte anzi, dai farabutti si sono generati dei santi che, paradossalmente, hanno rifiutato le cospicue eredità dei loro progenitori.

Voi che ora siete dei privilegiati, fate lo stesso, cercate di costruire i vostri piccoli imperi di agiatezza con l’illusione di poterli trasmettere ai vostri figli e ai figli dei loro figli per sempre, al contrario, voi lasciate loro una eredità incerta di agi, per una realtà certa di deserti squallori, la realtà peggiore, quella fatta dalle vostre stesse brutali regole. Non importa che queste restino nell’ambito crepuscolare della legalità, quando non lo sono nei princìpi della virtù. Con le vostre piccole, miserabili ricchezze, voi togliete loro la possibilità di vivere in un mondo più luminoso e costruttivo, togliete loro gli orizzonti e la bellezza di rapporti sinceri, negate l’altruismo, l’onestà, la tolleranza, la laboriosità. Voi siete l’esempio di quello che essi saranno e di quelli che avranno intorno come vicini, falsi amici e antagonisti.

Non si vede nessuna timida consapevolezza critica emergere dalle coscienze politiche assopite di questi ultimi anni, messi alle strette dalle incessanti polemiche, dalla generale sofferenza crescente dei cittadini comuni, qualche dirigenza di partito a volte agita il vessillo del rispetto della volontà popolare scaturita dall’esito del referendum e dichiara di voler eliminare il finanziamento pubblico. Ma come, non se ne erano accorti prima ? E non avevano, firmando la legge che superava la volontà del popolo, analizzato il significato sostanziale della decisione collegiale che attribuiva loro la stessa cosa con un nome diverso?

Non ho speranze che un improvviso bagliore di coscienza possa infondere in queste anime inaridite qualche barlume di pudore e nemmeno di indurre in loro qualche vago sentimento di compassione per le tante, le troppe famiglie che non solo non arrivano alla fine del mese, ma nemmeno all’inizio, che non riescono a pagare le molteplici spese di sopravvivenza e servizi e incorrono in ulteriori sanzioni, sproporzionate e mostruose, che rappresentano delle vere condanne se non sono a pagate in tempo. Alla fine, i principali attori e protagonisti di questo mediocre e deleterio scenario, dovrebbero acquisire, – anche questa, una inutile speranza, – la consapevolezza della probabile conseguenza naturale delle loro attitudini e del loro egoismo che si diffonde e contagia tutto il tessuto sociale. Riflettendo sui mostruosi appetiti considerati nel precedente articolo, non è sufficiente eliminare i mostri con le loro inestinguibili teste, anche qui dobbiamo risalire alla fonte che li ha generati e ha reso fertile il terreno che consente il loro sviluppo fino a diventare nocivi alla pubblica salute.

La cospicua remunerazione ai parlamentari, si diceva, era stata progettata per renderli soddisfatti e immuni dai tentativi di corruzione, un baluardo contro gli interessi biechi del mondo esterno. Questo concetto è stato poi applicato mi sembra, a tutto l’apparato burocratico- amministrativo. Non so se fosse realmente questa la motivazione, ma so che è antropologicamente vero il contrario. I lauti guadagni, da sempre, attirano le persone peggiori, quelle più prepotenti, dotate di etica e pensiero deboli che, proprio per questo, più spesso riescono a raggiungere e mantenere le loro eccellenti postazioni e che, dopo aver stabilito i caposaldi nei loro alvei sicuri e garantiti si presentano in pubblico come a teatro, versando finte lacrime di cordoglio e preoccupazione per le sofferenze delle moltitudini più povere e sfortunate.

Dico spesso che non esiste pena più dura e inestinguibile del rimorso se si ha una coscienza, ma i protagonisti di questa desolante rappresentazione, siano essi registi, attori o marionette, andando a dormire la sera, semmai si possa sperare che una parte della loro psiche profonda, – inibendo per qualche misero istante l’egoismo che li permea e li imprigiona, riuscissero veramente a “sentire” una particella di sofferenza altrui, – il giorno dopo, ai loro posti di controllo, deciderebbero senza esitazione di livellare la fortuna così ingiustamente carpita a quella di tutti gli altri, indigenti e senza futuro, dando il segnale del vero risveglio di una ideale primavera della coscienza del bene collettivo.

Mi accingo a inviare questo articolo mentre vedo sfilare le immagini dei “nuovi“ manifesti esposti nelle strade che invitano a votare eminenti personaggi politici per “cambiare” l’Italia. Per cambiare davvero l’Italia non basta qualche velleitario governo e parte politica che nemmeno sa o dice con precisione cosa voglia cambiare e come. Per cambiare l’Italia dovrebbero cambiare gli italiani, dopodiché non ci sarebbero più governi e amministratori insolventi, dalle dubbie capacità e dalle malsane attitudini.

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